Nel 1968 nasceva il quotidiano cattolico italiano fortemente voluto da Paolo VI

Decenni di «Avvenire» dietro le spalle


È in uscita il libro La nascita di Avvenire. Una pagina sconosciuta nella storia della Chiesa italiana (Milano, Avvenire, pagine 70). Anticipiamo l'introduzione dell'autrice.

di Eliana Versace

Il 4 dicembre del 1968 usciva nelle edicole italiane il primo numero del nuovo quotidiano cattolico nazionale, "Avvenire", nato dalla fusione tra due importanti e gloriose testate preesistenti, "L'Italia", edito a Milano, e "L'Avvenire d'Italia", pubblicato a Bologna.
Se si provasse però a compiere un'accurata ricerca storiografica sull'avvenimento, comunque di rilievo nel panorama dell'intera stampa italiana, non dunque soltanto di quella cattolica, si troverebbero solo alcuni cenni, poche righe, anche nei più noti e diffusi testi di storia del giornalismo italiano. Qualche paragrafo in più, ma sempre con scarne, troppo essenziali, notizie sarebbe reperibile sui manuali di storia della stampa cattolica. È dunque riscontrabile una grave lacuna storiografica su un avvenimento che ha influito in maniera certamente non marginale, ma - al contrario - incidendo in modo non trascurabile, nel panorama giornalistico nazionale.
La nascita di "Avvenire" tuttavia non fu solo questo. Se mancano precise e affidabili ricostruzioni sulla vicenda, probabilmente lo si deve alla stessa, speciale, natura del quotidiano cattolico.
Affrontare e ripercorrere allora le origini del giornale significa aprire, per la prima volta, una pagina sconosciuta e sorprendente nella storia della Chiesa pellegrina in Italia. La vicenda di "Avvenire" infatti trascende l'esperienza circoscritta a uno strumento editoriale per elevarsi invece e coinvolgere, con un ruolo di assoluto protagonismo, i massimi vertici della Chiesa cattolica.
Ricostruire la genesi del primo quotidiano cattolico nazionale consente inoltre di schiudere uno squarcio d'indiscutibile rilevanza, e ancora oggi poco noto, nella biografia di Papa Paolo VI. Infatti, se si può riconoscere ad "Avvenire" un padre, se si dovesse indicare un fondatore, questo fu sicuramente Paolo VI che in maniera energica, oltre che con costanza e determinazione, desiderò e volle questo giornale, affrontando il parere contrario di quasi tutto l'episcopato italiano, vincendo le perplessità del presidente della Cei, il riluttante cardinale Giovanni Urbani, superando le prevedibili resistenze dell'arcivescovo di Bologna, il cardinale Giacomo Lercaro e quelle, meno prevedibili ma altrettanto drastiche, dell'arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo.
Si potrebbero di seguito riproporre, in questa sede, riflessioni e assunti che riprendono facili e diffusi stereotipi, e che ci consentirebbero di liquidare sbrigativamente la nascita di "Avvenire" come un frutto della sua stagione, gli anni Sessanta, e presentarlo come figlio del Concilio, e del Sessantotto. Ma commetteremmo un grave errore. Seppure la Chiesa, durante il concilio, si aprì come non mai alla riflessione sul ruolo e l'importanza dei mezzi di comunicazione sociale, promulgando per primo il decreto Inter mirifica, non fu da questo evento che scaturì il desiderio e la risolutiva volontà del Papa per la creazione di un giornale nazionale.
In questo senso - e solo in questo senso - "Avvenire" non è figlio del concilio.
L'aspirazione del Pontefice per un giornale cattolico nazionale aveva infatti radici storiche più profonde. Per Paolo VI, figlio di un giornalista, e autorevole firma dei periodici fucini, vigile custode de "L'Osservatore Romano" durante gli anni trascorsi in Segreteria di Stato, anche attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione si sarebbe dovuta compiere quella necessaria e irrinunciabile azione di apostolato a cui tutti i credenti sono chiamati. Fu sempre in questi termini infatti che Paolo VI si espresse, in ogni circostanza, su quello che avrebbe dovuto essere il ruolo e la funzione del quotidiano che tanto desiderava, che fece nascere e che accompagnò con paterna benevolenza nel suo primo decennio di vita, sostenendolo con immutata fiducia nelle inevitabili fragilità che sempre accompagnano la prima crescita.
Solo un'unica voce dei cattolici italiani avrebbe potuto sperare di evangelizzare, educare e uniformare il mondo cattolico italiano, che veniva in quegli anni, fragorosamente scosso da fenomeni di dissenso e contestazione. La voce forte di una Chiesa unita:  questo avrebbe dovuto diventare "Avvenire" nelle intenzioni del Pontefice. Solamente una Chiesa unita infatti avrebbe saputo affrontare le incalzanti sfide della modernità e adempiere al proprio essenziale compito missionario di annunciare instancabilmente la Verità di cui è portatrice. Questo, nel pensiero del Papa, era anche il vero significato del termine "dialogo", troppo spesso soggetto a malintese interpretazioni e fraintendimenti. "Il nome, oggi diventato comune, di dialogo è missione", dirà con evidente chiarezza Paolo VI, nella sua prima enciclica programmatica, Ecclesiam suam, e il necessario colloquio con il mondo moderno, non avrebbe dovuto mirare alla semplice conoscenza o fornire formule di pacifica convivenza, ma doveva invece diventare "dialogo della salvezza", finalizzato all'annuncio di Cristo e alla conversione, senza dubbi e cedimenti. "La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo - è precisato sempre nell'Ecclesiam suam - non può essere una debolezza rispetto all'impegno verso la nostra fede".
Anche in questo senso al giornale cattolico spettava, secondo i desideri e le indicazioni ripetutamente e pubblicamente espresse da Paolo VI, il dovere di svolgere una funzione di apostolato, di collaborare all'annuncio e alla diffusione del Vangelo, e di difendere quegli irrinunciabili valori, umani prima ancora che cristiani, minacciati da nuove, pericolose e pervasive forme di laicismo che insidiavano la società italiana.
Riassumendo il compito che spettava al suo giornale in quel delicato frangente storico, il direttore Angelo Narducci, che guidò "Avvenire" fin quasi dalla sua origine e per un decennio, ammise a un certo punto di aver condotto un'opera di "contro informazione", così che la Chiesa potesse dispiegare al meglio il proprio insegnamento, mentre tutta la grande stampa italiana "non faceva altro che dar rilievo a tutto ciò che poteva essere nocivo alla Chiesa, a tutto ciò che poteva mettere in cattiva luce i vescovi, il Papa e quella che, con un falso discredito, si chiama "Chiesa del consenso"".
In questo senso si può ritenere "Avvenire" un figlio dei suoi anni, nato proprio in quel 1968 - per caso e non per scelta, ma quasi rispondendo a un disegno provvidenziale - quando i fenomeni di contestazione trovarono la maggiore eco nel mondo giungendo, in maniera fino ad allora impensabile, a lambire la stessa autorità del Pontefice, che proprio in quell'anno venne pubblicamente dileggiato e aspramente contestato, anche in diversi ambienti cattolici, a seguito della promulgazione dell'enciclica Humanae vitae.
A quarant'anni di distanza, si può provare a tracciare una prima ricostruzione storica sulla vicenda di "Avvenire"?
Un profilo, rigorosamente ancorato a una nuova documentazione, fino a oggi inaccessibile e inedita, lo si può sicuramente delineare a partire dagli avvenimenti che portarono alla nascita del primo quotidiano nazionale dei cattolici italiani e, ancora in parte, sul primo decennio di vita del giornale, sino alla fine degli anni Settanta che, pure nella storia di "Avvenire", segnarono una radicale svolta. Nel 1978 moriva Paolo VI, il Papa che tanto aveva voluto e protetto il giornale, ma già l'anno precedente aveva lasciato il proprio incarico di sostituto alla Segreteria di Stato, per diventare arcivescovo di Firenze, monsignor Giovanni Benelli, figura non secondaria che meriterebbe di essere riscoperta ed esplorata e che, insieme e per conto di Paolo VI, aveva sin dall'inizio vigilato sulle vicende del quotidiano. Nel 1979 infine lasciò la guida del giornale Angelo Narducci, il direttore che per un decennio e con mano salda ne era stato al timone, consolidandone il profilo e portandolo a una ampia diffusione sul territorio nazionale.
All'inizio degli anni Ottanta si inaugurò per il giornale, una nuova gestione, con altri dirigenti e altri amministratori che avrebbero raccolto l'eredità dei fondatori, protagonisti principali nella vicenda del quotidiano, riorganizzandolo e dando inizio a una stagione altrettanto vivace e complessa, i cui confini sono però strettamente legati all'attualità e che pertanto non è ancora giusto né possibile esplorare.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2009)
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