Il curato d'Ars modello sacerdotale in un discorso
dell'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini

Ma non si crede a un prete che se la gode


Il 18 novembre 1959, nell'anno centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, l'arcivescovo di Milano pronunciò un discorso sulla figura e l'opera del curato d'Ars. Lo ripubblichiamo secondo l'edizione critica dei Discorsi e scritti milanesi (1954-1963) (Brescia, Istituto Paolo VI, 1997, pp. 3153-3169). Il testo è stato ora opportunamente compreso nel volume curato da Leonardo Sapienza Stile sacerdotale. Sulle orme di San Giovanni Maria Vianney Curato d'Ars (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 202, euro 11).

Parlare di un Santo è sempre difficile, se non si vuole fare semplicemente la narrazione storica, ché questa è relativamente facile e, nel caso nostro sarebbe anche abbastanza semplice. La vita di Giovanni Maria Vianney non presenta grandi quadri, né grandi drammi:  procede con una uniformità nel periodo che ci interessa, dal principio alla fine, molto uguale e molto semplice.
È difficile, dico, se non si vuol fare della esaltazione retorica e se si vuole stare alla realtà, questa realtà umana che l'agiografia moderna cerca di proporzionare alla statura comune. E avviene allora che ci sentiamo in simpatia col Santo di cui vogliamo descrivere la vita e conoscere le virtù. Ci sembra quasi che, a metterlo al nostro livello, diventiamo anche noi un po' come lui e possiamo in qualche modo pretendere di avere con lui qualche conversazione. A un certo punto poi ci si accorge che la statura sua, quella del Santo, eccede alla nostra misura e di quel tanto che non ci è facile misurare. Qualche cosa di superiore, di singolare, di eccezionale, di carismatico viene a dare al Santo questa sua prerogativa, questa sua singolarità, e restiamo ancora silenziosi e un po' umiliati di saperci diversi e forse quanto diversi da lui.
Nel caso poi del Santo Curato d'Ars, per me almeno, le difficoltà crescono:  crescono per il fatto che c'è qualche cosa di veramente straordinario in questa vita così ordinaria; giuocano degli elementi che hanno fatto il fascino di alcune sue biografie e, in gran parte, della popolarità che questo Santo si è acquisito e di quanto ha circondato la letteratura che ne ha illustrato la vita. Ma la difficoltà maggiore, mi pare che cresca in questo, che ci è proposto questo Santo sotto un duplice aspetto:  di protettore nostro, di noi preti e di modello, vale a dire che dovremmo essere capaci di imitarlo. E se lo accettiamo tanto volentieri come protettore e ci sentiamo confortati da una figura così dolce, così mite, così umile, così sollecita, così comprensiva come fu questo del secolo scorso, di averlo nostro tutore, di averlo nostro interprete presso il Signore dei nostri bisogni, delle nostre fatiche, delle nostre aspirazioni, quando, invece, si tratta di dire:  devo conformarmi a lui, dovrei essere capace di assimilarmi a questa figura, le cose diventano molto difficili, dico almeno per me.
Per fortuna questo Santo è fra i più documentati, come sapete; direi che non ci sfugge nulla della sua vita. Se si pensa a quanto è stato scritto, almeno in Francia e altrove, sopra di lui, vediamo che non c'è gran che fatica a trattare di lui e venire a conoscenza di questa mirabile apparizione che è la sua vita. Fu tra i Santi, dico, che ebbero l'onore di una "canonizzazione" ancora in vita. Tanti Santi scoprono la loro santità a morte avvenuta ed è quasi una riabilitazione che l'opinione pubblica, la Chiesa stessa tante volte fa dei Santi che poi onora sugli altari. Pensate a quanti Santi hanno avuto, direi, un processo di riesame, di riabilitazione della loro vita per essere proposti poi al culto del pubblico e all'imitazione dei buoni.
Questo invece fu già in vita molto molto celebrato, molto conosciuto; circolavano ancora prima della sua morte delle piccole biografie, tanti ritratti, gente che si dava premura di raccogliere le reliquie ancora prima che la sua vita fosse al tempo terminata. Si dice che questo capitò un po' anche ad altri Santi, a San Carlo per esempio. Il Giussano, che è uno dei biografi di San Carlo e gli fu segretario negli ultimi anni, scrivendone la vita, che è una delle fondamentali su la vita di San Carlo, dopo circa una trentina d'anni, notava che erano già uscite sette biografie di San Carlo.
Ebbene, del Curato d'Ars, a due anni nemmeno dalla sua morte, sono usciti due grossi volumi del Monnin che sono ancora la base principale per questa sua descrizione, per questa sua conoscenza. E vediamo che il processo di beatificazione fu auspicato nell'elogio funebre stesso che il Vescovo di Belley pronunciò sul Santo, augurandosi che fosse riconosciuta dalla Chiesa questa eccezionale figura come degna del culto dei cristiani, della comunità cristiana.
Tardò invece la canonizzazione e anche la beatificazione più di cinquant'anni. Ma il fatto è che la fama di santità e la conclamata sua eccezionalità di vita fu immediata e, di lì, tutta una letteratura che ci ha conservato parole, un po' di prediche, frammenti, episodi moltissimi, e poi, e poi pochi Santi hanno avuto i commenti autorevoli che questo ha avuto, voglio dire dei Papi. I Papi di questo secolo hanno preso la parola sopra questo santo per magnificarne le virtù, per illustrarne la vita, per raccomandarne gli esempi.
E così veniamo dopo i  discorsi  di Pio xi sul Santo Curato d'Ars, dopo i tanti accenni che ne fece Pio xii, veniamo nientemeno che ad una Enciclica, l'ultima, quella che provoca queste nostre meditazioni sul santo; l'Enciclica fu pubblicata, come tutti sanno, da Papa Giovanni XXIII, che è felicemente regnante (...).
Mi pare invece che noi abbiamo sempre qualche cosa da fare su questo Santo, non tanto, ripeto, per presentarci una figura, che diamo per conosciuta, quanto per assimilare noi stessi a questo Santo. Se volessimo davvero avvicinarci a lui, se volessimo davvero osare di compaginare in qualche maniera la nostra vita sacerdotale alla sua, che cosa dovremmo fare?
Il tema resta molto più accessibile a questa nostra semplice conversazione.
E lo sforzo, anzi il tentativo di approssimarci a lui, ci impone prima di tutto un problema:  quello di esaminare se la nostra coscienza sacerdotale sia simile a quella che il Curato d'Ars ebbe della propria vita e dignità sacerdotale. Abbiamo lo stesso pensiero? La pensiamo alla stessa maniera? Noi dobbiamo avere un concetto di noi. Che concetto aveva il Curato d'Ars di sé? E qual è il nostro? Differiscono? Combaciano? Si ricercano?
Direi che fortunatamente si ricercano e in parte anche combaciano. Ed è una delle cose più belle che possiamo notare sulla vita ecclesiastica del nostro tempo; questo modello ha già lavorato nella Chiesa di Dio, ha già avuto una riproduzione tendenziale almeno che merita che la accettiamo e la notiamo con consolazione e con incoraggiamento. Ma il fatto è che bisogna che noi stringiamo, sotto questo punto di vista, le distanze e cerchiamo di fare nostra, quanto è possibile, la considerazione che il Curato d'Ars aveva di se stesso. Se partiamo di qui, qualche cosa di più otterremo.
E vediamo, sotto questo punto di vista, due punti molto molto ovvi:  il primo che non è originale in San Giovanni Maria Vianney, ma direi in tutti i Santi, i veri Santi, è di una straordinaria umiltà. I Santi sono divorati da questo senso del loro nulla, di questo senso di sproporzione fra il Dio e il Cristo che adorano e che servono, e ciò che loro sono. Questa abissale distanza è stata notata per prima dalla più santa delle creature, la Madonna. Nel canto del Magnificat, che proprio mentre celebra le grandezze di Dio, in Dio e in sé, dice:  fecit mihi magna qui potens est ha fatto cose grandi il Signore in me perché ha guardato l'umiltà, la bassezza, l'inanità della sua serva, della sua ancella.
E così San Giovanni Maria Vianney ha di sé una ricorrente, una istancabile umiltà. Noi siamo alcune volte quasi disturbati da queste professioni, che ci sembrano esagerate, di nullità dei Santi; ma bisogna capirle, non sono affettazioni, non sono professioni gratuite, non sono difese formali contro gli elogi che la gente fa a chi si mostra virtuoso e diventa maestro degli altri. I Santi hanno davvero questo senso di vuoto proprio e lo vivono, e lo declamano, e lo professano, e ne accettano anche logicamente le conseguenze se qualcuno li disprezza; se qualcuno li prende sul serio, sembra che davvero li abbiano a ringraziare, perché è proprio così. Io leggo una frase o due che possono documentare, per quanto sia superfluo, questo modo di vedere e questo modo di sentire del Santo di sé.
Quando verso la fine della sua vita gli fu dato un Sacerdote che lo aiutasse, un coadiutore, egli andava dicendo al suo coadiutore:  "Oh! quando voi siete presente, qui ancora ci si fa, ma quando io sono solo, oh, io non valgo nulla. Io sono come gli zero che non hanno valore se non a fianco di altre cifre".
E poi, con una frase che mi sembra splendida anche dal punto di vista letterario, esclamerà una volta:  "Oh! io non ho ancora vissuto un giorno".
Quanta miseria sentiva nella propria vita che diceva che nessun giorno era stato come avrebbe dovuto essere. E quando cominceranno a tributargli qualche segno di considerazione, di onore, lui ironizzerà i segni di onore che lo circondano e continuerà a dirsi:  "Bisogna proprio dire che io sia un ipocrita perché mi manifesto a qualche maniera che inganna gli altri".
E nella Vita che vi ho citato del Monnin, nella prima pagina, c'è la riproduzione di un suo scritto, litografata, in cui anche là abbondano queste frasi, vergate con fatica, ma con energia:  "Come sono ipocrita, ma che sono un povero peccatore", e così via.
C'è il senso affliggente, ma atrocemente vero, nella coscienza di questo prete, di una radicale povertà, di una radicale nullità. Chi non ha raggiunto questa sensazione, che ha del metafisico e ha dell'abisso psicologico, non avvicina la psicologia del Santo Curato d'Ars.
E simultaneamente, con questa terribile umiltà, quasi balzasse proprio dal profondo di questo abisso, che è riuscito a scavare in sé, un senso superlativo della propria dignità. Bisogna andare dalle labbra di questo Santo, come di tanti altri, ma qui troviamo nella semplicità stessa delle espressioni una veridicità che ci persuade e che ci confonde e che ci commuove, il senso immenso della dignità sacerdotale.
Voi sapete che su questi due elementi, l'umiltà del prete e il senso della sua dignità e della sua autorità, giuoca tutta la letteratura contemporanea, che fa del protagonista di tanti racconti romantici il pover'uomo che racchiude in sé qualche cosa di immensamente grande, di incommensurabilmente degno.
E questo che sente di sé la miseria la più incolmabile, sente di contenere in sé una dignità, una potenza, un mistero che non finisce mai di celebrare e che non ha ritegno di confessare con la stessa sincerità e con la stessa osservanza con le quali prima si confessava un miserabile.
Alcune frasi, sempre del Curato d'Ars:  "Il prete non si comprenderà mai bene se non in cielo", il che vuol dire che anche qui abbiamo davanti qualche cosa che supera la nostra capacità di misura. Non comprenderemo mai abbastanza noi stessi; siamo diventati noi stessi oggetto di mistero dal giorno in cui è piovuta dentro di noi la grazia di essere cristiani dapprima, di essere poi i rappresentanti e i funzionari di Cristo, poi di essere i Suoi ministri e i Suoi Sacerdoti.
Se il Sacerdote, continua, fosse bene penetrato dalla grandezza del suo ministero, potrebbe a stento vivere, sarebbe sopraffatto, sarebbe quasi paralizzato da questa comprensione, che incomberebbe dentro e sopra di lui come un peso insopportabile. Se si comprendesse bene il Sacerdote sulla terra, si morirebbe. Forse di spavento; non di spavento però, ma di amore.
Il prete a causa dei suoi poteri è più grande di un angelo. È il Sacerdote che continua l'opera della redenzione sulla terra. Il sacerdozio è l'amore del cuore di Cristo. E si potrebbero sopra questo punto moltiplicare enormemente le citazioni.
Dunque avere coscienza di sé mi pare che sia uno dei primi tributi che noi dobbiamo fare, se vogliamo che la celebrazione del centenario del Curato d'Ars non sia del tutto vana. Vediamo di ricalcare la nostra coscienza sopra questi due fuochi della sua psicologia, della sua coscienza sacerdotale. E che l'avere coscienza di sé sia sempre cosa ardua e cosa importante lo sappiamo, direi, dalla filosofia antica che faceva del conosci te stesso il cardine della sapienza.
Noi che abbiamo certamente qualche cosa di singolare, che abbiamo una funzione certamente decisiva per la vita di tanti altri, che siamo in comunicazione coi misteri di Dio e che siamo nello stesso tempo medici, vale a dire in comunicazione con tutti i mali dell'umanità, dobbiamo avere una coscienza di noi stessi proporzionata a questa natura del sacerdozio, a questa sua funzione.
Troveremo difficile questo? Sì, sì è difficile. Perché? Ma perché, direi che c'è un pericolo nell'atto stesso che noi cerchiamo di far questa meditazione sopra noi stessi; l'atto riflesso ci può dare una vertigine, ci può dare un capogiro.
La dignità stessa di Sacerdote che noi possediamo può, direi, incantarci e, quando vogliamo mantenere questo concetto, ci mostriamo di fronte al nostro pubblico, alla nostra scena storica che ci circonda, pieni, gli altri lo dicono, di un'ambizione che nessuno aspetterebbe in noi e forse è nata anche da questa considerazione:  sono portato così in alto, sono superiore agli altri, non sono più come un laico, come una persona del popolo, mi distinguo dal popolo, bisogna che gli altri me la riconoscano questa. Ed ecco che compaginiamo tutta la nostra psicologia sacerdotale sopra un focolare operante di ambizione, di orgoglio.
Se poi pensiamo che alla dignità si aggiungono dei poteri, delle potestà, vale a dire:  io sono arbitro di tante altre sorti, di tante altre anime, io ho le chiavi del regno dei cieli e cioè posseggo nelle mie mani un diritto, anche questo può darci un certo senso di ebbrezza e alterare la vera coscienza sacerdotale che noi abbiamo di noi, cioè ci possiamo porre davanti agli altri come diritto. Sono io, qui comando io; non c'è nessuno sopra di me. Bisogna che tutti mi obbediscano. È una concezione che si è radicata molto anche nel nostro clero, specialmente negli anni passati, nei secoli scorsi, quando accanto alla autorità spirituale si è aggiunta una autorità temporale, si sono fusi i due poteri:  la spada e il pastorale; è entrato in noi il concetto che per amministrare bene bisogna comandare molto. È nata una psicologia, starei per dire, feudale del Sacerdote. Il Sacerdote è distante, deve comandare a cenni, deve essere obbedito ancor prima di pronunciarsi; è il Sacerdote che si confina in un suo cerchio distante dal popolo e, il vero popolo, secondo questa concezione, dovrebbe essere davvero un gregge molto obbediente e che domanda poco, che non disturba orari e che lascia al Sacerdote questa maiestatica contemplazione di sé e questo quieto vivere che dev'essere il suo ministero; pericolo, ripeto, che anche lo sforzo di dare a se stessi una coscienza sacerdotale derivata dalla realtà di questo mistero operato in noi dal sacramento dell'Ordine, possa anche in noi alterare la vera coscienza sacerdotale.
Invece, secondo quel che ci insegna il Curato d'Ars con questa sua duplice psicologia, dobbiamo correggere la nostra mentalità e cercare di renderla quale la vuole Cristo poi, perché non è mica diversa quella del Santo da quella che Cristo ha predicato, che ha detto essere sì la nostra dignità immensa, essere sì incontestabile il nostro diritto, ma tutto questo che cosa è? Perché siamo Sacerdoti?
Siamo Sacerdoti per servire; è funzionale la nostra dedizione:  qui praecessor est, sit sicut ministrator; chi precede sia l'ultimo, chi precede deve essere utile agli altri. Siamo in funzione degli altri, non in funzione di noi stessi e se vogliamo davvero riprodurre in noi l'idea che Cristo ha fatto del acerdote e che il Curato d'Ars ci riproduce e ci rende familiare e accessibile, dobbiamo sopra questo punto insistere assai.
E vedremo, carissimi confratelli, come siamo candidati a delle cose tremende, proprio perché abbiamo questa eccelsa dignità. Abbiamo la dignità di essere sì i redentori del mondo, ma la redenzione si compie con la croce. Noi dobbiamo redimere gli altri con la nostra sofferenza, come Cristo che non era peccato, dice San Paolo, e si è fatto Lui peccato, cioè ha assorbito dentro di Sé tutta l'iniquità umana per espiarla e annullarla, e questo gli è costata la croce. Noi se siamo Sacerdoti, cioè siamo i capi, le guide, gli esempi degli altri, dobbiamo ricevere sulle nostre spalle questo tremendo pondus della espiazione altrui. Vedrete in certe pagine e in certi momenti della vita del Curato d'Ars come questo pesa fino all'angoscia sopra questa umile coscienza, ma veggente coscienza di prete. "Oh! se avessi saputo - esclama una volta - che cosa significasse essere prete, forse avrei temuto di ricevere questa grazia del Signore".
Sente come pochi la responsabilità. Si sente lui incaricato di espiare i peccati degli altri. Fa penitenza in luogo dei suoi penitenti. Si sente schiacciato dai peccati del mondo che lo circonda e sente di dover diventare vittima di questa situazione. Il Sacerdote è al centro di questo urto fra il bene e il male, fra la grazia e il peccato, fra il demonio e Dio. E questo urto, lo sappiamo bene, è il sacrificio, è la croce. Questa è la coscienza sacerdotale del Santo Curato d'Ars e che noi dobbiamo cercare di fare nostra.
Se così poniamo la nostra approssimazione al Santo Curato d'Ars, viene da considerare un secondo aspetto, quello che potremmo dire della spiritualità. Che cosa intendiamo per spiritualità? Un nome che fa fortuna e che corre con grande facilità sulle labbra di tutti. Mi pare che sia esatta la definizione che ne ha dato uno scrittore spagnolo, quando dice che è il modo con cui cerchiamo di realizzare l'ideale della vita cristiana e, possiamo dire, del Sacerdozio.
In che modo questo ideale di Sacerdozio lo possiamo praticare e realizzare? In che modo lo ha realizzato e praticato il Curato d'Ars? Cioè, dobbiamo cercare i principi operanti, le idee forza, le linee di svolgimento di questa coscienza; dobbiamo vedere se la sua spiritualità, cioè questo svolgimento della vita, della coscienza al di fuori, alla manifestazione dei suoi atti e delle sue virtù, sia da noi perseguibile e in che modo semmai.
Sapete che l'Enciclica, tracciando appunto questa epifania, questa esplicazione della vita del Curato d'Ars, cita tre aspetti molto elementari. Siamo stupiti di non trovare niente nell'Enciclica che parli delle manifestazioni singolari, prodigiose, miracolose del Santo; si direbbe che sono ad arte dimenticate, perché non ci sia nulla in questa apologia del Santo, che non possa essere anche a noi di conforto e di invito all'imitazione.
Il primo aspetto che l'Enciclica pone è l'ascesi, cioè l'esercizio, cioè la lotta, cioè la penitenza. E quale fu! E poi il secondo aspetto è l'ascensione dell'anima, la preghiera, il contatto con Dio, la conversazione con questo alter presente, invisibile, che è il Santissimo Sacramento; questa tensione di un'anima sempre proiettata fuori di sé verso questa trascendenza così vicina, così confidente, così paterna, ma anche così misteriosa, così adorabile, così degna di ogni tributo, di quanto di migliore la nostra anima possa produrre.
E finalmente il terzo punto illustrato dall'Enciclica è lo zelo pastorale, il servizio delle anime, sia sotto il punto di vista sacerdotale, sia proprio da quello del pascere, cioè dell'alimentare negli altri la vita spirituale.
Questo che dà a noi un quadro, mi pare, completo, ci induce ad un'osservazione ripetuta in quelli che hanno parlato del Curato d'Ars in questo periodo; e cioè che manca di originalità. È tutto qui. Ma chi è di noi che non cerca insomma di mortificare se stesso, di vivere una vita disciplinata e contenuta? La nostra stessa vita, segnata da questo stupendo giogo del celibato ecclesiastico, è già una penitenza. E poi chi è di noi che non prega? Abbiamo il breviario e il messale in mano ogni giorno, si potrebbe dire dalla mattina alla sera. E chi è che non è devoto all'Eucaristia, quando l'Eucaristia è proprio il centro della nostra vita di pietà e delle nostre cerimonie di culto? E chi è di noi che non è tutto proteso a servire gli altri? E tutto quello che noi facciamo è un programma ordinario. Ecco, confratelli carissimi, che cosa ci deve rendere in simpatia con il Curato d'Ars; e cioè proprio questa mancanza di singolarità, di formule nuove, di una originalità capricciosa, di qualche cosa che ci porti lontano da questa strada maestra che è il Sacerdozio dedicato alla cura delle anime.
"Nell'Enciclica - scrive Monsignor Giovanni Colombo, Rettore del nostro Seminario milanese - è delineata la figura del Curato d'Ars. Essa viene intagliata tutta nella sostanza viva del sacerdozio cattolico, quella che, appunto perché sostanza, non è mai giù di moda, non perde mordente, non invecchia, anzi previene i tempi, perché di tutti i tempi. Essa viene costruita con pochi elementi di cui nessuno è nuovo, ma tutta è cavata dalla tradizione più comune, ma tutti gli elementi provengono da una pura ed estrema essenzialità, del sacerdozio:  celebrare la Messa e recitare il breviario, predicare e confessare, meditare e mortificarsi, fare le opere di misericordia. La semplice grandezza del pastore di Ars è tutta qui, in questi elementi ripetuti con esasperante monotonia, ma insieme con sempre più scrupolosa fedeltà, con presenza di spirito sempre più riflessa e approfondita, con purezza di cuore sempre più cristallina, con amore sempre più crescente, sempre più bruciante".
Presentandoci con queste linee la figura di San Giovanni Maria Vianney, il Santo Padre, pur incoraggiando sante ricerche di adeguate forme pastorali, ci suggerisce di non andare troppo lontano. Di fronte all'insufficienza della nostra azione sacerdotale, spesso e volentieri, diamo la colpa ai metodi non aggiornati; e non sempre a torto. Ma se i preti oggi hanno bisogno di tecniche nuove, il Papa insegna che il loro bisogno più grande e più urgente, è di approfondimento e di impegno nell'essenziale. E questa sarà una conquista molto dura, ma senza di essa anche le tecniche più aggiornate resteranno inefficaci.
Ed è questo un aspetto notato, ripeto, da quanti si sono soffermati, almeno in questa celebrazione centenaria, sul Curato d'Ars. Un altro scrittore belga, molto autorevole, Lochet, dice:  "La straordinaria attualità del messaggio del Santo Curato d'Ars deriva proprio dal fatto che egli non introduce una forma particolare di azione, un nuovo metodo di apostolato adattato al suo tempo e quindi ben presto superato. Egli infatti non annuncia una verità legata al tempo, egli annuncia un messaggio eterno, un messaggio che supera i caratteri accidentali d'una epoca, un messaggio sempre attuale. Infatti ciò che ci colpisce quando contempliamo con uno sguardo d'insieme la vita del Santo Curato d'Ars è il fatto che il progressivo svolgersi di questa vita non è costituito da una serie di spostamenti, di avanzamenti, ma da un approfondimento spirituale di un'unica condizione, quella di parroco".
E allora qui si pone una questione, anche questa comune, ricorrente, ma sempre degna di riflessione, quella della possibilità che noi cosiddetti preti secolari o diocesani, che dir si voglia, con la correzione che il Cardinal Mercier ha suggerito, che noi preti lanciati nella vita ordinaria del Sacerdozio abbiamo di santificarci, di diventare perfetti.
E restiamo certamente in fase di perplessità. Perché? Perché a noi mancano alcuni degnissimi mezzi che rendono più facile, che rendono più accessibile la perfezione cristiana:  mancano i voti religiosi, mancano tutte queste provvidenze, questa organizzazione della vita che la vita religiosa vuol dare per renderci capaci, per portarci in una via di acquisizione più spedita e più efficace della santità.
E, quindi, noi anche parlando delle nostre condizioni, dobbiamo guardare con ammirazione e anche con un po' d'invidia quei confratelli religiosi, i quali invece hanno scelto con coraggio e hanno avuto dalla Provvidenza questa vocazione di mettersi su una via organizzata di santità, in uno stato per acquistare la perfezione. Ma allora siamo noi Sacerdoti di seconda categoria? Saremo degli infelici? Dovremo accontentarci così di stare ai secondi posti nel paradiso di Dio? O invece c'è una qualche possibilità di recupero, qualche maniera di diventar santi prescindendo da questa sublime organizzazione della vita in cerca di santità? Dobbiamo rinunciare ad alcuni mezzi, degnissimi e altissimi mezzi. E allora restiamo sprovvisti? Ecco, non restiamo sprovvisti. Noi possiamo trovare sorgente di santità nell'oggetto del nostro Sacerdozio, nella carità di cui il nostro Sacerdozio è impregnato.
Il Sacerdozio pastorale è quello che riceve di più, essenzialmente, direttamente la carità di Dio che difende. È quello che realizza di più l'infusione dell'amore di Dio verso gli uomini e che mettiamo nella linea perpendicolare di questa intenzione divina. Il Signore vuol salvare il mondo e sceglie qualcuno. Siamo noi. Questa carità passa direttamente per il sacerdozio che è destinato a prendere tutta questa carità e a riversarla agli altri. Non c'è una maggiore carità che quella di dare la propria vita per gli altri, parola di Cristo. Noi siamo sulla traiettoria non della sistematica della santificazione, ma siamo sulla linea percorsa da Cristo ed a noi insegnata da Cristo per essere santi:  la Sua santità. Possiamo anche nella nostra vita, così com'è, così descritta e così regolata dal Diritto Canonico, trovare sorgente inesauribile di santità. E guardate che dobbiamo trovarla. Guai a noi se credessimo che per l'essere privi di questi impegni perfezionanti, che sono i voti religiosi, noi potessimo dire:  possiamo essere meno perfetti, possiamo essere meno osservanti, meno amorosi. Noi andiamo piano piano, gli altri corrono e volano. Noi andremo così alla buona.
Noi siamo più tenuti perché abbiamo un patrimonio maggiore di carità da amministrare, da ricevere e da dare; noi siamo più tenuti perché siamo più responsabili; noi siamo più tenuti perché abbiamo più contatto con la liturgia, che celebra i misteri della grazia coi sacramenti; noi siamo più tenuti perché siamo a colloquio continuo con le anime.
Noi siamo degli impegnati, lo dice San Tommaso del resto, il dottore che ha pur magnificato e difeso l'altezza e la dignità dei voti religiosi e dello stato religioso:  è più grande l'impegno di santità che si richiede nel Sacerdote al servizio delle anime che non quello dello stesso religioso. Con questa spiegazione, che quella è una santità in acquisto, in via di acquisizione, questa, ed è qualche cosa che ci rende perfino commossi e trepidanti e quasi come il Curato d'Ars desiderosi di fuggire, ci rende obbligati a praticare la santità.
La dovremmo possedere, la dovremmo rendere immanente nel nostro sacerdozio la santità e la carità. Noi siamo nell'esercizio della santità, in exercenda perfectione, non in acquirenda perfectione, come lo stato religioso. E se siamo meno sorretti da mezzi che organizzano e che allontanano pericoli e rendono possibili virtù, esempi, organizzazione di conforti, eccetera, dobbiamo tanto di più, tanto di più galvanizzare in noi questo senso della vicinanza di Cristo, dell'imitazione Sua, del ricevere da Lui ogni grazia e del vivere secondo Lui e del sacrificarci come ha fatto Lui, se vogliamo essere pari alla nostra vocazione.
Questo significa appunto che dobbiamo avere una adesione interiore alla nostra professione di Sacerdoti in cura d'anime. Guardate che è frequente fra noi preti uno stato d'animo, direi, di evasione, di lamento, di supposizione che se fossimo in un altro posto andrebbe molto meglio, che siamo degli esseri un po' misconosciuti, non abbastanza valorizzati, non ancora promossi, non considerati per quello che abbiamo fatto e per quello che potremmo fare e cerchiamo appunto con questa fantasia di consolarci di quello che ci manca di soddisfazione umana e naturale nel nostro ministero.
Questo è inganno, figliuoli miei e fratelli miei, questa non è la psicologia del Curato d'Ars. Il Curato d'Ars ci insegna che bisogna incumbere sopra la propria missione, qualunque sia, ed essere, direi, paghi di questa, dandoci a fondo e non desiderando nessuna evasione. Il Curato d'Ars ha tanto sentito il peso, dicevamo, del suo Sacerdozio, che ha avuto anche lui i suoi momenti di tentazione di scappare, di evadere, perché non ne poteva più. Fu richiamato, sappiamo come, e lui stesso confessò che quella era la verità, che quella era la vita. E quando fu fatto, oh! con tutto il rispetto per i signori canonici, fu fatto canonico, subito vendette il giorno stesso le camail, credo che sia la mozzetta, che gli avevano regalato in quella occasione.
E quando vollero offrirgli una parrocchia un po' più importante di quella che contava neanche trecento anime, rifiutò:  "Mi basta questa, mi basta questa e qui devo restare". E per quarant'anni, tutta la sua vita pastorale restò sullo stesso piccolo terreno, sulla stessa zolla del campo che gli era stata affidata da coltivare.
Adesione interiore e adesione esteriore al proprio ministero, al proprio ufficio con una obbedienza che anche qui vale, io credo, quanto quella di chi fa obbedienza a un superiore di vita religiosa. Il nostro promitto alcune volte ha esigenze che non sono facili e leggere, e il concedersi con lealtà e con perseveranza a questa promessa iniziale, davvero può essere una sorgente che lima la nostra vita ma enormemente, fecondamente la santifica.
Monsignor Guerry, studiando alcuni anni fa questa spiritualità del clero diocesano, nota anche lui questa stessa cosa. Dice:  "L'originalità del clero diocesano è giustamente quella di essere indifferenziato sotto l'aspetto spirituale, d'essere dunque nativamente più vicino di chiunque altro alla spiritualità generale, alla spiritualità della Chiesa. Per dovere di stato il sacerdote del clero parrocchiale deve farsi tutto a tutti, a disposizione di tutte le anime quali che siano le loro tendenze. E al servizio del popolo cristiano ed è per questo che si può pensare che, stando al carattere generale di questo clero, si trova in lui una relazione alla liturgia più stretta che in altri, specialmente alla liturgia del sacramento dell'Eucaristia. Egli è al servizio di quella liturgia che deve animare il popolo cristiano".
Ecco la spiritualità del Curato d'Ars, ed ecco quanto è simile a quella che ogni giorno è proposta a noi come programma, come piano di vita consueta.
E qui viene un ultimo punto da considerare:  questo è il piano, questo è il modo di vivere il proprio Sacerdozio; e allora i mezzi? I mezzi? Il come si fa in pratica? Come ci si adegua alle condizioni concrete? Come ci si aggiorna con le situazioni che ci circondano? Questa adesione al nostro ministero, al bisogno cioè di renderlo efficace, di estenderlo a un maggior numero di fedeli ci porta sul terreno e ci assilla, e ci assilla con tante questioni.
Credo che ogni onesto Sacerdote debba essere tormentato un po' da questa domanda:  "Ma io ho in mano dei mezzi efficaci, sì o no? Sono operanti questi sistemi che la Chiesa mi mette in mano o invece sono invecchiati? Questo Diritto Canonico, come è stato concepito? Su quali motivi storici? Su quali concorrenze di diritto pubblico e di diritto civile? E ancora è qui immobile! Speriamo che venga il Concilio a correggerlo un po'! Tutti aspettano questo riformismo che possa un po' aggiornare la Chiesa di Dio. E questo benedetto latino! Perbacco, devo predicare al popolo e gli parlo una lingua che non conosce". C'è una impazienza che è degna, che è indice di zelo e proprio ci porta a questa applicazione pratica dei doveri del nostro Sacerdozio.
Ebbene, permettetemi, per quel po' di esperienza che vado facendo anch'io adesso con la Visita Pastorale diretta, che io vi richiami sopra tre tentazioni che possono sorgere da questa ricerca dei mezzi.
La prima tentazione è quella di limitare il nostro ministero alla ricerca dei mezzi. Uno dice:  "Io costruirò un oratorio, io ho da fabbricare la chiesa, io devo pagare i debiti, bisogna che stampi un libro, devo fare una scuola". Son tutti mezzi.
Se io però limito la mia attività sacerdotale alla ricerca e alla conquista dei mezzi e faccio di questo la misura del mio rendimento - oh! quello è un bravo prete:  ha costruito una casa, non c'era la casa parrocchiale e l'ha fatta lui, non c'era il campo del football e lo ha potuto creare, ha messo il cinematografo nella sua parrocchia, eccetera, che sono, ripeto, tutti mezzi di cui dovremo certamente occuparci - ma se il disegno della mia conquista sacerdotale è questo, noi non siamo dei sacerdoti che hanno compreso né l'ora nostra, né l'esempio del Curato d'Ars, né il mistero di Cristo operante per mezzo di noi. E quanti invece ci si fermano, e come è doloroso vedere che tante forme religiose non arrivano a contatto del popolo se non con la cartolina che cerca la sottoscrizione o va mendicando dei mezzi. Mi scriveva proprio qualche giorno fa, si vede un buon operaio, perché tale si dice, e la calligrafia e gli errori di grammatica del suo scritto lo documentavano:  "Ma! io trovo, dice, tutte le mattine nella cassetta della posta delle domande di collette, di iscrizioni, di abbonamenti, di offerte; tutta roba che io non ho mai visto; come hanno ottenuto il nostro indirizzo, non si sa".
E questo dovrebbe in quelle anime semplici, in quelle anime già turbate dagli assalti della irreligiosità e già ferite, forse, da qualche obiezione di ateismo, il mondo religioso dovrebbe documentarsi così:  la ricerca che viene da sorgenti mai conosciute e che perseguita questa gente con una persistente ricerca di denaro per opere di cui non godranno nemmeno la visione o l'esercizio e di cui dovrebbero, con fatica enorme, connettere il rapporto col mondo di Dio, non è una buona propaganda, non è un buon Sacerdozio.
Vi è anche nella nostra pratica religiosa una tendenza a rendere utilitaria la pietà. Questo è un Santo che rende, che ha una immagine con le candele, questo farà fortuna; se noi diamo questo titolo alla chiesa, la costruiamo subito, eccetera.
Non è questa la religione di Dio, non è questa la religione di Cristo! Anche perché, fratelli carissimi, diciamocelo qui con grande sincerità, la ricerca dei mezzi per il regno di Dio può diventare, quando diventa così sistematica, così assorbente, una ricerca di mezzi per sé. Noi sostituiamo inavvertitamente, quasi per una deformazione professionale, la nostra persona e il nostro vantaggio al vantaggio della causa che serviamo. Diventiamo tante volte affaristi, diventiamo dei cercatori, degli accumulatori di ricchezze, abbiamo trasformato tante volte delle forme di carità in forme di lucro. Ma che cosa sarà il giorno in cui un popolo, una storia, una Chiesa ci giudicherà, quando Dio ci giudicherà? Questa era la mia carità:  era tutto dono e tu ne hai fatto una fonte di speculazione. Quando doveva essere anche questo maneggio del denaro così scrupoloso, così timido nelle nostre mani e invece è diventato così disinvolto e associato a tutte le libertà e, tante volte, anche a tutte le possibili ingiustizie, che si possono commettere in questo.
Siamo rigorosi in questo, e sentiamo nella povertà del Curato d'Ars e nelle raccomandazioni che la Chiesa ci fa su questo punto, il bisogno che abbiamo anche noi di ritornare liberi di fronte a quei mezzi stessi che vogliamo impiegare per dar gloria a Dio e per salvare le anime.
Dare tutto - diceva il Curato d'Ars - dare tutto e non conservare niente e praticare la parola di Cristo detta da San Paolo:  egenus factus est, cum esset dives. Guai a colui che dovesse mutare questo programma di Cristo in un altro:  era povero ed è diventato ricco, facendo il prete.
Un secondo pericolo. Un secondo pericolo in questa ricerca dei mezzi può essere questo:  bisogna trovarne dei nuovi, bisogna riformare la Chiesa, bisogna aprire delle strade non mai percorse. Diremo subito che l'aggiornamento, che l'efficacia dei mezzi è sì una cosa non solo onesta, ma doverosa. Ma è la mentalità che si va generando, che bisogna aver sfiducia in ciò che la Chiesa è oggi, nella sua compagine, nel suo diritto, nella sua autorità, nelle sue forme tradizionali, quasi che fosse anchilosata dalla sua stessa struttura e dalla sua stessa esperienza, invece che ricavare una energia di azione ricavasse un freno che la trattiene e la immobilizza.
La riforma della Chiesa, ricordiamolo bene, è un problema di autorità, e che l'autorità sia vigilante su questo punto lo dicono cento sintomi, vero, che alcune volte vengono perfino a svegliare una nostra pigrizia. Quante critiche io ho sentito, per esempio, sulla traduzione nuova che Papa Pio xii ha divulgato del Salterio. Ma stavamo così bene con quello! ma perché? eccetera. Ma il Papa antevede, vede che il bisogno di intelligenza nel mondo moderno è tale che bisogna adattarvi le parole meglio che si può a questa intelligenza; e così via. Potrebbe questo abito del desiderio di riforma, che non spetta a noi, ripeto, promuovere, ma dobbiamo pregare la Chiesa che ce lo dia, pregare il Signore che dia alla Chiesa i lumi e che la governi secondo il Suo spirito, potrebbe generare, primo, uno spirito di capriccio, il fare così, il tentare a caso e, secondo, che è più comune, uno spirito di critica, di malcontento. Guardate che questa è una corrosione spirituale, ci toglie una comunione di spirito anche con confratelli forse meno colti, meno evoluti di noi, ma la cui comunione ci è preziosa.
Guai a noi se, per il nostro spirito di critica, non sappiamo più conversare con gli altri, compatirli, aiutarli, riceverne esempi, riceverne ammonimenti! Lo spirito di critica comincia a corrodere prima di tutto le cose, poi va a corrodere il principio d'autorità e dissocia la nostra comunione, anche esteriore, col resto della Chiesa. (...)
La riforma, la riforma vera che dobbiamo fare noi, è quella del Curato d'Ars e cioè, dicevamo, di approfondire. Diventiamo noi dei buoni, noi dei fedeli, noi dei perfetti, noi dei santi e vedrete che la Chiesa in breve si riformerà.
E la terza tentazione su questo punto, la ricerca dei mezzi, è anche qui un punto tanto divulgato e tanto commentato - è la soverchia fiducia posta nelle cause naturali:  il preferire la causalità naturale e temporale alla causalità soprannaturale, per esempio l'attività esterna sulla vita interiore e sui mezzi spirituali di santificare e governare le anime; il credere che gli influssi sociali e politici e gli appoggi delle grandi persone possono valerci di più che non l'influsso dei Santi e la umiltà della nostra povertà e del nostro tirare avanti così, come meglio si può.
Questa valutazione, specialmente se viene in confronto con quella dei mezzi soprannaturali, ci porta fuori strada, è una ricerca esagerata, è una ricerca che può davvero farci perdere l'equilibrio della nostra attività sacerdotale. Con questo riaffermiamo e invochiamo anche su questo l'autorità dello stesso Curato d'Ars, che l'aggiornamento dei mezzi e anche l'impiego dei mezzi più utili e ovvi per il nostro ministero è, non solo consentito, ma saggio, ma doveroso.
Il Curato d'Ars ha creato delle scuole, il Curato d'Ars ha avuto la sensibilità per le missioni, il Curato d'Ars ha avuto un orfanotrofio, il Curato d'Ars non finiva più di restaurare la sua chiesa, di creare cappelle, di restaurare perfino il campanile per un paese, pensate, di trecento anime, vero, quindi di una modestia che addirittura circoscriveva e impediva qualsiasi azione di più; ma non ha mai, anzi, non ha mai parlato male delle cosiddette novità o dei tentativi di avvicinare il popolo, scegliendo per avvicinarlo le linee dei suoi interessi, delle sue aspirazioni.
Se noi cerchiamo quali sono le linee di interesse e di aspirazione del popolo, troviamo subito il ponte, anche facendo testate di ponti sulla nostra tradizione per avvicinarlo e per venire a colloquio e, se Dio vuole, per convertirlo.
Ma soprattutto occorre, e ce lo insegna qui in maniera superlativa il Santo Curato d'Ars, bisogna avere, Confratelli carissimi, una grande, una temeraria fiducia nei mezzi soprannaturali. Li abbiamo in mano:  ma ci crediamo davvero? Siamo davvero convinti che la preghiera può modificare le cose del mondo e le cose delle anime? E se lo siamo, facciamo davvero ricorso a queste implorazioni vive, forti, persistenti, perché davvero il nostro ministero diventi efficace? È sostenuto da questa anima il nostro ministero, di spiritualità, di colloquio con lo Spirito Santo perché diventi davvero efficace?
E con la preghiera, la penitenza. Quanta ne ha praticata il Santo Curato d'Ars! Non tutti certo siamo, nessuno anzi, direi, è invitato a imitarlo in ciò che vediamo in lui di eccessivo e di misterioso. Ma questa mortificazione che pervade tutta questa vita, che quasi sembra intristirla, sembra immiserirla, ma quanta nobiltà, quanta dignità e quanta forza! Guardate adesso il fenomeno per mezzo di Padre Pio. Ma credete che vengano per vedere i miracoli? Ma è forse invece quest'aura di spiritualità e proprio di povertà e di mortificazione e sono queste mai viste stigmate, che avrebbe sulle mani, che attraggono anche i lontani. Sono curiosità potenti che possono risvegliare davvero l'attrattiva delle anime. A un prete mortificato ci si crede, a un prete che fa penitenza ci si crede, a un prete che se la gode, potrebbe predicare il Vangelo, non ci si crede.
E poi, e poi il catechismo; e poi questa meravigliosa sorgente di vivificazione delle anime che è la confessione. Anche qui se sapessimo che cosa è, anche umanamente parlando, questo sacramento, come è moderno, come ce lo rubano tutti gli psicanalisti, tutti i romanzieri, tutta la gente che predica questo spiritualismo senza Dio. Cosa abbiamo in mano! E come in questo sacramento la causalità divina miracolosa che rimette i peccati può essere accompagnata dalla causalità umana, la mia, se la so esercitare, di pedagogia dello spirito, di parola, di potenza di entrare nelle sorti altrui, di esplorazione delle anime.
Ministero grandissimo! E anche qui, se lo eserciteremo in forme anche molto semplici, sempre molto discrete, ma più attente, più profonde, più efficaci, certamente un mezzo che lo possa eguagliare non potremo trovare. La nostra efficacia dipende dall'uso che sappiamo fare di queste cause soprannaturali che sono nelle nostre mani:  dai nostri doni sacerdotali, dalla grazia di cui siamo depositari, dalla preghiera che ci è sempre disponibile, dalla penitenza, dalla mortificazione, dalla povertà di vita a cui siamo invitati.
E allora vedrete, confratelli carissimi, che cosa avverrà. E anche qui la vita del Curato d'Ars ci dà dei quadri che sono molto parlanti, ma così parlanti che ci tolgono la voce e ci fanno tacere. Cioè chi praticherà il Sacerdozio così entrerà in una esperienza di Cristo, non soltanto d'imitazione esteriore, ma di una certa convissuta presenza, di una riproduzione sua, che non è senza avvertimento in chi la subisce.
E sappiamo quale fu per il Curato d'Ars. Cominciò a sentire la sua dedizione; fu un'esperienza dolorosa, si può dire, per il Curato d'Ars. Non turbò la serenità, non tolse il sorriso, non rese nevrastenica o eccitata la sua conversazione quotidiana, ma dolce, ma umile, ma umana. Ma dentro, che dramma! Perdette la sua pace; la sua pace fu venduta a tutti i postulanti, a tutti i penitenti che correvano a lui; perdette la sua visione tranquilla del mondo, che è così bello per noi:  oh com'è sereno questo mondo!
Il Curato d'Ars ne ha una visione fosca, perché? Perché si sente responsabile, perché sente che tra lui e il mondo c'è un nesso che non può più scindersi e su cui sarà interrogato, di cui dovrà rendere conto. La responsabilità cresce a dismisura quando vede che il mondo è pieno di male. Il Curato d'Ars ha avuto la conoscenza, la percezione del male come pochi Santi; l'afflizione di sentire che cosa è il peccato.
La sua vita si può paragonare molto bene a un Getzemani. E a un dato momento, sapete, che questa opprimente visione del male del mondo si animò e divenne l'apparizione dello spirito del male che lo tormentò, che lo derise, che lo confuse, che lo umiliò, che lo straziò e con cui combatté con l'umiltà, la preghiera, la penitenza e finalmente con la prova più grande che possa capitare a noi, a noi che abbiamo la fede, la speranza, la carità. La mia tentazione, diceva il Curato d'Ars, è la disperazione di perdere ciò che ho di più prezioso! L'afflizione più profonda e più acuta. Cupiebam anathema esse pro fratribus meis. Anche san Paolo ha rasentato e sperimentato questa sottile e penetrante e velenosa esperienza. Il perdere ogni bene, perfino quello della speranza. Non lo perdette, ma ne sentì l'atroce mancanza, ne sentì lo strappo, ne sentì il peso e morì così.
Ma fuori, il piccolo paese di Ars era diventato cristiano.



(©L'Osservatore Romano 3-4 agosto 2009)
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