La settecentesca Via Crucis di Cerveno in un documentario presentato a Locarno

Agonia barocca nel gran teatro del mondo


di Luca Pellegrini

Occhi strabuzzati, digrignare di denti, lingue a penzoloni, espressioni rabbiose, smorfie disumane:  è il gran teatro del mondo così come Beniamino Simoni lo evocò scolpendo dai pioppi della Val Camonica centonovantotto statue da inserire nelle quattordici cappelle che costeggiano la Scala santa del santuario della Via Crucis a Cerveno. Otto anni di lavoro febbrile in quel luogo piuttosto sperduto e sconosciuto, iniziato nel 1752 e sospeso per incomprensioni col parroco e altre ragioni ancora da accertare, passato poi di mano alla bottega di Andrea Fantoni, a scultori dallo scalpello assai più educato, dunque più convenzionale.
Personaggi dal corpo inanime, dall'espressione grottesca, che seguono e commentano il percorso di Cristo nella sua barocca agonia, loro di una "compattezza dura e inesorabile" e di "ribelle realismo", Lui di una nobiltà lontana, di una compostezza serena.
Ancora contaminato dalle immagini secentesche della morte, Simoni mette il dolore al centro della "salita" perché il Calvario è il cuore del dolore del mondo. Non a caso Giovanni Testori, che dell'opera di Simoni fu appassionato difensore e divulgatore, gli dedicò alcune pagine indimenticabili:  "Il dolore non è misericordia, sembra dire il Simoni; esso sta dentro i tendini; dentro le cosce possenti e cavalline; nel cerchio dei ventri duri; nelle ossa scricchiolanti da tori; e non esce mai in lagrima perché su tutto incombe questa dura sconsolata, bestiale dannazione".
Incombono rabbia e ferocia:  quelle sono statue per nulla aggraziate, sono irose e nervose nei loro gesti, attorniate da scorci affrescati che evocano panorami locali. Le espressioni di quel volgo anonimo, eppure ben conosciuto, trasudano livore, esempi di un'umanità di legno e gesso sanguigna e beffarda che commenta e partecipa a modo suo, modo "volgare", la salita al Calvario di Gesù.
Questo legno e questo gesso sono gli attori immobili e muti con i quali la regista Elisabetta Sgarbi ha condiviso un set particolare, il mutevole palcoscenico della Passione, a conclusione della sua trilogia cinematografica sulla scultura sacra, iniziata con i drammatici Compianti emiliani di Niccolò dell'Arca, Guido Mazzoni e Antonio Bagarelli (Il pianto della statua, 2007) e proseguita con un diverso e non meno affascinante Sacro Monte, quello di Varallo in Valsesia (Non chiederci la parola, 2008).
L'ultima salita. La Via Crucis di Beniamino Simoni è stato invitato al Festival del film di Locarno, nella più originale delle sezioni, "Ici et ailleurs", testimoniando così lo spirito di ricerca che la manifestazione svizzera ha da sempre incarnato con successo. Prodotto da Betty Wrong e Rai Cinema con il contributo dell'Associazione "La Capéle" e della Comunità Montana di Valle Camonica, il film si avvale della fotografia caravaggesca di Daniele Baldacci, delle scene di Luca Volpatti, del montaggio sofisticato di Luciano Marenzoni, delle musiche evocative e discretissime di Franco Battiato, tratte alcune dalla sua Missa arcaica ed altre appositamente composte.
I suoni si impastano con le statue e si mescolano alla voce rapinosa di Toni Servillo, impegnato a leggere i testi con assoluta discrezione di tempi e di modi, quasi commentasse dall'alto di un mondo impassibile.
Lo sguardo della regista si avvicina con prudenza alle statue di Simoni, quasi ne temesse un'iraconda reazione, le scruta dal basso, le avvolge, le sovrasta, le coglie di sorpresa da dietro:  infonde loro quella vita che non hanno, mettendole in immaginario dialogo con il volto e il corpo di Gesù, mentre il commento musicale spesso cede il posto, inaspettatamente, al silenzio, prima che si alzi il rumore forse del vento flebile a battere il ciak che introduce una nuova stazione della via dolorosa. Si sale:  verso il compianto di tutta l'umanità per la morte del Salvatore. Si esce:  per contemplare un tramonto di pallido rosa che non ha più fine.



(©L'Osservatore Romano 8 agosto 2009)
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