Agli albori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

Statale e non pontificia.
Come la volle Papa Ratti


L'Università Cattolica del Sacro Cuore celebra il cinquantesimo anniversario della morte di padre Agostino Gemelli con il convegno "Nel cuore della realtà. Agostino Gemelli e il suo tempo" che viene aperto martedì 28 dal saluto del rettore Lorenzo Ornaghi e si concluderà giovedì 30. Anticipiamo un estratto di una delle relazioni della prima giornata.

di Gianpaolo Romanato

Il convegno su Pio XI che si è svolto in Vaticano alla fine dello scorso mese di febbraio per iniziativa del Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha posto in evidenza, fra le altre cose, un aspetto di questo pontificato sul quale mi sembra valga la pena di riflettere. Achille Ratti venne eletto Papa a poco più di tre anni di distanza dalla fine della Prima guerra mondiale, quando stavano andando a effetto i Trattati di pace e il non riuscito tentativo delle potenze vincitrici di ricostruire l'Europa. Il punto debole era quello riguardante il riassetto dell'Est europeo, dove la scomparsa dell'Impero asburgico, del Reich tedesco e della Russia zarista aveva aperto un baratro territoriale, istituzionale e politico i cui effetti, per certi versi, si prolungano fino a oggi. Nell'area immensa che andava dal Mar Baltico al Mar Nero si tentò di far nascere l'embrione di una nuova Europa, con la costituzione di otto nuovi Paesi - Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Austria, Jugoslavia - nessuno dei quali era mai esistito prima con i confini stabiliti allora, e il rifacimento territoriale della Romania, che raddoppiò il proprio territorio. Ma il dopoguerra stava dimostrando che gli equilibri geopolitici non si costruiscono a tavolino, creando o componendo entità statuali ipotetiche. Emersero subito, infatti, democrazie fragili, confini insicuri e artificiali, relazioni politico-diplomatiche difficili e tutte da inventare, economie da ricostruire, mentre incombeva lo spettro della rivoluzione russa e le tentazioni nazionalistiche rappresentavano dovunque una facile quanto pericolosa scorciatoia per superare ribellioni, rancori, frustrazioni, scontentezze.
A questa nuova Europa, dove si intrecciavano cattolicesimo - di rito latino e orientale - ortodossia e chiese riformate, la Santa Sede guardò con particolare attenzione. Non è un caso che i quattro Papi che si succedettero dopo Benedetto XV, deceduto all'inizio del 1922, abbiano avuto tutti a che fare, e non sempre con esiti brillanti, con l'Est europeo:  Ratti fu per due anni nunzio in Polonia, Pacelli per un decennio alla nunziatura di Berlino, Roncalli trascorse nove anni in Bulgaria e Montini, proprio per volontà di Pio XI, operò per alcuni mesi alla nunziatura di Varsavia.
Il convegno romano ha messo in luce come in tutti questi Paesi fossero molto forti tanto la tentazione di far coincidere la nazione con la confessione religiosa, quanto la tradizione giurisdizionalistica asburgica della Chiesa di Stato. Non a caso l'ultimo veto della storia della Chiesa, al conclave del 1903, di cui fu portavoce l'arcivescovo di Cracovia cardinale Jan Maurycy Pawel Puzyna, sembra sia stato orchestrato dall'agguerrita lobby dei cardinali polacchi presenti in quel conclave. E bisogna ricordare che Josip Strossmayer (1842-1905), vescovo di Dakovo in Croazia e uno dei padri della rinascita nazionale croata, fu tra i leader della corrente antinfallibilista al concilio Vaticano I e difensore delle ragioni italiane contro la Santa Sede dopo il 1870.
Achille Ratti, come sappiamo, trascorse in Polonia i due anni più travagliati della sua vita, dall'aprile del 1919 al giugno del 1921, allorché divenne arcivescovo di Milano. Fu dapprima visitatore apostolico di Polonia e Lituania e poi nunzio in Polonia, quando la Santa Sede riattivò la propria rappresentanza a Varsavia, che taceva dalla scomparsa settecentesca dello stato polacco. Nel Paese, appena ricostituito e in guerra con la Russia bolscevica, con una Chiesa totalmente coinvolta nella questione nazionale, si mosse sul sottile filo di un rasoio, soprattutto in occasione del plebiscito per l'Alta Slesia, quando il nunzio, accusato dai tedeschi, in particolare dal cardinale Adolf Bertram di Breslavia, di essere filopolacco, e dai polacchi, in particolare dal cardinale Adam Stefan Sapieha di Cracovia, di essere filotedesco, rischiò addirittura di essere espulso. La mozione in tal senso fu respinta dal parlamento per soli due voti. L'esperienza polacca segnò profondamente il nunzio. Non a caso nella lettera che inviò a padre Agostino Gemelli da Varsavia il 28 marzo del 1921, concluse con uno sconsolato "preghi per me e per la Polonia".
Finito il servizio diplomatico, il suo passaggio per Milano fu brevissimo, come sappiamo, e, meno di un anno dopo il rientro da Varsavia, Ratti divenne Papa. Credo di non essere troppo lontano dal vero sostenendo che la sosta in Polonia abbia convinto l'ex bibliotecario, vissuto fino ad allora lontano dalla politica, della necessità di dover compiere ogni sforzo per irrobustire il centralismo della Chiesa e l'autorità di Roma, ponendo questa esigenza al centro del proprio programma.
Non c'erano da fronteggiare soltanto le avanzanti dittature e i crescenti poteri di intromissione statale, bisognava tenere a bada anche il nazionalismo costruito su basi confessionali, le subordinazioni ecclesiastiche ai governi civili, le tentazioni neogiurisdizionaliste che sopravvivevano in non pochi vescovi dell'oriente europeo, abituati ad uno stile più funzionarile che pastorale. Il tutto mentre l'irrisolta Questione Romana impediva che la sovranità della Santa Sede apparisse, uso le parole della sua prima enciclica, "manifestamente indipendente e libera da ogni umana autorità o legge". Sappiamo che nel corso del suo pontificato sorsero a Roma diversi collegi per i sacerdoti provenienti dai Paesi dell'Est (Ruteni, Romeni) e nacque ad opera dei gesuiti il Russicum, evidentemente allo scopo di rafforzare la "romanità" di un clero e di un episcopato cresciuti fino ad allora in contesti e scuole più sensibili al richiamo nazionale che non a quello dell'universalismo cattolico. E con quasi tutti i Paesi dell'Est furono stipulati concordati o intese di analogo valore.
Sullo sfondo di questi problemi, l'avvio di un'opera come quella cui si stava accingendo il suo vecchio amico Agostino Gemelli, opera che egli aveva visto germogliare e poi nascere, e che aveva quasi tenuto a battesimo pochi mesi prima di diventare Papa, un'opera di totale fedeltà a Roma e volta a preparare in Italia un laicato fedele, moderno, culturalmente attrezzato, andava sostenuta e incoraggiata in ogni modo possibile, coincidendo perfettamente con il disegno del suo pontificato. Non era quindi lontano dal vero il cardinale Giuseppe Pizzardo il quale, celebrando il Papa l'8 dicembre del 1939, in occasione dell'inaugurazione del monumento che lo ricorda in questa Università, disse che "essa (cioè la Cattolica, ndr) fu, è e rimane tutta sua; è il suo vero monumento, monumento vivo e perennemente vitale".
I rapporti tra Ratti e Gemelli venivano da lontano. Non è escluso che all'inizio del Novecento l'allora dottore dell'Ambrosiana possa avere avuto qualche influsso sulla conversione del giovane scienziato positivista e socialista. L'ipotesi è avvalorata da un cenno contenuto nella commemorazione del Papa appena defunto fatta dal rettore il 28 febbraio del 1939, due settimane appena dopo la sua scomparsa. Riferendosi agli anni in cui Ratti aveva lavorato all'Ambrosiana, disse che "le sue ore di riposo erano dedicate alla lettura e alla amicizia di uomini di profondo senso religioso". Ma, aggiunse, egli "coltivava anche altre amicizie, per quell'istinto che il Sacerdote ha di cercare le anime lontane da Dio e che hanno bisogno del Sacerdozio". È molto probabile che Gemelli intendesse includere fra quelle anime anche la sua. Poi il futuro pontefice era passato indenne attraverso la vicenda modernista - "mantenne una posizione di equilibrio", ricorda Gemelli nella commemorazione appena citata - nonostante l'amicizia che lo legava a Gallarati Scotti, ed era successivamente salito prima al vertice dell'Ambrosiana e poi della Biblioteca Vaticana, non toccato, evidentemente, dai dubbi di Pio x sulle infiltrazioni modernistiche nella diocesi di Milano.
Ma da uomo di libri e di cultura, abituato a muoversi nel mondo scientifico, fra gli intellettuali e gli studiosi, non solo in Italia, era ben consapevole della modestia della cultura cattolica del nostro Paese, della sua inferiorità rispetto alla situazione di altri nazioni europee. Nicola Raponi ha opportunamente ricordato la sua partecipazione al Congresso degli scienziati cattolici svoltosi a Friburgo nel mese di agosto del 1897. In quella sede le critiche rivolte agli studi cattolici italiani furono impietose, fino alla bocciatura dell'idea di tenere a Roma il successivo congresso, motivata dal fatto che da Roma e dall'Italia non venivano né luci di scienza, né pubblicazioni di rilievo, né riviste importanti, né uomini significativi. La discussione che si svolse dopo l'assise tedesca sulle pagine della "Rassegna nazionale", della "Cultura sociale" di Romolo Murri e, proprio ad opera di Ratti, della "Rivista Internazionale di Scienze Sociali", cambiò prospettiva all'idea di istituire una università cattolica in Italia. Da problema giuridico e antagonistico, come era stato posto fino ad allora in seno all'Opera dei Congressi, divenne problema di sostanza:  uomini da formare, attitudini e sensibilità da creare, collegamenti internazionali da promuovere. Gemelli, che allora stava iniziando i suoi studi accademici, raccoglierà in seguito queste idee e con esse il testimone di un progetto che sarebbe stato insieme di rinnovamento delle forze cattoliche, di scontro con la predominante cultura scientista e anticattolica, ma anche di costruttiva rifondazione della vita nazionale.
La lunga crisi che seguì la Prima guerra mondiale, la strisciante guerra civile che preparò la vittoria del fascismo, dimostrò che l'Italia liberale era giunta al capolinea, cosa che non poteva dispiacere all'anima intransigente di cui erano profondamente nutriti tanto Achille Ratti, che si era formato proprio negli anni della protesta ottocentesca, quanto Agostino Gemelli, a motivo della sua conversione. Non era crollata l'Italia, esito a lungo sperato dall'intransigenza postrisorgimentale, ma era crollato il regime politico che l'aveva fatta. Il senso del celebre discorso di Pio XI ai quadri dell'Università Cattolica, tenuto il 13 febbraio del 1929, era in fondo questo. Non era nata un'Italia migliore, ma almeno era finita quella peggiore, cioè l'Italia "della scuola liberale - disse il Papa - per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, erano altrettanti feticci". Subito, infatti, era stato possibile restituire status giuridico e piena dignità di soggetto internazionale alla Santa Sede attraverso i Patti Lateranensi, "grazie ad un uomo" , per citare le esatte parole del pontefice, "come quello che la Provvidenza "Ci ha fatto incontrare"". Mussolini non era insomma "l'uomo della Provvidenza" di tante semplificazioni, bensì il casuale interlocutore che rese possibile la soluzione dell'annoso conflitto proprio perché era estraneo alle pregiudiziali del liberalismo.
Ora toccava ai cattolici costruire, sui cocci e sulle macerie di quei "disordinamenti", il futuro del Paese. E l'Università Cattolica si proponeva come la punta di diamante della ricostruzione. Ma occorreva che non vi fossero altre istituzioni analoghe per non frammentare un disegno nazionale che solo dall'unicità dell'indirizzo e del riferimento avrebbe tratto senso, come ha ricordato proprio qui in Cattolica qualche anno fa Giuseppe Dalla Torre, rammentando l'opposizione di Gemelli alla costituzione, a Roma, di quella che oggi è la Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa), cioè di un secondo polo universitario cattolico. Non erano allora preventivabili i tempi della fine del fascismo né gli sviluppi successivi, con il lungo governo della Democrazia Cristiana, ma alla luce di quanto è poi avvenuto non si può non riconoscere che il disegno del Papa e di Agostino Gemelli guardasse molto lontano.
Questo disegno è prefigurato, più o meno chiaramente, nella lunga lettera che Ratti aveva inviato a Gemelli dalla nunziatura di Varsavia il 28 marzo del 1921, tanto lunga che prima di concluderla sentì il bisogno di scusarsi di avere scritto sopra e oltre le righe. In quella lettera, esprimendo tutto il suo incontenibile entusiasmo per la fondazione dell'Università, il futuro pontefice si era espresso in termini molto simili a quelli che userà il rettore, come vedremo fra poco, sebbene con il linguaggio sovrabbondante che gli era caratteristico, così diverso dal periodare secco ed essenziale del francescano. Scriveva il futuro pontefice:  "Forse mai come adesso è stato grande e stringente il bisogno di tali aiuti (gli aiuti divini, ndr) mentre la società disfatta e dissanguata alla guerra mondiale e dalle sue conseguenze immediate anela ad una restaurazione, ad una rinascita che non possono venirle se non appunto dalla scienza e dalla sapienza di cui il Cuore divino serba il tesoro e il segreto. È ben qui dove è dato vedere una particolare utilità e necessità di una Università cattolica in Italia. Soltanto un istituto di alta cultura scientifica dove il Dio delle scienze e la scienza di Dio tengono il posto che loro serbarono Dante e Manzoni, soltanto una tale Istituzione può procurare alla restaurazione e rinascita cristiana della società i più utili e insieme i più necessari elementi di azione e di reazione, di direzione soprattutto; preparando dei laici di una completa formazione scientifica, insieme e cattolica, che è quanto dire scientificamente e cattolicamente consapevoli e persuasi dei diritti di Dio e della Chiesa, dei bisogni della società e della patria, dei fini da raggiungere e dei mezzi da impiegare per provvedere agli uni e agli altri".
È in questo quadro, dentro i progetti e le illusioni di poter costruire una nuova Italia, che si situa la battaglia per la libertà della scuola, anch'essa portata avanti congiuntamente e in piena sintonia dal Papa e dal rettore. Il tema della libertà della scuola era stata la punta di diamante delle vecchie lotte dell'intransigenza, ma nel clima postbellico e in presenza di un regime politico come quello fascista, in particolare dopo la Conciliazione, la questione entra in una prospettiva nuova, di competizione piuttosto che di contrapposizione, si rivolge al futuro piuttosto che guardare al passato, come ha ricordato con acutezza in un convegno di qualche anno fa Maria Bocci. Per Gemelli e per Ratti era certamente necessario sottrarre i cattolici ai luoghi di formazione laicisti e anticlericali, ma non era meno importante contribuire al rinnovamento della vita nazionale portando linfa nuova, energie finora inutilizzate quando non apertamente respinte.
La guerra aveva rivelato la fragilità del tessuto nazionale, la debolezza del senso di appartenenza, l'estraneità delle classi dirigenti rispetto all'anima profonda del Paese. E ora la crisi dello stato liberale portava a conclusione un intero ciclo storico, aprendo alle forze sociali e culturali rimaste fino ad allora escluse spazi che chiedevano soltanto di essere occupati. "L'università cattolica - disse il rettore nella relazione di apertura dell'anno accademico 1923-24 - nasceva nel dicembre del 1921 come un esperimento fondato soprattutto sulla fiducia che anche noi cattolici abbiamo nel risorgimento della grandezza del nostro Paese e sulla persuasione che da decenni ci anima, e cioè che la scuola potrà contribuire più di ogni altro istituto a questo risorgimento nazionale, solo se essa sarà libera e se potranno, nel promuoverne l'incremento, cimentarsi in nobile gara, mirando solo all'educazione e alla formazione delle nuove generazioni, tutte le energie sane e fattive del Paese".
Per Gemelli, e per gli uomini della sua generazione, era chiarissimo quello che per noi oggi è meno chiaro:  che l'Italia non è fondata su armonie sociali prestabilite, ma è un Paese costruito attraverso contrapposizioni, disarmonie, strappi, diversità storiche, ideologiche, culturali, sociali. Se questa è l'Italia, un Paese lacerato, tutt'altro che compatto, la pretesa di imporre a tutti il medesimo itinerario educativo, neutro e agnostico, era mera illusione. Molto più realistico era prendere atto di queste eterogeneità e consentire, dentro un comune quadro normativo, la libera competizione di istituti scolastici dichiaratamente orientati, tali da garantire alle famiglie il diritto di scegliere per i figli percorsi educativi coerenti.
Col tempo e con il dispiegarsi del disegno totalitario fascista, cioè dello Stato etico di marca gentiliana, questa idea si caricò di significati nuovi, imprevisti e imprevedibili al momento della nascita dell'Università. Da rivendicazione di sapore quasi confessionale, come era stata nella vecchia cultura cattolica, divenne difesa della libertà di tutti, benché riferita soprattutto alle prerogative della Chiesa, come scrisse Pio XI nel 1931, nell'enciclica Non abbiamo bisogno. Il proposito "di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all'età adulta - affermò il Papa nell'enciclica - a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di un'ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana", confligge irrimediabilmente con i "diritti naturali della famiglia e coi diritti soprannaturali della Chiesa". La lotta per il riconoscimento della scuola libera diventava, nella prospettiva comune al Papa e a Gemelli, non tanto lotta per la libertà di coscienza, che sarebbe stato andare troppo oltre l'ecclesiologia del tempo, ma lotta strenua per la "libertà delle coscienze", della quale la famiglia era l'irrinunciabile baluardo, in una concezione del vivere sociale alternativa a quella del fascismo, concezione che intendeva lo Stato come ente sussidiario di istituti preesistenti e non come istituto monopolistico, totalizzante e fondante il diritto. La famiglia aveva diritti e doveri che precedevano quelli dello Stato, soprattutto in materia di educazione e istruzione dei figli. Queste erano prerogative che lo Stato non poteva manomettere
Sul tema della famiglia intesa come ultimo, estremo bastione difensivo davanti all'avanzata dello stato etico, l'archivio dell'Università Cattolica conserva quattro chiarissimi memoriali inviati da Gemelli al Papa, purtroppo non datati. L'Ateneo del Sacro Cuore, anello conclusivo di un percorso scolastico che si voleva alternativo a quello della scuola e dell'università statale, divenne così una sorta di bandiera della cattolicità italiana, fermamente difesa dalla Santa Sede e oggetto fino all'ultimo delle trattative concordatarie. Conservato nell'archivio dell'università c'è un lungo promemoria inviato da Gemelli all'avvocato Francesco Pacelli il 6 febbraio del 1929, solo qualche giorno prima della conclusione dei Patti, volto a fissare i termini giuridici con i quali l'università avrebbe dovuto essere indicata nel concordato. Non mi soffermo su questo documento. È importante però precisare che per volontà del Papa, una volontà che in questo caso si sovrappose e si impose a quella del rettore, diversamente orientata, non fu mai messa in dubbio la sua natura di università statale piuttosto che pontificia. Il Papa era convinto che in questo secondo caso si sarebbe sganciato l'ateneo dal sistema pubblico italiano, compromettendone il carattere nazionale, voluto fin dall'inizio, nonchè il prestigio accumulato nel mondo scientifico e accademico del Paese.



(©L'Osservatore Romano 27-28 aprile 2009)
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