Confidenze del cardinale arcivescovo emerito di Bologna

A vent'anni mi sono innamorato di Sofia


È in uscita il volume di Inos Biffi In dialogo sul cristocentrismo. Lettura dei saggi di Giacomo Biffi (Milano, Jaca Book, 2009, pagine 122, euro 13). Pubblichiamo il testo della premessa.

di Giacomo Biffi

A vent'anni anch'io mi sono innamorato:  mi sono innamorato della "divina Sofia". Però lei, quando mi si è fatta conoscere, non mi si è presentata con questo suo nome insolito e arcano, che mi avrebbe sconcertato e prevedibilmente volto in fuga. Mi ha dato il nome con cui la chiamavano tutti:  "teologia". Era il suo nome usuale; ed era un nome antico e splendido che a nessun costo, oggi come ieri, è lecito disattendere o mettere fuori gioco.
Ma sopravvenne poi sui miei giovani anni una stagione in cui quel nome è andato banalizzandosi, disperso nelle attenzioni più varie e piegato agli interessi più disparati (teologia delle realtà terrestri, teologia politica, teologia ecumenica, teologia per i lontani, teologia del lavoro, teologia dello sport, eccetera). In quel contesto non era remoto per me il pericolo di disamorarmi e di darmi ad altri svaghi.
Per fortuna la divina Sofia nel frattempo aveva pensato di rivelarmi qualcosa di più dell'intima sua natura, facendomi conoscere il cristocentrismo. Mi è stata cioè fatta la grazia di capire che il cristocentrismo - se lo si intende senza superficialità e senza ingiustificate ritrosie - è il contenuto pertinente e l'intelligenza adeguata dell'intera sacra doctrina:  la teologia, quando è autentica - quando decide di essere solo se stessa - è intrinsecamente e totalmente cristocentrica.
In tal modo, l'amore dei miei vent'anni si è salvato ed è rimasto sostanzialmente intatto, pur se sono andato crescendo nella comprensione della bellezza che mi aveva ammaliato e nella scoperta delle sue molteplici implicazioni col nostro esistere.
L'amore dunque è rimasto immutato anche se poi il mio linguaggio è andato accogliendo qualche arricchimento concettuale e terminologico. Per esempio, alla scuola della lettera agli Efesini, la teologia mi è apparsa anche vagheggiamento ed esplorazione di un "disegno":  "il disegno (oikonomìa) di ricapitolare in Cristo tutte le cose" (Efesini, 1, 10); "il disegno eterno (pròtesis) che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore" (Efesini, 3, 11).
Il "guadagno" di tale apporto non è irrilevante:  con la categoria del "disegno" è dato miglior risalto all'iniziativa del Padre, che preordina e decide tutto; e anche il cristocentrismo ha la sua prima origine nella divina preconoscenza e nella divina predestinazione.
A prevenire inoltre qualche malinteso intellettualistico e a cogliere tutta la concretezza della divina Sofia, ho cominciato a un certo punto a sottolineare che la teologia è contemplazione ed esperienza di una "res" (vale a dire, di una "realtà"):  il "disegno" non è solo un'intenzione che vive nella mente e nella libera elezione del Padre; è altresì l'universalità organica e compaginata in Cristo di tutto ciò che effettivamente esiste. Sicché l'oggetto della teologia è anche l'ideale cristocentrico del Creatore in quanto progressivamente si realizza in conformità col suo progetto eterno.
Non potrebbe essere altrimenti:  la res trascendente - che noi sappiamo essere cristocentrica - è, secondo una celebre sentenza di san Tommaso, l'approdo ultimo di ogni conoscenza di fede:  Actus fidei non terminatur ad enuntiabile sed ad rem (iia-iiae, q. 1, a. 2, ad 2um); lo sarà perciò anche di ogni conoscenza teologica, la quale non è altro che la stessa luce della fede in quanto si irradia in un uomo intellettualmente e spiritualmente maturo e "riuscito".
Devo dire che nel succedersi delle mie pubblicazioni solo in due occasioni ho osato in modo esplicito offrire il mio "teologare" nella forma di una amorosa contemplazione della divina Sofia, vista come mistero primordiale, sintetico e onnicomprensivo dell'ordine di cose di fatto esistente:  nel 1984 con un "epitalamio" che costituisce la terza parte del volume La bella, la bestia e il cavaliere; nel 2000 in una "esercitazione di teologia anagogica" dal titolo Canto nuziale.
Ho rievocato fin qui una sorta di provvidenziale "infatuazione" che ha segnato il mio atteggiamento interiore verso la Rivelazione divina e il mio rapporto con l'avvenimento cristiano:  benedetta infatuazione della quale non finisco di ringraziare il Signore.
Questa mia è stata però una rievocazione epidermica, senza una chiarificazione dei contenuti. Tanto che il discorso potrebbe apparire a un eventuale lettore abbastanza incomprensibile, al punto di non essere meritevole di qualche considerazione. Per la verità non avrei neppur pensato di offrire tale "sproloquio confidenziale", se non avessi saputo in antecedenza che sarebbe stato accompagnato da un testo dove tutto sarebbe stato spiegato per filo e per segno.
Monsignor Inos Biffi si è sobbarcato al compito di ripercorrere nelle sue varie fasi la mia avventura, delucidandola con cura e perfino giustificandola con misericordiosa maestria; un'avventura speculativa che credo di poter dire sia stata, soprattutto negli approdi, sostanzialmente anche la sua. Queste sue pagine sono per me un regalo inestimabile:  mi hanno dato una grande gioia e un'inattesa consolazione in questo mio entrare nell'ottantesimo anno di età.
Don Inos come nessun altro aveva le carte in regola per cimentarsi fruttuosamente in simile fatica. Il mio itinerario teologico si è svolto, per così dire, passo passo sotto i suoi occhi, favorito e lievitato dalle molte ore di una periodica conversazione che reciprocamente ci arricchiva e ci illuminava. Sicché ambedue trovavamo naturale che il più delle volte le mie pubblicazioni fossero supportate e impreziosite da una sua puntuale, oggettiva, benevola introduzione.
È bastato radunare questi interventi, aggiungendovi un nuovo prologo ampiamente orientativo, perché fosse felicemente raggiunto lo scopo di accreditare - con l'autorevolezza incontestabile del teologo acuto, invidiabilmente informato e teoreticamente robusto - la mia modesta ma appassionata proposta cristocentrica.
Con perspicacia e cordiale compiacimento Inos Biffi rileva che in questa formulazione della "sacra doctrina" tutto si coinvolge e si integra:  abbracciati da un unico sguardo "abbiamo una cristologia, una mariologia, una ecclesiologia, una sponsalità umana, dove Scrittura, Tradizione e ragione teologica si fondono felicemente quasi a ricreare i trattati manualistici e a renderne avvincente la materia" (p. 30).
Gli riesce allora agevole rinvenire, in conclusione, una denominazione distintiva e quasi un marchio:  "Forse non siamo lontani dal vero se definiamo la teologia che appare da questi saggi una teologia dell'integralità cristiana" (p. 15). È una qualifica alla quale non avevo mai pensato; ma in essa mi ritrovo, e mi piace. Non è escluso che qui ci sia qualche inconsapevole influsso delle mie lontane letture di Vladimir Sergeevic Solovev e della sua forte asserzione della "unitotalità" (vséenstvo) come prerogativa della realtà nella sua intrinseca verità.
L'identità del cognome e l'assidua collaborazione hanno fatto supporre al alcuni che don Inos e io fossimo fratelli. Non siamo nemmeno parenti.
Spiritualmente e culturalmente proveniamo però da una molteplice matrice comune.
Siamo stati generati e allevati dalla stessa Chiesa di Milano; la Chiesa di Schuster, di Montini, di Colombo:  solida nel suo Credo e nelle sue strutture, pastoralmente operosa e saggia, intraprendente nella sua sollecitudine apostolica.
Ambedue dall'antica scuola di Venegono siamo stati formati a un serio impegno verso la verità, al gusto della ricerca, al rigore dell'argomentazione. Ambedue ci siamo dedicati alla frequentazione ammirata degli autori medievali (lui da grande e riconosciuto protagonista, io da piccolo dilettante). Ambedue abbiamo avuto in sorte, contro ogni nostra previsione, la necessità e l'obbligo di una conoscenza ravvicinata e totale delle opere di sant'Ambrogio; e ambedue ci siamo resi conto del valore e dell'originalità (ignoti ai più, in questa stagione) del pensiero di questo nostro padre e maestro. Ambedue abbiano sempre cercato di onorare il programma di congiungere la piena fedeltà al dato rivelato e l'adesione senza eclissi alla Sposa di Cristo con uno spirito e uno stile di libertà:  Ubi fides ibi libertas.
Possiamo dunque parlare di una reale fraternità:  una fraternità ecclesiale e segnatamente teologica. Per dirla con le parole della liturgia ambrosiana:  Haec est vera fraternitas, quae numquam potuit violari certamine (Responsorio nella festa dei santi Protaso e Gervaso).



(©L'Osservatore Romano 7 maggio 2009)
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