Dopo la bufera rivoluzionaria nel secolo di Nietzsche e di Kierkegaard

Inquietudini e fughe del curato d'Ars


Il cardinale penitenziere maggiore emerito ha tenuto presso il collegio di San Norimberto a Roma una relazione sulla figura di san Giovanni Maria Vianney. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

di James Francis Stafford

Nel 1857, due anni prima della morte di Jean-Marie Vianney, Richard Wagner aveva iniziato a lavorare alla sua ultima opera, il Parsifal. Friedrich Nietzsche, che era stato intimo amico e grande ammiratore del compositore, ruppe l'amicizia e lo criticò fortemente perché la conversione di un principe medievale all'ideale cattolico della castità era, secondo il filosofo, "un ripiegamento disperato verso il cristianesimo". Inoltre accusò Wagner di tradire "la sana sensualità" e di ritirarsi nel mondo irreale di Arthur Schopenhauer. In questo difficile clima culturale operò l'abbé Vianney, il curato d'Ars, del quale quest'anno ricorrono i centocinquanta anni dalla morte.
Ricostruendo la vicenda terrena del santo nel suo Lex levitarum, or, Preparation for the cure of souls, pubblicato nel 1905, John Cuthbert Hedley, il benedettino inglese che fu il secondo vescovo di Newport e Menevia nel Galles (1880-1895), scrisse che il santo era caratterizzato dalla "devozione pastorale". Per "devozione pastorale" Hedley intende principalmente "tre qualità:  l'amore di Dio, l'amore delle anime e ciò che io chiamerei l'istinto della conquista". Una conquista che viene dalla battaglia combattuta dal curato contro se stesso e contro il diavolo per tutti i quarantuno anni trascorsi ad Ars. La lotta iniziò nel 1818, con un abbraccio prima agli abitanti del piccolo villaggio e poi ai pellegrini che giungevano da tutto il mondo e che solo nell'ultimo anno di vita del curato, il 1859, furono oltre centomila.
Sin dall'inizio egli introdusse i suoi parrocchiani ai misteri di Cristo. In altre parole, usò ciò che oggi viene chiamano metodo mistagogico. Ma invece di utilizzare i sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia, la sua scelta fu quella di privilegiare la penitenza - che viene detto secondo Battesimo - e appunto l'Eucaristia, chiamando al contempo il suo popolo agli ideali ascetici che caratterizzano l'esistenza di quanti vivono questi misteri.
Jean-Marie arrivò ad Ars per la prima volta nel tardo pomeriggio del 9 febbraio 1818. Il paesaggio era reso invisibile da una nebbia invernale. Si perse quando oramai era giunto alla fase finale di un viaggio a piedi di trenta chilometri, iniziato a Ecully dove si trovava la sua prima parrocchia. Attraverso la folta foschia intravide dei giovani pastori che badavano al loro gregge e chiese indicazioni per arrivare al villaggio di Ars. La maggior parte dei bambini conoscevano solo il dialetto, ma tra loro ce ne era uno che parlava un po' meglio, Antoine Givre, fu lui a indicargli la strada. In segno di gratitudine, il curato gli rispose:  "Mio giovane amico, mi hai mostrato la strada per Ars, io ti mostrerò la strada per il paradiso". Poi procedette per la sua strada, non sapeva che dopo la sua morte, nel 1859, Antoine sarebbe stato il primo cittadino di Ars a seguirlo.
I pochi beni del nuovo curato, lo seguivano in un carro. Comprendevano qualche vestito, un comodino di legno e dei libri che gli erano stati lasciati dall'abbé Charles M. Balley, suo primo pastore e padre spirituale, morto nel 1817. L'abbé Francis Trochu parla nella sua biografia di altri due oggetti che erano stati trasportati nel carro:  un ombrello e uno specchio:  "Fino al giorno della sua morte lui, che era distaccato da tutte le cose materiali, insistette nel volere sulla mensola del camino lo specchio di Balley, perché in quello "si era riflesso il suo viso"". Due semplici oggetti - un ombrello e uno specchio - evidenziano la quotidianità che definiva il mondo del curato.
Perché focalizzare l'attenzione su questi due oggetti personali e non, per esempio, sul suo confessionale? Mi è stato detto che sia l'ombrello sia lo specchio si trovano ancora nella rettoria di Ars. Entrambi parlano dell'importanza del padre spirituale del curato, Balley, senza la cui amicizia e guida Jean-Marie Vianney non sarebbe mai stato chiamato dalla Chiesa all'ordinazione sacerdotale.
Questi due elementi terreni sono inoltre riconducibili a due virtù che il curato chiamò la sua gente a praticare. In particolare l'ombrello era un segno della devozione e della povertà non solo di Jean-Marie ma anche del suo pastore Balley. Nel 1815 quando Jean-Marie fu mandato come vicario della parrocchia nella quale Balley era pastore, i due diedero immediatamente vita a una comunità sacerdotale di preghiera quotidiana che durò fino alla morte - due anni più tardi - di Balley. Inoltre, insieme fecero frequenti pellegrinaggi al vicino santuario di Nostra Signora di Fourviéres, a Lione. Erano così poveri che possedevano solo un ombrello, che condividevano in caso di pioggia.
Come segnalavo prima, il biografo del curato d'Ars, l'abbé Francis Trochu, ha introdotto i capitoli sul suo ministero pastorale affermando che il trentunenne sacerdote aveva "l'istinto della conquista" e la "devozione pastorale", che rievoca la prima devozione descritta negli Atti degli apostoli:  "Erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui" (1, 14). Qui il termine "devoto" ha una valenza teologica, significa "tenersi fermamente" alla preghiera, che costituisce l'oggetto a cui aggrapparsi. La parola, che viene usata per descrivere la vita della comunità cristiana, esprime uno degli aspetti che contraddistingue il primo periodo del cristianesimo:  l'unità orante con il Padre attraverso la filiazione divina.
I capitoli successivi della biografia di Trochu elaborano le "conquiste":  la pratica eroica della preghiera, dell'umiltà, della pazienza e della mortificazione. Ognuna di queste pratiche sacerdotali richiamavano a una profonda interiorità.
Un tesoro lasciato da Jean-Marie Vianney è la preghiera che attesta proprio quest'ultimo aspetto:  "Ti amo, oh mio Dio, e il mio unico desiderio è di amarti fino all'ultimo respiro della mia vita. Ti amo, oh infinitamente amabile Dio, e preferirei morire amandoti piuttosto che vivere senza amarti. Ti amo, Signore, e la sola grazia che chiedo è di amarti per l'eternità (...) Dio mio, se la mia lingua non può dirTi ogni momento che Ti amo, voglio che il mio cuore Te lo ripeta tanto spesso quanto il mio respiro". Questa preghiera contiene un'invocazione ripetuta tre volte:  "Ti amo, oh Dio!".
Il curato ha potuto scrivere una preghiera di tale sorprendente semplicità solo grazie alla sua lunga e fedele esperienza di confessore.
Nel confessionale di Ars lui cristallizzò la sua viva fede:  al Padre che è in cielo espresse il desiderio di morire con l'amore di Dio, piuttosto che vivere senza di Lui. La sua ricerca della verità ha rappresentato non solo la nascita ma anche la morte della sua interiorità. Qui è evidente il ruolo dell'inquietudine nella disciplina del santo.
Tra le cose più difficili da comprendere nella vita e nel ministero del curato figurano i suoi tre tentativi di fuga da Ars. Il primo avvenne nel contesto delle calunnie che lo colpirono durante e dopo la rivoluzione del luglio del 1830, il secondo nel 1843, e l'ultimo nel 1853. Come comprendere queste "evasioni" o "fughe"?
Sembra che la crescente consapevolezza dell'inalienabilità della morte fosse il motivo principale dei suoi tre "dolorosi, misteriosi e perturbanti" tentativi di fuga da Ars. Ma in realtà era una prospettiva originale derivata da un'inclinazione sacerdotale. Sia Martin Heidegger sia Søren Kierkegaard collegano la quotidianità dell'irrequietezza unicamente alla morte. Il ministero sacerdotale del santo sviluppò una crescente consapevolezza del significato di una omelia medievale - citata da Heidegger in Essere e Tempo - secondo la quale "non appena un uomo entra nella vita, è già vecchio abbastanza per morire".
Riguardo all'origine e agli effetti dell'inquietudine di Jean-Marie nei confronti della morte, è importante sottolineare che vi era qualcosa che trascendeva le tesi di Heidegger e persino quelle di Kierkegaard. Questo è evidente nelle varie fasi della vita e del ministero del curato. Fede, speranza e carità sono le fondamenta di tutta la genuina inquietudine cristiana.
Nel 1843, il curato spiegò a un amico le origini della propria inquietudine che lo condusse al primo tentativo di "fuga" da Ars. "Ah, non è il lavoro (del ministero sacerdotale) che costa; ciò che mi terrorizza è il bilancio della mia vita come curato". Allo stesso tempo, confessò a un altro amico:  "Tu non sai cosa significa passare dalla cura delle anime al tribunale di Dio".
La sua inquietudine aveva le radici nell'esperienza di confessore. Ogni volta che entrava nel confessionale, iniziava la sua morte, perché viveva quello che Gesù voleva per quel penitente. Illuminante la descrizione che Hans Urs von Balthasar ha elaborato sull'inquietudine cristiana e anche l'applicazione di questa descrizione al compito confessionale del curato:  "Un cristiano può farsi carico ed essere solidale (con i peccatori) proprio nella misura in cui si è separato dal peccato. Può entrare nell'inquietudine, a nome del peccatore, nella misura in cui si sia, oggettivamente, liberato dall'angoscia del peccato".
Per decine d'anni egli ascoltò confessioni per diciotto ore al giorno. Nel villaggio di Ars, che contava all'incirca duecentotrenta anime quando il curato arrivò nel 1818, durante il suo ultimo anno di vita, nel 1859, giunsero più di centomila pellegrini. Perché andavano? I pellegrini sapevano che non sarebbero stati guardati "teoreticamente". Il curato non li guardava come un fisico osserva le particelle dell'atomo. C'era qualcosa di più nella sua presenza.
Io stesso ho sperimentato quel "qualcosa in più" alla presenza di madre Teresa di Calcutta. Lei stava visitando l'abbazia di Walburga, in Boulder, nel Colorado, alla fine degli anni Ottanta e dopo cena, passeggiò con noi, eravamo circa trenta persone. In quel momento avvertii qualcosa che solo lei apparentemente provò:  il mistero di essere separati quando avremmo dovuto essere uniti. Successivamente, percorrendo un corridoio, si fermò a lungo davanti a un crocifisso e poi, dopo un momento di silenzio, disse quietamente:  Sitio ("Ho sete").
Questa breve affermazione d'intensa preghiera, ha vinto il senso di angoscia radicata nella nostra fragile contingenza. Allo stesso modo, uno sguardo veloce alla profonda vita spirituale del curato, che era intrisa dell'amore di Dio e di Cristo, spronò migliaia di persone ad avere una più profonda fiducia.
Da un punto di vista di una personalità cattolica del medioevo, Mechtild di Magdeburgo:  "Amore senza conoscenza è oscurità per l'anima saggia. La conoscenza incompleta è come la sofferenza dell'Inferno". Mechtild insiste sull'abbraccio della morte, perché tale generoso abbandono alla volontà di Dio produce molti frutti, questo dono totale di sé a Dio può essere portato a completamento soltanto quando qualcuno, per obbedienza a Dio, risponde alla Sua chiamata alla morte.
L'obbedienza a Cristo fino alla morte, per il curato d'Ars significava consacrarsi  alla verità, tema che Benedetto XVI ha affrontato nell'omelia tenuta durante la messa del Crisma del Giovedì santo 2009, quando ha citato Gesù  all'ultima  cena,  "per  loro io consacro  me  stesso,  perché siano anch'essi consacrati nella verità". (Giovanni, 17, 19).
L'amore, richiamato nella preghiera citata precedentemente, fu donato generosamente dal curato. Chiunque lo incontrava ne era convinto. Tutti i testimoni parlano della sua straordinaria presenza e della generosità della sua persona. Il curato amò Dio senza lamentarsi, non poteva quindi ignorare coloro che Dio ama.
Notevole fu l'influenza che la santità del curato ebbe sulla gente del posto. Immediatamente dopo il suo arrivo ad Ars, i parrocchiani si resero conto del suo modo di fare. Nell'oscurità che precede l'alba, quando la sua piccola lanterna si poteva intravedere attraverso le modeste finestre dell'edificio, in molti scoprirono che potevano trovare il loro pastore prostrato in preghiera nella chiesa. Rimaneva lì fino all'alba. E questa sua abitudine a pregare proseguì per anni, fino a che il confessionale richiese la sua totale attenzione. Capitava che gli chiedessero in che modo pregasse. Lui glielo spiegava e loro memorizzavano la sua preghiera. "Mio Dio - invocò una volta nell'oscurità delle primissime ore del mattino - donami la conversione della mia parrocchia; sono disposto a soffrire tutta la mia vita, farò qualsiasi cosa che ti possa far piacere, mettimi tutto il peso che vorrai sulle spalle, sì anche per centinaia di anni sono pronto a resistere alle sofferenze più laceranti, ma fa che il mio popolo si converta".
Il curato amava raccontare la storia di un buon contadino che faceva parte dell'antica Compagnia del Santissimo Sacramento ad Ars. Il suo nome era Louis Chaffangeon. Fino a che non aveva visto pregare le donne, era soddisfatto di far parte del corteo che portava una candela nei giorni della benedizione o di partecipare alle processioni. Ma l'esempio delle donne operò in lui una profonda conversione.
Lasciamo raccontare al curato la sua storia:  "Un po' di anni fa morì un uomo della parrocchia, che era entrato in chiesa la mattina per pregare prima di andare fuori nei campi, lasciò la sua zappa fuori la porta e si perse totalmente in Dio. Un vicino che lavorava non lontano da lui, e lo vedeva solitamente nei campi, si meravigliò della sua assenza. Sulla strada per tornare a casa, guardò in chiesa, pensando che l'uomo potesse essere lì. Infatti lo trovò nella chiesa. "Ma che fai tutto il tempo qui?" chiese l'uomo. E l'altro gli rispose:  "Guardo il buon Dio, e lui guarda me"".
Grazie alla guida pastorale del curato, molti altri parrocchiani divennero contemplativi silenziosi davanti dell'Eucaristia. Entrando in chiesa il contadino scorse una piccola fiammella rossa davanti al tabernacolo. Si rese conto della Realtà divina davanti a lui. Attraverso l'esempio del curato e i suoi insegnamenti, capì che il suo mondo non era limitato al lavoro nei campi e che il tabernacolo ne faceva parte. Quest'uomo rappresenta soltanto uno degli abitanti di Ars che avevano interrotto la routine della vita quotidiana e erano stati scossi dalla guida spirituale di Jean-Marie.
Attraverso la santità, la preghiera, la penitenza e il senso della comunità, il curato aiutò la sua gente a superare il superficiale moralismo del giansenismo francese. Spronò gli uomini e le donne a uscire dalla quotidianità e dietro il suo esempio l'intera parrocchia cambiò direzione.
Concludo con tre raccomandazioni. L'istinto della conquista del curato d'Ars fu acceso dal suo amore per Dio attraverso la preghiera. Quotidianamente, la preghiera prolungata è essenziale per la vita del sacerdote con Dio, ma senza mortificazione è impossibile pregare. Inoltre, l'intera pratica della virtù dell'obbedienza durante la vita quotidiana nella Chiesa è una preparazione a dire fiat alla morte. Nell'obbedienza alla fede noi troviamo la nostra consolazione. Infine, la pratica dell'ascolto in confessionale conduce il sacerdote a una profonda condivisione nell'angoscia "mistica" di Cristo e "dell'infinita incongruenza della Croce".



(©L'Osservatore Romano 18 luglio 2009)
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