Teologia impronta della scienza divina

Gettando lo scandaglio
nelle profondità del mistero


di Inos Biffi

È comune, ed è esatto, definire la teologia come "intelletto della fede", o impegno del credente a comprendere, per quanto possibile, il contenuto della Rivelazione Ma occorre subito precisare il senso dell'espressione:  non si tratta di ridurre e di risolvere nei confini della ragione la Parola di Dio, poiché in questo modo si infrangerebbe la Rivelazione.
Si ha teologia non perché la ragione attrae a sé il contenuto della fede, ma perché il contenuto della fede attrae la ragione e la rende "teologica". La teologia non è l'esito della fede che diventa "razionale". Semmai, al contrario, si potrebbe dire che essa si istituisce quando la ragione riceve l'impronta della Parola o del mistero di Dio. San Tommaso usa esattamente il termine "impronta" (impressio), quando nella Summa Theologiae definisce la sacra doctrina:  "una certa impronta della scienza divina" (i, 1, 3, 2m).
Felicemente André Hayen parlava della filosofia - della "ragione" - "assunta nella luce della fede".
In realtà, l'Angelico (Summa Theologiae, i, 1, 8, 2m) parla della "ragione naturale" chiamata a "servire (subservire) la fede". Si tratta però di un servizio che comporta non un'alterazione, ma un "perfezionamento" dell'identità, secondo il principio che "la grazia non distrugge la natura, bensì la perfeziona" (ibidem). Disponendosi nella teologia, la ragione si mette a disposizione di Cristo, entra nel suo mistero. E, infatti, Tommaso cita l'espressione di Paolo relativa a "ogni intelligenza sottomessa all'obbedienza di Cristo" (2 Corinzi, 10, 5). Si verifica, così, quello che avviene per l'"inclinazione naturale della volontà", che si trova assunta nella carità:  la fede eleva l'intelletto, la carità sublima l'amore. Si dovrebbe anzi aggiungere che in teologia l'intelletto e l'amore raggiungono la destinazione ultima per la quale furono dall'origine progettati.
Sempre Tommaso nel Commento alle Sentenze (2, 2 B) parla suggestivamente della teologia come di una scienza "in certo modo (quasi) subalternata alla scienza divina, da cui riceve i propri principi", mentre nella Summa Theologiae scrive:  "La sacra dottrina è una scienza", che "poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati" (i, 1, 2, c).
La teologia proviene, quindi, attivamente da questa "scienza" e ne è tutta dipendente. Ecco perché originariamente teologo è Gesù Cristo, il Verbo incarnato, e sono teologi in misura compiuta i beati, che vedono Dio. Ma affermare questo vuol dire riconoscere il desiderio che attraversa la teologia di diventare contemplazione.
D'altra parte, la teologia è possibile solo per l'iniziativa di Dio che manifesta il suo mistero.
Senza la grazia di questa epifania, sarebbe unicamente possibile la filosofia teologica, che dice Dio leggendone e interpretandone le impronte nella finitezza delle realtà create ed è quanto fa Tommaso nelle sue mirabili "cinque vie" o cinque percorsi, che tuttavia non introducono all'interiore segreto che appartiene a Dio e che nessuno conosce, a meno che lui lo renda palese, ma si fermano sulla sua soglia.
Riflettendo sulla mobilità o inquietudine degli esseri, sulla loro precarietà, sulla loro insufficienza e frammentarietà, l'intelletto umano avverte che essi non possono stare all'origine, che non si sostengono e che hanno bisogno di essere "giustificati" da un "Oltre", da Dio, che tuttavia non rivela il suo volto in sé, ma soltanto in quanto riflesso nella varietà degli esseri.
Senza dire che questo percorso - più volte san Tommaso lo richiama - è tutt'altro che agevole. Proprio nel primo articolo della Summa Theologiae, parlando della sacra dottrina, egli afferma:  "Anche su ciò che intorno a Dio l'uomo può indagare con la ragione fu necessario che egli fosse ammaestrato dalla rivelazione divina, poiché una conoscenza razionale di Dio non sarebbe stata accessibile se non a pochi, dopo lungo tempo e non senza errori".
La teologia nasce, invece, dalla Rivelazione, ossia da una iniziativa di grazia, per la quale, nel suo Figlio - incarnato, morto e risorto - egli manifesta il suo intimo mistero, che possiamo conoscere soltanto perché "narrato" dall'Unigenito, che è da sempre nel seno del Padre (cfr. Giovanni, 1, 22). Si tratta, così, di una conoscenza che può sorgere unicamente nell'affidamento che accoglie il mistero. Senza questo affidamento, cioè senza la fede, il contenuto della teologia appare improponibile, privo di senso.
Dall'inabitazione del mistero "nei cuori per mezzo della fede" proviene la possibilità di "comprendere (...) l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità" di Cristo e la conoscenza del suo amore, che "supera ogni conoscenza" (Efesini, 3, 17-19), o la "comprensione del mistero di Cristo" (Efesini, 3, 4). Il credente riceve esattamente la grazia di avere "illuminati gli occhi del cuore" (Efesini, 1, 18), o il dono dello Spirito, al quale appartiene la proprietà di leggere "i segreti di Dio" (1 Corinzi, 2, 11).
Ne consegue che discutere di materia propriamente teologica con chi non condivide la fede cristiana può essere un'utile occasione di confronto, ma non deve sorprendere che alla fine il dibattito possa risultare inconcludente. La fede conferisce al credente una "visione" originale - e infatti si parla di "occhio della fede (oculus fidei)" -. Quella teologica e quella non teologica sono chiaramente due forme di sapere non comparabili e sproporzionate, che non potranno mai coincidere.
Del resto, il compito proprio della teologia non è quello di dialogare con le culture o con le filosofie - anche se lo si va dicendo e facendo.
Visto che anche i teologi sono mortali e che anche il loro tempo è breve, meglio sarebbe se si dedicassero a esporre "i segreti di Dio", che sono l'oggetto della scienza teologica, a fare scoprire, come direbbe Paolo, "l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità" del mistero di Cristo (cfr. Efesini, 4, 18), a illustrarne la bellezza e il fascino che solo possono brillare allo sguardo dei credenti. Non si deve mai dimenticare che la fonte della teologia è celeste e che quello teologico è un sapere che viene dall'alto (cfr. Giacomo, 3, 17).
Potremmo, a questo punto, proseguire e rilevare che il compito speciale del teologo è quello di trattenere la Parola di Dio, di rifletterne gli eventi e di meditarli abitualmente nella sua mente. Agostino e Tommaso mettono in luce nella fede sia la fermezza dell'assenso sia la densità e l'intensità del pensare, definendo così il credere come un riflettere, un continuo ricercare e insieme un sicuro aderire (cogitare cum assensione). Lo stato abituale del teologo è, inoltre, quello della sorpresa di fronte alla condiscendenza di Dio, che, in certo modo, cede il suo segreto.
Un teologo che non sa stupirsi e accrescere la sua meraviglia, quasi come prima e permanente condizione della sua professione, dimenticherà facilmente che egli si sta movendo nel campo delle opere di Dio, dove nulla è scontato e nulla è ovvio.
Senza questo sentimento fondamentale, che si accompagna a quello della lode e del rendimento di grazie, egli sarà tentato di decidere, di manipolare e quasi spadroneggiare nel campo della Parola di Dio, ossia di muoversi in essa indiscretamente, sentendosene il signore. Ma, così, sarebbe un teologo che si è stancato "di guardare in alto" (Isaia, 38, 14).
Abbiamo più volte citato san Tommaso, il più eminente maestro di teologia nella Chiesa. Possiamo, tuttavia, anche citare sant'Ambrogio:  alcune sue lucide affermazioni definiscono perfettamente e acutamente la figura del teologo e il compito della teologia.
Commentando Luca (Expositio evangelii secundum Lucam, 7, 188), egli scrive:  "Questa, fratelli, è la nostra gloria:  poter investigare il mistero dai secoli nascosto in Dio", mentre esponendo il salmo 45 esorta:  "Bussa alla porta:  la porta è Cristo; bussa alla porta della Parola perché ti sia aperto, e tu possa dire il mistero di Cristo e trovare i tesori nascosti in Cristo" (Explanatio Psalmi 45, 5, 2).
Ecco, allora, che possiamo definire la teologia come un "investigare", un "dire il mistero di Cristo" - ricorre in Colossesi (4, 3) l'espressione:  "porta della parola, per dire il mistero di Cristo" -:  per altro, un "dire il mistero di Cristo" che è possibile come risposta di Cristo al nostro bussare alla porta della Parola che è Cristo stesso.
Usando sempre le parole di sant'Ambrogio, si potrebbe dire che il teologo mira ad "attingere i segreti dei misteri celesti", e che egli è "proteso con l'insonne vedetta dello spirito alla conoscenza di Dio" (Explanatio Psalmi 47, 1). La teologia - direbbe il vescovo di Milano - è "la luce della conoscenza capace di penetrare il mistero di Cristo" (Explanatio Psalmi 43, 49).
Ed è frutto dell'amore del Verbo:  "Quando l'amore del Verbo celeste è infuso nell'anima nostra e una mente santa entra in comunione con la ragione - egli aggiunge ancora nel commento a Luca (Expositio evangelii secundum Lucam, Prologus, 2) - allora vengono rivelati stupendi misteri".
Per "dire il mistero di Cristo" occorre, quindi, l'opera della grazia. Ancora Ambrogio nel De sacramentis (i, 1, 3) afferma che Gesù toccò la bocca del muto, perché questi, ricevendo la voce, potesse "parlare del mistero celeste".
Ma, proprio perché parla dei "misteri celesti", il teologo ha vivissimo il senso del limite, e in un certo modo il senso drammatico della teologia. Tommaso d'Aquino lo ha colto con rara finezza, e troverebbe senz'altro il consenso di san Bernardo che metteva in guardia il teologo dal tentativo di "irrompere nel campo segnato dalla fede", diventando così uno che infrange la maestà divina e la scruta indebitamente" (De consideratione, v, 6).
Nel Commento al Super Boetium De Trinitate egli raccoglie l'obiezione: 
"A Dio si deve ogni onore. Ma i segreti sono onorati col silenzio, per cui Dionigi alla fine della sua Celeste Gerarchia parla di noi che onoriamo col silenzio il segreto che sta sopra di noi:  il che concorda con quanto è detto nel salmo, secondo la lettera di Girolamo:  "O Dio, il silenzio ti è lode", cioè la sua lode è il silenzio stesso. Per cui dobbiamo mettere da parte qualsiasi investigazione su Dio".
L'Angelico risponde:  "Dio viene onorato con il silenzio non perché di lui non si dica nulla, o non si indaghi nulla, ma perché, qualunque cosa diciamo o indaghiamo su di lui, siamo consapevoli che abbiamo fallito nella nostra comprensione; per cui al capitolo 43 dell'Ecclesiastico si dichiara:  "Per quanto possiate glorificare il Signore, egli prevarrà sempre"" (Super Boetium De Trinitate, q. 2, a, 1, 6m).
Come notavamo all'inizio, la teologia non è lo sforzo di rileggere razionalmente la Parola di Dio e di "possederla"; è invece lo sforzo umile e audace di avvertire qualche raggio della sua "luce logica", che non è veduta, ma in qualche misura solo intravista. La teologia è l'adesione dell'intelligenza che non viene semplicemente depressa, o avvilita, o contraddetta, o prostrata dal mistero.
Questo oltrepassa sempre i confini dell'intelligenza umana, con i suoi concetti, i suoi discorsi, le sue articolazioni, ma non li sfascia e non li confonde; solo che le ragioni del mistero "prevalgono sempre", e da qui il carattere analogico e "precario" della teologia, e la necessità che venga continuamente ripresa, in una tensione verso la sua piena comprensione. E infatti, secondo Tommaso, "la conoscenza della fede non acquieta il desiderio; anzi, lo accende ancora di più, perché tutti desiderano vedere ciò che credono" (Summa contra Gentiles, iii, 40, 4).
Vale specialmente per l'occhio del teologo quanto è detto da Aristotele e ripetuto da Tommaso sull'"occhio della civetta di fronte al sole"; e, d'altra parte, "il fine della fede è quello di pervenire all'intelligenza di quello che crediamo" (Super Boetium de Trinitate 2, 1, 7m). Appartiene allo stato del teologo - anzi di ogni credente - la passione di vedere Dio.
Possiamo, però, aggiungere quello che l'Angelico dichiara nella Summa Theologiae:  "Quando la volontà è ben disposta in rapporto alla fede, essa ama la verità creduta, vi ritorna senza posa nel suo pensiero (excogitat), e abbraccia (amplectitur) tutte le ragioni che possa trovare a suo favore" (ii-ii, 2, 10, c.), mentre nella Summa contra Gentiles (i, 8) lo stesso Tommaso parla della "grande gioia che si prova nel poter gettare un semplice sguardo su realtà così elevate, per quanto in modo debole e povero". E a questo stesso punto ecco l'incoraggiamento: 
"Nella tua fede inizia, progredisci, insisti; sebbene io sappia che non arriverai mai alla fine, mi rallegrerò del tuo progresso. Chi infatti si muove con fervore verso l'Infinito, anche se non arriva mai, tuttavia va sempre avanti. Però non presumere di penetrare il mistero, e non ti immergere nell'arcano di una natura divina, immaginando di comprendere il tutto dell'intelligibile, ma cerca di capire che si tratta di una realtà incomprensibile".
Nel corpo della Chiesa san Tommaso paragonava agli "occhi (sicut oculi)" (Super Primam Epistolam ad Corinthios Lectura, cap. 12, lect. 3) quelli che, come i teologi, si dedicano alla contemplazione, i quali, a differenza dei filosofi, che guardano le cose del mondo per salire a Dio, guardano Dio per vedere le cose del mondo con lo sguardo di Dio. I teologi sono uomini di un "altro" mondo, occupati non a rendere Cristo contemporaneo al loro tempo, ma a rendere il loro tempo contemporaneo a Cristo. Possiamo terminare usando le parole di sant'Ambrogio, per dire che il teologo riceve "una certa luce che gli fa conoscere e investigare il mistero di Cristo"; che "quanto più nella ricerca ci si avvicina alla Sapienza, si scopre che essa è più profonda" (Explanatio Psalmi 43, 49, 1); e che la missione del teologo è quella di "investigare la parola di Dio con ogni cura e sollecitudine" (De paradiso, 12, 58)".



(©L'Osservatore Romano 1 agosto 2009)
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