Pubblicati gli atti del simposio sulla storia della Penitenzieria Apostolica

La disciplina della misericordia


di Sergio Pagano

La penitenza sacramentale cristiana potrebbe essere racchiusa, nel suo valore teologico più vero e profondo, in una bella immagine che Papa Leone ix usò nell'anno 1050 per l'assoluzione del prete inglese Andrea, rimandato da Roma al suo vescovo riconciliato con Dio e con la Chiesa, assolto non tam considerantes mensuram temporis - ovvero i sette anni in cui il prete aveva fatto penitenza pubblica - quam penam doloris. Il dolore del peccato, l'offesa recata dal peccatore a Dio e ai fratelli (alla Chiesa), la consapevolezza di aver infranto un amore e di aver tradito la fiducia di Dio, costituivano la più severa pena e meritavano, agli occhi del Papa alsaziano Leone ix, maggiore riguardo e considerazione della rigida "soddisfazione" canonica della penitenza dopo il peccato, del resto necessaria. "I tuoi peccati - scriveva Pascal, ricordato da monsignor Gianfranco Ravasi nel libro di cui tratteremo - ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati". Il dolore, il rimorso, la fedeltà mancata, la constatazione della finitezza umana, del "corpo di peccato" (Romani, 6, 6) dell'uomo vecchio di fronte alla fedeltà di Dio e al suo amore manifestato nella riconciliazione mediante la croce e il sangue di Cristo, sono i nervi scoperti del penitente che la Penitenzieria Apostolica, uno dei più antichi dicasteri della curia romana, se non il più antico, aveva lo scopo di far emergere e di  curare poi con la disciplina della misericordia, più che con quella del rigore.
Ignorata per lungo tempo dalla storiografia, anche cattolica e anche di tenore ecclesiale, la Penitenzieria Apostolica fu illustrata come meritava, e merita, solo a partire dal XVIii secolo, sebbene in quel medesimo tempo subisse gli strali degli illuministi come e forse più degli altri dicasteri della "corte romana". A essa si attribuì una volontà centralizzatrice e di controllo delle coscienze che non ebbe mai. Si volle scorgere nei suoi grandi e più modesti cardinali penitenzieri dei giudici e dei canonisti freddi e burocratici, e insomma si riversò sul tribunale apostolico quel bagaglio di pressappochismi di cui il Settecento - tolte lodevoli eccezioni - inondò la curia romana nel suo insieme - benché in alcuni casi vi fosse certamente materia di censure. La Penitenzieria poté almeno evitare l'accusa, tanto forte in Lutero e nei suoi seguaci e posteri, di avidità di danaro, visto che essa non era un ufficio venale e le sue "grazie" erano concesse sine pecunia. E se qualche aspetto di sapore un poco "curiale" ebbe la Penitenzieria nei secoli bassi del medioevo, essendo chiamata a occuparsi di materie del foro externo, la sciolsero da questi legacci i pontefici successivi, specie Pio v e Benedetto xiv, sicché gradualmente il tribunale venne a occuparsi del solo foro interno, nel quale ha ancora la sua competenza canonica e pastorale.
Questo stato di cose mutò con il xix secolo, quando la seria storiografia positivista si interessò in modo obiettivo e scientifico della Penitenzieria, producendo opere molto valide ancora ai nostri giorni - penso ai lavori di Paul Lecacheux, Emile Göller e Charles Homer Haskins. L'ultimo frutto sulla strada di serio approfondimento storico ed ecclesiale della Penitenzieria, fra analisi storica, giuridica, teologica e pastorale - così monsignor Gianfranco Girotti - si ebbe nel simposio di studio che la stessa Penitenzieria ha voluto dedicare alla sua natura, alla sua storia e alla sua missione il 13 e il 14 gennaio scorsi di cui ora sono appena usciti gli atti curati da Manlio Sodi e Johan Ickx (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine viii+330, euro 20, Monumenta, Studia, Instrumenta Liturgica, 55)
Dire che si tratta di un volume che si muove in una prospettiva storiografica innovativa e parimenti affidabile sarebbe dir poco, perché i saggi in diversi casi rappresentano in se stessi quasi "assaggi" di future indagini condotte interdisciplinariamente. Ne emerge una fucina di elaborazione pastorale, liturgica e teologico-sacramentale, ma anche apprezzabile centro di cultura giuridica originale e di sensibilità pastorale ed ecclesiale dalla sicura e documentata irradiazione in tutta Europa. E non soltanto nel mondo cattolico, ma anche protestante e delle diverse confessioni, che nei pareri e nella prassi della Penitenzieria trovarono motivi di riflessione, di elaborazione e anche di contraddizione. Non sarà un caso se le più recenti pubblicazioni compiute da studiosi che hanno consultato i registri della Penitenzieria, depositati all'Archivio Segreto Vaticano, siano state condotte anche da protestanti o ricercatori provenienti da paesi protestanti e che hanno dimostrato e dimostrano molto interesse al patrimonio concettuale e culturale costituito dalla prassi della Penitenzieria, atteso il fatto - come pure è stato dimostrato - che talune decisioni del tribunale romano, specie in materia di diritto familiare, matrimoniale e di comportamento penale, furono in qualche modo recepite, certo tacite et indirecte, nella prassi civile di comunità, città e regioni d'Europa. È poi noto che al tribunale romano della Penitenzieria ricorreva ogni genere di persone, pentite dei propri delicta, dai più lievi - come l'incidenza nelle censure ecclesiastiche - ai più gravi - come omicidio, violenza, furto e così via.
Le pagine dell'introduzione dei curatori forniscono, in una studiata e tanto inconsueta sintesi, le chiavi di lettura (anche terminologiche) della storia della Penitenzieria che compenetra ovviamente ogni pagina del volume. Subito dopo si apre la sezione storica del tribunale "dalle origini al Quattrocento" con una panoramica biblica dell'arcivescovo Ravasi, con pennellate rapide, incisive e concettose sul termine "penitenza" nella sacra Scrittura. Tocca poi a Ickx tracciare "la nascita di un tribunale della coscienza", ovvero l'ufficio del penitenziere maggiore e della penitenzieria. Ottimo conoscitore della bibliografia riguardante la Penitenzieria e attento indagatore delle sue fonti medievali, l'autore, dopo una panoramica bibliografica esaustiva e interessante, affronta e documenta l'origine del dicastero curiale, ne illustra i personaggi cospicui fra xi e xiv secolo e si muove con agilità nella non facile rete di competenze canonistiche e sacramentali del tribunale - riserva papale, foro interno, foro esterno, legati papali, potere dei vescovi e prerogative pontificie, e via dicendo. Al gesuita Joseph Carola, docente alla Pontificia Università Gregoriana, dobbiamo una lettura patristica, e in specie "agostiniana" degli sviluppi della prassi penitenziaria ai tempi del vescovo di Ippona, che mostra l'influsso della teologia agostiniana, certo secoli dopo ma nella continuità della tradizione della Chiesa, sulla Penitenzieria e la sua prassi (pp. 51-61). Tale lettura patristica mira a evitare due estremi, un approccio meramente dogmatico-confessionale e un approccio soltanto storico. Padre Carola evita così quella presunta scissione fra Chiesa delle origini e Chiesa post-costantiniana nel merito della penitenza pubblica e canonica che non ha ragione d'essere.
Con il saggio di Alfonso Pompei, già docente al Seraphicum, si apre la sezione "teologico-pastorale" del volume ed egli si concentra sulla "teologia per un'efficace educazione catechetica alla penitenza". L'autore si muoveva sulla scorta della teologia sacramentale e pastorale dell'ultimo Concilio, autore di un nuovo rituale della penitenza che tanti studi ha suscitato, anche nel campo liturgico, senza che però questi avessero una lunga presa sui costumi dei fedeli. Il padre Pompei, scomparso di recente, rilevava giustamente che "problemi teologici della Penitenza sono anche problemi della giusta educazione e iniziazione a questo sacramento" dottrina e prassi dovrebbero andare insieme.
La seconda parte del volume si incentra sull'epoca tridentina e Agostino Borromeo tratta la riforma tridentina e postridentina della Penitenzieria Apostolica (1562-1572):  un ampio quadro di analisi e di insieme nel quale si affronta il delicato e cruciale ambito della prassi della confessione tracciato e ribadito con forza dai padri tridentini nel solco della tradizione contro gli attacchi protestanti. Borromeo evidenzia come, in diversi ambiti, i decreti tridentini sulla penitenza abbiano sorretto un profondo e duraturo rinnovamento nella Chiesa e abbiano dettata una prassi che resta in vigore anche ai nostri giorni. È certamente interessante quanto scrive il Borromeo con prudenza e ponderazione riguardo al tanto discusso rapporto fra Penitenzieria e Sant'Officio in merito alla denuncia dell'eresia e degli eretici; viene qui ricondotta nei suoi giusti limiti questo rapporto, che altri studiosi vollero invece vedere come una programmata e voluta associazione dei due istituti per il controllo delle coscienze e del dissenso religioso. Sempre in ambito tridentino e post-tridentino resta il saggio di Pedro Rodríguez, docente all'università di Navarra, incentrato sulla importate riforma della Penitenzieria voluta da Pio v sulla scorta, appunto, dei decreti tridentini e intenzionata a ricondurre le competenze del tribunale alla suprema lex della Chiesa, la salus animarum.
Particolare attenzione riserva Rodríguez al tema della "soddisfazione" e alla relativa teologia. Di un'altra importante riforma della Penitenzieria (Ecclesia semper reformanda) parla subito dopo il cardinale segretario di Stato con un saggio su Benedetto xiv e la riforma della Sacra Penitenzieria Apostolica che circoscrive la sua attenzione alla riforma della Penitenzieria attuata da Benedetto xiv dal 1744 al 1748, ma giustamente la inserisce nel più vasto piano della curia romana perseguito dal Papa bolognese; l'autore mostra con dovizia di documentazione la forte tempra giuridica di Prospero Lambertini che anche nello specifico settore della penitenza, delle pene canoniche, delle indulgenze, seppe muoversi con maestria, tanto da lasciare un'eredità durevole. Altre riflessioni sulla riforma del tribunale voluta da Benedetto xiv sono condotte da Angel Rodríguez Luño, dell'Università della Santa Croce.
La terza parte del volume è dedicata a una panoramica sull'evoluzione della Penitenzieria tra il xx e il xxi secolo. Apre questo ampio quadro di analisi il saggio di Carlo Fantappiè, che illustra un'altra importante riforma del dicastero, quella impressa da Pio x con la costituzione Sapienti consilio del 29 giugno 1908. Fantappiè bene delinea il passaggio del tribunale dalla fine dell'Ottocento agli inizi del Novecento, alle nuove sfide che la modernità e il modernismo lanciavano alla Chiesa; le ragioni e gli scopi di Pio x nella riforma del delicato dicastero curiale sono approfonditi fino alle loro radici teologiche e ideali, che nell'apparentemente "semplice" Papa di Riese erano invece ben profonde, tanto da saper guidare la sua riforma della curia nella prospettiva del rinnovamento del codice di diritto canonico promulgato nel 1917 dal suo successore Benedetto xv.
Pietro Sorci corrobora i rilievi di Fantappiè e ne propone di nuovi, mentre Angelo Maffeis colloca per primo fra i relatori la Penitenzieria ai tempi del concilio Vaticano ii e delucida la visione che del tribunale avevano i padri conciliari fino a giungere alla riforma del rito della Penitenza, promulgato da Paolo vi, che con la nuova revisione del codice di diritto canonico guidò la Penitenzieria a una revisione della propria prassi nel senso delle nuove direttive pastorali.
Da esperto conoscitore della storia liturgica Sodi illustra poi - quasi a modo di guida per i pastori d'anime - le risorse catechetiche, teologiche e spirituali interne all'Ordo Paenitentiae promulgato nel 1973 e tuttora in vigore.
La quarta e ultima parte del volume accoglie saggi sulla situazione della Penitenzieria Apostolica nel contesto degli altri dicasteri della curia romana scritti da specialisti appartenenti ai dicasteri medesimi interessati. Charles J. Scicluna, a partire dalla costituzione di Giovanni Paolo ii Pastor bonus del 1988, evidenzia i punti di contatto e di differenza che vi sono tra la Congregazione per la Dottrina della Fede e le sue competenze in materia di foro interno e la Penitenzieria. Cyril Vasil' tratta del rapporto fra la Congregazione per le Chiese Orientali, le prassi penitenziarie delle Chiese stesse e la Penitenzieria Apostolica; Juan Manuel Sierra López compie il medesimo approfondimento in rapporto alle competenze della sua Congregazione, mentre gli aspetti disciplinari che trovano "concomitanti" le competenze della Penitenzieria e quelle della Congregazione per il Culto Divino sono chiariti da Gérard Njen.
Il rapido, ma preciso quadro di intersecazioni curiali, pastorali e disciplinari, si chiude con le relazioni di Carlo Fabris, che si sofferma sulla trattazione della materia penitenziale che la sua Congregazione deve affrontare nelle diverse Chiese delle missioni; di Ryszard Selejdak che sottolinea lo spazio che deve avere il sacramento della penitenza nella formazione dei sacerdoti, sia quanto alla frequenza personale, sia quanto alla rilevanza che tale sacramento ha nella vita pastorale; del cappuccino William Henn, consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dei Cristiani, il quale mostra brevemente i punti di vicinanza e di "attrito" che ancora vi sono nelle confessioni non cattoliche riguardo al sacramento della Riconciliazione, ma anche le possibilità di discussione che si possono mantenere.
La Chiesa, per mandato del suo Signore, non mira alla punizione dell'errante, né si basa sulla giustizia della legge, ma mira all'economia della gratia, al recupero del peccatore; avversa l'errore ma si china sempre sull'errante, memore del "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei" (Giovanni, v, 8, 7). La lunga, pregnante e umanissima prassi del tribunale curiale verso i peccatori e i penitenti merita ogni riguardo, rispetto, e anche approfondimento, ben oltre gli stereotipi approssimativi per i quali ancora oggi esso è avvicinato o allontanato.



(©L'Osservatore Romano 31 luglio 2009)
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