Le Logge vaticane una scuola per il mondo

Raffaello Sanzio a San Pietroburgo
per ordine della zarina


Martedì 19 maggio 2009 ai Musei Vaticani viene presentato il volume di Nicole Dacos Le Logge di Raffaello. L'antico, la Bibbia, la bottega, la fortuna (Milano - Città del Vaticano, Jaca Book - Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagine 349, euro 130). Pubblichiamo l'intervento del Direttore dei Musei Vaticani.

di Antonio Paolucci

Per capire quello che hanno significato, per la cultura universale, le Logge di Raffaello bisogna andare all'Ermitage di San Pietroburgo. L'Ermitage - come tutti sanno - è un museo immenso, onnivoro, iperbolico. Tutte o quasi le culture figurative d'Europa e del mondo vi sono rappresentate. Si cammina per chilometri attraverso gallerie infinite e sale sfarzose gremite di statue romane e rinascimentali, di Rembrandt, di Rubens, di Tiziano, di Raffaello. All'Ermitage c'è l'archeologia greco romana, mediorientale, asiatica, ci sono collezioni etnografiche stupefacenti, ci sono gli Impressionisti, ci sono raccolte sterminate di ritratti, di armi, di mobili, di oreficerie, di arredi. L'Ermitage resta indimenticabile perché rappresenta la voracità, la bulimia della Russia degli zar nei confronti della cultura d'Occidente.
Ebbene, il visitatore ignaro che entra per la prima volta all'Ermitage prova, arrivato a un certo punto del percorso, una specie di spaesamento. Perché non lontano dalla sala che ospita i supremi capolavori di Antonio Canova - la Ebe, le Tre Grazie, Amore e Psiche e così via - incontra un ambiente assolutamente imprevisto e imprevedibile. Questo ambiente è la riproduzione esatta, scala al vero, delle Logge di Raffaello. Per un attimo penserà di essere a Roma, in Vaticano. Invece si trova a cinquemila chilometri da Roma, all'Ermitage di San Pietroburgo, nella luce boreale del Golfo di Finlandia.
A volere nella capitale del suo immenso e ancora semibarbaro impero il clone delle Logge vaticane fu la grande zarina Caterina. Non era mai stata a Roma. Le Logge le conosceva soltanto nelle stampe incise da Giovanni Volpato ma furono ugualmente, per lei, amore a prima vista.
Così, il 1° Settembre 1778 ne scrive al suo segretario il barone Friedrich Mechior von Grimm:  "Oggi pomeriggio mi sono capitati fra le mani i soffitti delle Logge. Solo la speranza mi sostiene; vi prego di salvarmi:  scrivete subito a Reiffenstein, ve ne prego, che faccia copiare queste volte a grandezza naturale, e anche i muri, e io faccio voto a San Raffaello di far costruire le sue logge, e di mettervi le copie, perché bisogna assolutamente che io le veda come sono".
Gli zar di Russia ottenevano sempre quello che volevano e le loro risorse finanziarie erano virtualmente infinite. Avvenne così che l'architetto italiano Giacomo Quarenghi progettò e realizzò a tempo di record nel palazzo dell'Ermitage un ambiente che era la copia esatta delle Logge vaticane. Mentre a Roma il pittore Cristoforo Untempergher, l'allievo di Anton Raphael Mengs che in quegli anni era considerato il numero uno in città, realizzava le copie dagli affreschi. Lavorava con lui un folto gruppo di artisti; Felice Giani, Gian Battista Dall'Era, Andrea Nesserthaler, Peter Wenzel, fra gli altri.
Per anni la "fabbrica" delle Logge di Raffaello per la zarina di tutte le Russie, fu una delle principali attrazioni in città. Il Papa andò per ben due volte a visitare lo studio di Untempergher. Goethe, a Roma nel settembre del 1787, fece in tempo a vedere, parlandone con ammirazione, le copie ancora fresche di vernice, pronte a essere imballate per San Pietroburgo.
L'episodio che ebbe per protagonista Caterina di Russia non è che una testimonianza, fra le tante possibili, della immensa fortuna che incontrarono in Europa, fra XVI e XIX secolo, le Logge di Raffaello. Esse furono veramente "scuola del mondo", il loro esempio influenzò la storia dell'arte dalla Francia alla Spagna, alla Germania, generazioni di artisti - da Annibale Carracci a Nicolas Poussin, da Domenichino a Ingres - le hanno considerate il modello supremo al quale ispirarsi.
C'è stata un'epoca in cui si veniva in Vaticano per la statuaria classica, per il Laocoonte, per l'Apollo del Belvedere e poi per Raffaello; il Raffaello delle Stanze e, più ancora, delle Logge. Non si veniva, come oggi, per Michelangelo considerato troppo drammatico, troppo brutale, troppo tutto. Così cambia il gusto, così muta, nel passare delle generazioni, l'immaginario estetico degli uomini e delle donne!
Per chi, come me, continua a considerare Raffaello il pittore in assoluto più grande del passato millennio e le Logge il suo lascito più significativo, il libro appena uscito per i tipi della Jaca Book nella collana dei "Monumenta Vaticana selecta", è un meraviglioso regalo.
Le Logge di Raffaello in Vaticano hanno finalmente l'edizione scientifica, minuziosamente e sontuosamente illustrata, che il mondo degli studi attendeva. L'autrice è Nicole Dacos, docente a Roma e a Siena, senior guest scholar al Getty di Los Angeles e alla National Gallery di Washington, autrice di monografie e di cataloghi prestigiosi. Basti ricordare per tutti quello della mostra "Fiamminghi a Roma 1508-1608" e il "Roma quanta fuit" del 1995. Delle Logge di Raffaello si occupa dalla fine degli anni Sessanta quando era ricercatrice al Warburg Institute di Londra. Sull'argomento ha già pubblicato un libro uscito nel 1977 e riedito nel 1986. Ora ci consegna la sua definitiva fatica, risultato di quaranta anni di studi, di approfondimenti, di rettifiche.
Ma che cosa sono le Logge di Raffaello? Sono una galleria coperta, scandita in tredici campate al centro del triplice porticato ideato dal Bramante per mascherare il vecchio Palazzo Apostolico e raccordarlo al Belvedere.
Un tempo la Loggia era aperta sul cielo e sul paesaggio di Roma. Le vetrate sono state messe in opera soltanto nel XIX secolo per preservare pitture e stucchi da un degrado altrimenti inarrestabile. Nella volta scorrono in successione cinquantadue scene religiose. È la cosiddetta "Bibbia di Raffaello", la restituzione per immagini più conosciuta e più popolare del mondo, riprodotta innumerevoli volte, dalle incisioni cinquecentesche ai moderni santini della prima comunione.
Tutto intorno, negli affreschi e negli stucchi, la gloria dell'Antico - un repertorio sterminato di grottesche e di immagini in rilievo tratte dalla statuaria classica, dalla glittica, dalla numismatica - si mescola alla gloria della Natura significata da un tripudio di fiori, di frutta, di uccelli. È la Domus Aurea di Nerone, è lo splendore della bellezza visibile, il tutto santificato dalla rivelazione cristiana.
Ciò che ha del prodigioso è la velocità della progettazione e della esecuzione. Il 16 giugno 1519 Baldassarre Castiglione annuncia a Isabella d'Este la conclusione del cantiere con queste parole:  "Hor si è fornito una loggia dipinta:  e lavorata de stucchi alla antica:  opra di Raphaello:  bella al possibile:  e forsi più che cose che si vegga hoggi dì de moderni".
A Raffaello restava meno di un anno di vita. Nell'estate del 1519 consegnava al suo coltissimo sovrano, Papa Leone X Medici, il capolavoro supremo.
Come ha potuto Raffaello produrre in un tempo così breve un'opera di queste dimensioni e di questo impegno? Questa è la domanda cruciale. Lo ha fatto utilizzando una squadra di geniali collaboratori, i cosiddetti "giovani di Raffaello". Il merito più grande del libro della Dacos è di aver distinto, in maniera che io credo definitiva, lo stile di ognuno:  Giulio Romano, Perin del Vaga, Polidoro da Caravaggio, Gian Francesco Penni, Giovanni da Udine, Vincenzo Tamagni, il francese Guglielmo de Marcillat, gli spagnoli Pedro Machuca e Alonso Berruguete. Era un impegno improbo distinguere i molti maestri che, sotto la direzione di Raffaello, condussero il grande cantiere. Era un impegno che aveva affaticato molte generazioni di storici dell'arte da Giorgio Vasari a Roberto Longhi a Konrad Oberhuber. Grazie a questo libro Nicole Dacos è riuscita nella bella e degna impresa con risultati ammirevoli e del tutto convincenti.



(©L'Osservatore Romano 18-19 maggio 2009)
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