Il racconto storico di Amintore Fanfani «Una Pieve in Italia»

Scrutando il Novecento
da un piccolo paese toscano


di Eliana Versace

Amintore Fanfani è stato uno dei principali protagonisti della vita politica italiana nella seconda metà del Novecento, prima alla guida della Democrazia Cristiana, poi ripetutamente come ministro, capo del Governo, presidente del Senato, unico italiano chiamato, nel 1965, a presiedere l'Assemblea generale dell'Onu. Ma Fanfani fu anche storico, autore di numerosi studi, e per mezzo secolo insegnò Storia economica, prima all'Università Cattolica del Sacro Cuore e poi a Roma.
Nell'estate del 1963, mentre le cronache politiche registravano la caduta del suo quarto Governo, l'ex presidente del Consiglio trascorse, per la prima volta da tempo, un lungo periodo di riposo presso l'eremo di Camaldoli. E proprio nella quiete agostana del monastero toscano prese forma concreta il proposito, coltivato per anni da Fanfani, di ripercorrere, attraverso i suoi ricordi, le vicende del suo paese natale, Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, e di tracciarne una breve storia, pensata in risposta a una esigenza personale, da condividere magari con i pochi compaesani che si fossero riconosciuti in quelle pagine, senza alcuna pretesa di pubblicazione, "pago d'aver goduto una delle più belle vacanze della sua vita scrivendole". Ma un avvenimento insolito lo indusse a mutare idea. Rientrato per pochi giorni, nell'ottobre seguente, al paese natale, durante una visita al piccolo cimitero della sua Pieve, sostando tra le tombe di quanti aveva conosciuto e tornando così a familiarizzare con coloro che lo avevano accompagnato per un tratto, lungo o breve, della sua vita, fu colpito da un canto. Era il canto del custode del cimitero, che in tal modo si dava coraggio, facendo così compagnia a se stesso e ai morti. Lungo la strada del ritorno verso Roma, ripensando a quell'uomo che era solito cantare ai morti per aggiornarli sulle cose dei vivi, Fanfani decise di pubblicare le sue rievocazioni "per aggiornare i vivi sulle gesta dei morti". Ha così origine il racconto storico Una Pieve in Italia, pubblicato nell'autunno del 1964 presso Mondadori e riproposto ora in una nuova edizione (Venezia, Marsilio, 2008, pagine 158, euro 16), a cura della Fondazione Amintore Fanfani, con prefazione di Ettore Bernabei, in occasione delle celebrazioni per il centesimo anniversario della nascita del politico toscano - avvenuta nel 1908 - di cui quest'anno ricorre il decimo anniversario della morte.
Il lettore non troverà nel testo un rigoroso esercizio di storiografia locale, e nemmeno una storia ufficiale della Pieve, di cui pure Fanfani aveva seguito, con la sua solita acribìa scientifica, le tracce; ma scorgerà invece i grandi avvenimenti del secolo appena trascorso riflessi nelle semplici vite della gente locale e scoprirà, con gli occhi dell'autore, i ricordi di quegli anni, trasfigurati dal rimpianto per un tempo, quello dell'infanzia, che per sua natura, pur tra le difficoltà, conserva sempre il sapore della serenità. E allora anche un piccolo paese, quale era Pieve Santo Stefano all'inizio del Novecento, agli occhi di un bambino appariva "naturalmente grande, grande", e "così grande" amava ricordarlo anche da adulto il suo più illustre cittadino, che in nessuna altra città visitata, aveva ritrovato la stessa bellezza, quella bellezza rassicurante e invisibile ai più che hanno solo le cose amate e familiari.
Quella narrata è dunque una storia che inizia da lontano e brevemente risale anche alle origini della Pieve, anticamente nominata Suppetia e già esistente in epoca romana, ricostruite però non attraverso inattuabili riscontri storici, ma sulla base delle narrazioni degli anziani del luogo i quali, a loro volta, tramandavano ai ragazzi i racconti uditi dagli avi. Queste vicende erano poi integrate da fantasiose leggende, narrate con una grande serietà, in modo tale da conquistare i bambini e persuaderli orgogliosi che il primo martire santo Stefano, durante il medioevo, fosse intervenuto a salvare la vita di un loro antico compaesano, il quale, convertitosi dopo questo evento, dedicò al culto del santo una cappella, in seguito divenuta pieve e dunque chiamata Pieve Santo Stefano.
Dopo aver fornito, nel primo capitolo del libro, una essenziale e sintetica rievocazione dello sviluppo del borgo in epoca moderna, Fanfani dedica il resto del suo scritto - più intenso e vivace perché mediato da una diretta memoria - al racconto dei grandi avvenimenti del Novecento e di come questi, nel loro imprevedibile svolgimento, si siano intrecciati con la vita tranquilla della gente del luogo.
Furono però soprattutto eventi di guerra che introdussero il piccolo paese natio "dal lungo complesso periodo della sua storia antica, medievale e moderna alla nuova fase della storia contemporanea", dando così avvio a un'epoca che "sarebbe stata intensa e molto animata nei racconti e nei commenti dei nuovi anziani, nelle partenze fitte e nei radi ritorni dei nuovi giovani, nelle lagrime più di dolore che di gioia delle donne".
La prima guerra del secolo, quella affrontata in Libia dall'Italia di Giolitti, era vista ancora come una guerra distante, combattuta in posti lontani e quindi commentata con patriottismo dai pievani che accolsero con generali manifestazioni di giubilo il loro unico combattente, un bersagliere reduce dall'impresa africana, acclamato nella piazza del comune dalle autorità locali e accompagnato dal suono della banda musicale per le vie del paese. Fu ancora la piazza del comune, tre anni dopo, alla fine del maggio del 1915, a raccogliere i pievani che salutavano gli uomini chiamati a combattere una guerra diversa, più grande di tutte le precedenti, una guerra che la popolazione non sapeva ancora sarebbe diventata, per la prima volta, mondiale.
Anche il padre del piccolo Amintore partì per il fronte e, prima di essere inviato nelle aspre trincee del Carso, fu per alcuni mesi destinato all'ufficio censura di Treviso dove lo avrebbe raggiunto, per un breve periodo, il figlioletto, che poté avere così un ricordo diretto di quei primi tempi di guerra, riportando però una triste impressione della sua prima visita a una Venezia diversa da quella ammirata nelle immagini e nei quadri. La città lagunare, nel 1915, dimostrava invece un aspetto "inverosimile", attraversata in prevalenza da soldati e marinai, con tele grigie che mascheravano le migliori facciate dei palazzi del Canal Grande e il campanile di San Marco divenuto inaccessibile perché trasformato in osservatorio antiaereo.
Intanto anche a Pieve gli effetti della guerra avevano reso difficile la vita di chi era rimasto, smembrando le famiglie che restavano ormai in prevalenza composte da bambini, anziani e donne. Furono queste ultime a industriarsi per mantenere i figli in maniera decorosa, iniziando a svolgere pure quei lavori che sembravano esclusiva prerogativa degli uomini. E anche la madre di Fanfani, la "sora Annita Leo", che non era di Pieve Santo Stefano, ma calabrese di Paludi, trovò un lavoro negli uffici della Posta.
Mentre i facili entusiasmi del 24 maggio si tramutavano in delusione e diffuso scontento, i bambini della Pieve ebbero modo, in quegli anni di guerra, di vedere il loro paese prima attraversato da prigionieri austriaci e poi, nel 1918, visitato per la prima volta da soldati americani - "i primi americani - notava l'autore - poiché altri ne sarebbero giunti da liberatori un quarto di secolo dopo" - arrivati a rianimare la popolazione stanca e sconfortata dopo la disfatta dell'esercito italiano a Caporetto.
La fine della guerra, il 4 novembre del 1918, fu salutata da un tripudio generale, con l'intera popolazione della Pieve accorsa nelle strade al seguito della banda municipale che per tutto il giorno attraversò il paese suonando a ripetizione i canti dei soldati al fronte, dalla Leggenda del Piave alla Canzone del Monte Grappa; e il Bollettino del generale Armando Diaz, comandante supremo dell'esercito italiano che annunciava la fine dei combattimenti e consacrava la vittoria nazionale, venne fatto imparare a memoria a tutti gli scolari, lungamente atteso e solennemente insegnato come la più gradita delle poesie.
Le prove della guerra e le difficoltà a cui andarono incontro i reduci non intaccarono però nei pievani quella atavica e cristallina fede in Dio, riconosciuto istintivamente come unico e solo "Signore incontestato della vita e della morte, e pronto confortatore degli afflitti". E tra le contrade della Pieve, nella frazione di Bulciano, anche il consueto ospite Giovanni Papini, che aveva sposato una signora del luogo e che pertanto la gente del posto considerava una specie di concittadino, si riavvicinò alla fede, iniziando un percorso che lo avrebbe portato alla conversione. Successe così, ricorda Fanfani, che il grande scrittore, uomo conosciuto e stimato dall'intera popolazione pievana, "quando credette restò un grande uomo, e come tale recò prestigio alla religione dell'umile contadina che era divenuta sua moglie e indusse parenti e conoscenti a esser fieri della propria fede o, dubbiosi ormai, a riflettere sulla propria irreligiosità o sulla propria tiepidezza".
Ma la fine della guerra non portò l'auspicata serenità nemmeno nella piccola Pieve. E anche le nuove forme di partecipazione politica divisero i pievani, che radicalizzarono le loro posizioni dividendosi nell'adesione ai nuovi partiti come "il pipì" di don Sturzo, rappresentato nel paese dal padre di Fanfani, e i fasci di Mussolini.
Il successivo consolidamento del regime fascista portò diverse novità anche a Pieve ma, tra le determinazioni fasciste che più offesero l'orgoglio dei pievani la più insolita e rilevante, nella sua manifesta assurdità, riguardò il Tevere. Il fiume che bagna Roma e che nasceva sul versante toscano del monte Fumaiolo, incontrando come primo centro abitato proprio Pieve Santo Stefano, venne improvvisamente, per decreto del Governo, fatto nascere in Romagna. Poiché infatti il duce del fascismo Benito Mussolini era romagnolo anche il fiume che bagna Roma, pur essendo all'evidenza geografica un fiume esclusivamente toscano, umbro e laziale, avrebbe comunque - e per decreto - raggiunto Roma, dopo essere nato, anch'esso, in Romagna.
L'eredità più cupa del fascismo fu però un'altra guerra, la seconda guerra mondiale, peggiore e più devastante della prima. Se nel 1915-18 i soldati italiani combattevano in fronti e trincee lontane, questa volta la violenza della guerra coinvolse tutto, senza risparmiare niente e nessuno. Vecchi e bambini vennero colpiti; case, chiese e palazzi completamente distrutti, mentre la violenza dilagava portandosi via intere generazioni "con le loro fisionomie inconfondibili e irripetibili storie". E quando vennero anche nella Pieve devastata i giorni della ricostruzione, "di ora in ora, di veglia in veglia, ogni sera accadeva con gli uomini quello che di giorno accadeva con le pietre:  dove si voltava il pensiero e lo sguardo si trovava un vuoto, una rovina". Vuoti irreparabili - come sapientemente rilevava Fanfani, con genuina sensibilità di storico - "che non si riempiono allevando nuove creature", perché gli scomparsi avevano trascinato insieme a loro nella tomba "volti e vicende che intessono una vita e di tutte le vite costituiscono la storia di una intera comunità".
Ma anche la Pieve distrutta sarebbe comunque stata ricostruita da una nuova generazione, affinché come recita un adagio locale ripetuto dalle mamme ai loro bambini - e riportato a noi dall'autore - "su focolari antichi, da ceppaie bene asciutte, ogni giorno si tragga nuovo calore e nuova luce". Così come - notava Fanfani in quell'estate del 1963, pensando al concilio Vaticano ii - "vent'anni dopo, proprio alla foce del Tevere, un saggio e un santo avrebbero ripreso quella regola, invitando tutta l'umanità a costruire cose nuove attorno alla fontana antica".
Così l'autore concludeva il suo intenso racconto delle semplici vite di una tranquilla gente di montagna, chiamata ad affrontare le alterne vicende della vita nel loro intrecciarsi con i grandi avvenimenti della storia, partecipandovi "quasi sempre con serenità", senza mai perdere quella fede antica, tramandata insieme ai ricordi e alle leggende - ma come eredità molto più preziosa - da una generazione all'altra. Quella fede semplice e sicura - abbeverata a una fonte limpida e perenne - la quale, sola, consente di percorrere con serena fiducia i misteriosi e sorprendenti sentieri che la Provvidenza traccia per ciascuno nel suo imperscrutabile disegno d'amore.



(©L'Osservatore Romano 2 aprile 2009)
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