Nella croce gemmata di Sant'Apollinare in Classe una catechesi visiva sulla Trasfigurazione

Quando il temibile
diventa desiderabile


di Timothy Verdon

Nella liturgia della seconda domenica di Quaresima si afferma che Gesù, "dopo aver dato ai discepoli l'annunzio della sua morte, sul santo monte manifestò la sua gloria", il 6 agosto, invece, si parla sì della passio, ma ormai nel contesto di una gloria luminosa a cui è chiamata l'intera Chiesa, mistico corpo del Salvatore. "Dinanzi a testimoni da lui prescelti - si legge nel prefazio della festa - egli rivelò la sua gloria, e nella sua umanità in tutto simile alla nostra, fece risplendere una luce incomparabile, per preparare i suoi discepoli a sostenere lo scandalo della croce e anticipare nella trasfigurazione la meravigliosa sorte della Chiesa, suo mistico corpo".
Una grande opera d'arte fonde l'uno e l'altro tema:  il mosaico absidale della basilica ravennate di Sant'Apollinare in Classe (vi secolo). Fa vedere il Cristo trasfigurato nella forma di una grande croce d'oro tempestata di gemme, stagliata contro un cielo stellato. L'immagine infatti offre una catechesi mistagogica sulla Trasfigurazione nella vita di Cristo e della Chiesa. Ponendo al centro del catino absidale un segno tipico dei primi secoli cristiani, la croce gemmata, un segno paradossale:  qualcosa di temibile che diventa desiderabile, uno strumento di morte elevato a segno di vita, l'umiliazione trasmutata in gloria.
Come il coevo inno di Venanzio Fortunato, Vexilla regis, l'immagine della croce gemmata suggerisce infatti la poetica cristiana alla fine dell'era patristica, il nuovo modo di sentire e di vedere che non è solo trasparenza del significato segnico ma anche visionario superamento di ogni barriera, paradossale unione di poli opposti, riconciliazione di principi contrastanti in Colui che demolisce il muro di separazione tra cosa e cosa, diventando lui stesso la "pace" di chi in lui crede (cfr. Efesini, 2, 14-16).
Prendendo spunto dal racconto lucano dell'evento, in cui i due uomini visti da Pietro, Giacomo e Giovanni in conversazione con Gesù sul monte Tabor "parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (Luca, 9, 31), l'immagine insiste cioè sul rapporto della gloria contemplata dagli apostoli e la imminente morte di Cristo, dando senso all'odierno prefazio, secondo cui il Signore "sul santo monte manifestò la sua gloria e, chiamando a testimoni la legge e i profeti, indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione". Infatti questa croce "sta" per Cristo e i suoi tratti appaiono al suo centro, come se dell'evento di Golgotha rimanesse solo il volto del Crocifisso circonfuso di gloria.
Dire Cristo significa però parlare anche dei santi e della Chiesa, mistico corpo del salvatore; così sotto la croce l'artista colloca il vescovo e martire Apollinare, patrono di Ravenna e di questa basilica, parato per la liturgia eucaristica e con le mani alzate nel gesto orante. Guardando le due immagini insieme, la croce che "sta" per Cristo trasfigurato e Apollinare con le mani alzate, abbiamo l'impressione che il mistero di sofferenza e gloria che il Signore è sia sceso nel santo martire, anche lui "trasfigurato" davanti a noi.
Dal momento poi che sotto questa raffigurazione del vescovo Apollinare che celebra c'è l'altare usato per la celebrazione vera, si viene a costituire una significativa stratificazione di immagini, in cui sant'Apollinare, sopra, diventa "apparizione" del senso dei gesti del sacerdote all'altare sotto. Ai piedi del santo vediamo poi dodici pecore che rappresentano il gregge del pastore Apollinare, in un rapporto che dischiude in termini ideali il rapporto del popolo radunato nella navata con il vescovo vivente all'altare vero, insistendo sull'inscindibile nesso tra la liturgia terrena e quella celeste, nella comunione dei santi.
Dopo questa prima fase di lettura, c'è poi la seconda, più specifica. Sopra la croce che rappresenta Cristo, vediamo la mano del Padre che scende tra le nubi; a destra e sinistra ci sono mezze figure identificate da scritte come "Moyses" e "Helias"; e appena fuori della finestra visionaria sono altre tre pecore che guardano verso la grande croce. Si tratta cioè, come già detto, di una simbolizzazione della Trasfigurazione di Cristo in cui il segno "assorbe" l'evento storico, la croce gemmata sostituendosi per Colui che, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, lasciò trasparire la sua gloria.
L'anonimo artista ha cioè sovrapposto al senso della "veste candida sfolgorante", nel racconto evangelico, il significato del successivo "esodo" - la morte che è già "innalzamento" - nell'unica immagine della croce gemmata, e questa serve da chiave di lettura dell'identità comunitaria nel contesto liturgico, rivelazione di una futura "trasfigurazione" del popolo orante dovuta al mistero presente nel pane e vino cambiati in corpo e sangue di Cristo.
C'è da dire un'ultima cosa, che riguarda gli artisti cristiani, incaricati a così "trasfigurare la materia" che essa riveli la gloria a cui l'uomo è chiamato in Cristo. Ciò che si dice degli artisti, poi, in verità riguarda tutti:  gli artisti insegnano agli altri l'uso retto, l'uso "bello" di quella creatività che tutti abbiamo - insieme alla vita - come dono inerente la nostra condizione umana. La Bibbia infatti presenta Dio stesso come un artista, Deus artifex, creatore sottilissimo di opere stupende, così che l'uomo esclama  infine,  "quanto  sono  grandi, Signore,  le  tue  opere!  Tutto  hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature" (Salmi, 104, 24).
Ma anche l'uomo è "creativo":  fatto "a immagine e somiglianza di Dio" (Genesi, 1, 27), è artista pure lui; fa cose belle per sua natura. La spinta umana verso una creatività analoga a quella divina costituisce in pratica l'ambito del rapporto tra creatura e Creatore.
Nelle scritture, sia ebraiche che cristiane, quando Dio si rivela agli uomini, sovente essi rispondono col "fare qualcosa", erigendo un monumento come segno permanente dell'incontro.
Tale creatività - che si può esprimere in molti modi, come poesia o musica, come danza, scultura o architettura - è una "risposta" essenzialmente religiosa, per la quale la terra si "rilega" al cielo, l'uomo a Dio. La stele eretta da Giacobbe a Betel segnò infatti il luogo dove questi aveva visto una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e sulla quale gli angeli di Dio salivano e scendevano (Genesi, 28, 12); e similmente le tende volute da Pietro avrebbero segnato un punto di convergenza:  il posto dove Pietro, Giacomo e Giovanni videro un uomo, Gesù, cambiare d'aspetto e parlare con Mosè ed Elia, dove videro insomma ciò che era stato promesso a Natanaele:  "Il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo" (Giovanni, 1, 51). L'opera fatta a ricordo di simili esperienze è pertanto un'opera di sintesi suprema, una scala paradisi in cui i poli opposti si congiungono, i limiti vengono superati, il tempo e l'eternità s'incontrano.
Questa "sintesi" avviene in maniera misteriosa, come ogni artista sa:  non fa parte del mondo normale dei progetti e delle decisioni consce dell'uomo. "Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli" (Luca, 9, 32), mentre Giacobbe s'era già coricato, e vide collegarsi cielo e terra nel sogno. Svegliatosi poi disse:  "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo". Ebbe timore e disse:  "Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo" (Genesi, 28, 16-17). Il contesto creativo è quindi luminoso:  lo stato d'animo idoneo è il rapimento, che può esprimersi anche come stanchezza, sfinimento, quando - venute meno le proprie forze - l'uomo si abbandona e sogna, pur rimanendo sveglio. L'uomo deve essere disorientato per creare, deve trovarsi su un terreno nuovo, meraviglioso, che gli sembri "la casa di Dio", "la porta del cielo". Come Pietro sul Tabor, l'artista si deve sentire avvolto in una nube:  deve "avere paura". Non saprà quel che dice, eppure chiederà di prolungare l'istante, costruendo qualcosa - "tre tende" - solo perché "è bello per noi stare qui" (Luca, 9, 32). È questa l'atmosfera in cui l'arte si fa e si recepisce:  l'istante di sintesi creativa stimolata dalla voce uscita dalla nube. In analogia con il testo ispirato, anche l'arte ci espone all'impatto dell'incontro col sovrannaturale:  anche l'arte comunica la gioia di chi, dal mezzo del "sonno" e del "timore", afferma che "è bello per noi stare qui".



(©L'Osservatore Romano 6 agosto 2009)
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