La matrice biblica della retorica di Obama

La nuova frontiera e la terra promessa

Si è svolto presso il Centro Studi Americani a Roma il seminario di letteratura, storia e cultura americana "American Patchwork:  multi-ethnicity in the United States today". Uno dei relatori ha sintetizzato per "L'Osservatore Romano" il suo intervento.

di Lucia Annunziata

Il 4 marzo del 2007 Barack Obama si reca alla Brown Chapel della Ame Church (Chiesa episcopale metodista africana) di Selma. La chiesa, con il suo stile moresco, ha fatto da sfondo a molte delle marce del movimento dei diritti civili degli anni Sessanta.
Obama ha annunciato la sua candidatura da poche settimane. Il suo arrivo a Selma è la prima uscita elettorale che colloca chiaramente e inequivocabilmente, lui mulatto, come nero tra i neri nella divisione razziale che da sempre attraversa l'America. È il momento forse più atteso da un Paese che guarda con attenzione e dubbi alle mosse del primo candidato di colore alla Casa Bianca. Obama sa che è anche uno dei momenti definitori della sua  carriera  pubblica,  qualunque sarà  il  verdetto che le urne elettorali gli riserveranno. Scioglierà, questa sera, a Selma,  il dubbio? Dirà chi si sente? Più bianco o più nero?
La risposta ci è così raccontata da David Remnick, direttore del "New Yorker", che lo segue in questa tappa. "Dal pulpito Obama rende omaggio alla "generazione di Mosè" - a Martin Luther King e a John Lewis, ad Anna Cooper e al Reverendo Joseph Lowery - gli uomini e le donne che hanno marciato e sofferto ma che, in molti casi, "non sono riusciti a superare l'acqua e a vedere la terra promessa"". Obama, continua il racconto di Remnick, li ringrazia, loda il loro coraggio e rende onore al loro martirio. Ma per quel che lo riguarda si colloca nella sua generazione, quella che definisce "la generazione di Giosuè".
Proprio Giosuè. Figlio di Nun e successore di Mosè. Giosuè che porta il popolo di Israele, dopo quaranta anni di vagabondaggio alla conquista della terra promessa da Dio. Non profeta, non fondatore, dunque, ma realizzatore della promessa:  questo è il posto che si assegna il candidato nella narrativa biblica. Narrativa biblica che, è il caso di dirlo, costituisce il sottotesto del discorso obamiano, ieri come candidato, oggi come presidente.
Nello scegliere la sua propria collocazione in questa narrativa, il candidato rispecchia l'evolversi stesso dell'America. Se il padre resta Mosè, i figli che arrivano alla terra promessa, dopo tanti anni di smarrimento, non sono più solo la perfetta continuazione degli antenati. Obama, figlio di bianchi, neri, asiatici, è il campione di una generazione così profondamente intrecciatasi da definirsi non più in relazione a un colore specifico di pelle, ma a una idea compiuta di multietnicità. È questa nuova idea il colpo d'ala che fa volare la sua candidatura:  riconoscersi prodotto di una storia (quella nera) ma rifiutarne il paradigma.
Ma, forse, più che le teorie parlano i numeri. Nel voto ricevuto dalle urne, nel novembre del 2008, la rappresentanza generazionale dell'attuale presidente, attraversa tutte le linee razziali. Obama non vince, come si pensava, grazie ai nuovi elettori neri andati alle urne. Questo elettorato è lo stesso di sempre. Barack ottiene in realtà, come Jimmy Carter nel 1976, la maggioranza del voto americano. C'è una trasversalità piena nel consenso, come si vede dal fatto che, sulla scia del suo successo, i democratici vincono dove da anni non vedevano la luce del sole, (44 anni in Virginia) e anche dove Bush nel 2004 aveva una maggioranza assoluta, come Nord Carolina, Florida, Indiana e Ohio.
Se si guarda poi a questo consenso, secondo le linee razziali, il risultato ha dello straordinario. Obama prende il 43 per cento del voto bianco, il 95 del voto nero, il 67 di quello ispanico e il 62 dell'asiatico (fonte "New York Times"). Solo Bill Clinton ottiene lo stesso voto presso i bianchi, nel 1996, e solo Clinton (1996) e Michael Dukakis (1988) nel voto ispanico. Nessun candidato prima ha mai ottenuto di più nel voto nero e asiatico. Di fatto è il miglior risultato ottenuto da un presidente democratico in tutte le aree del voto etnico, nelle ultime sette elezioni statunitensi.
Il segno generazionale di questa preferenza è evidente. Contrariamente a ogni previsione, i giovani latini, figli di genitori (elettoralmente) conservatori, votano in massa Obama. Inoltre, Obama vince sempre nelle aree economicamente vitali, che sono anche quelle a maggior mescolanza razziale. Per esempio, nel cosiddetto "nuovo sud", o nelle zone dell'ovest a veloce crescita come le Rocky Mountains, o nelle aree intorno a Orlando, Washington, Indianapolis e Columbus. Il significato di questo elenco non è solo geografico. Le zone a crescita veloce negli Stati Uniti sono colorate da un misto di etnie; aree urbane, con gente sotto i quaranta anni. Questa America multirazziale non è il prodotto di nuove ondate di immigrazione o seconde e terze ondate di "integrati". Sono prodotto primario della fusione che nel tempo è stata prodotta sul lavoro e soprattutto nelle scuole, grazie alla politica delle quote, e dai matrimoni misti che ne sono la naturale espansione. È il profilo di una società e di una generazione in cui la razza è secondaria, soprattutto perché in gioco di razze ormai non ce ne sono più solo due, ma tre e a volte più.
Una multietnicità in rapido sviluppo, per altro. Secondo i dati del Census Bureau, negli Stati Uniti il numero dei latini e degli asiatici è destinato a una veloce crescita:  nel 2050 gli ispanici triplicheranno, passando dagli attuali quarantasette milioni a centotrentatré milioni, arrivando a costituire quasi il trenta per cento di tutti gli americani:  e gli asiatici passeranno dagli attuali sedici ai quarantuno milioni. Se anche si volessero mantenere le linee razziali, di fronte a questi numeri, sarebbe impossibile.
Ma se la multietnicità definisce la generazione di Giosuè, dove è la sua terra promessa?
L'attraversamento che Obama promette loro, in realtà non è fisico, non è lontano, ma è il qui e ora, e dentro ciascuno. È la stessa America ma raggiunta attraverso una diversa idea di sé. "Noi siamo americani che dicono al mondo che non siamo mai stati solo un elenco di Stati rossi e blu:  noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d'America", dice, appunto, il neoeletto a Chicago di fronte a una immensa folla (multietnica) la sera della vittoria. È la riconduzione a una sola identità, dopo tanti anni di identità diverse che coabitavano, che permette a Obama di dire che sarà il presidente di tutti gli americani. Una collezione di razze che, così come non definisce più le aree locali, non definisce più territorialmente nemmeno solo gli Stati Uniti d'America:  da qui l'eco di partecipazione e familiarità che queste elezioni suscitano nel mondo.
Cosa fonda in una sola identità questo miscuglio, credo sarà oggetto di studio e di discussione per tutti gli anni prossimi. Personalmente mi convince quello che ha scritto un giornalista americano di origini asiatiche, Tom Huang:  "Tanto della nostra identità è fondato nel sentirci outsider, stranieri, nell'essere cioè dentro gli Stati Uniti, ma fuori dal suo discorso nazionale. Uno guarda a Obama e vede che anche lui ha dovuto affrontare la stessa estraneità e le stesse offese. Lui è la cosa più vicina all'idea di un immigrato che arriva alla Casa Bianca. Lui è qualcuno che capisce il lungo viaggio fatto dagli americani asiatici e da qualunque altro straniero".
La vittoria di Obama simbolizza dunque the overcoming, il superamento. Nel senso più generale che può descrivere il percorso di chi da escluso che era, è diventato parte di una entità comune.



(©L'Osservatore Romano 11-12 maggio 2009)
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