L'attività della Custodia di Terra Santa tra Ottocento e Novecento

Un'isola latina
nel bel mezzo del mare islamico


di Giuseppe Buffon

Sin dalla prima metà del secolo XIX si registra una notevole ripresa del pellegrinaggio in Terra Santa:  i visitatori nel corso di questo secolo raggiungono infatti il milione. Nella sola Inghilterra, tra il 1840 e il 1880, le pubblicazioni divulgate sui pellegrinaggi, tra libri e opuscoli, ammontano a 1600 esemplari. Risulta inoltre impossibile enumerare le xilografie, le litografie e i lavori di diversi paesaggisti diffusi nello stesso periodo.
La mobilitazione dei pellegrini era stata facilitata da un notevole miglioramento degli aspetti logistici e dei mezzi di trasporto. Il tragitto da Napoli a Porto Said, a bordo dei nuovi piroscafi, era diventato assai agevole, sicuro e veloce:  la distanza poteva essere coperta nel giro di cinque o sei giorni. I pellegrinaggi erano composti da devoti anglicani, luterani, battisti e, naturalmente, cattolici, rivelandosi tutti ispirati da un analogo desiderio, sia pure religioso, di "conquista". Pellegrino si ritenne, in qualche modo, anche il generale Allenby, il quale, entrando a Gerusalemme nel 1917, trovò del tutto naturale proclamare il ristabilimento del dominio dei crociati, dopo un intervallo lungo 730 anni.
Diversi pellegrini e viaggiatori provenienti dalla Francia - che a partire dalla seconda metà dell'Ottocento giungevano in Terra Santa sempre più numerosi - al loro ritorno raccontavano, scandalizzati, dell'"inciviltà" di quelle lontane contrade:  sporcizia, incuria, intolleranza, corruzione... Simili critiche riecheggiarono, più tardi, per bocca dei tedeschi al seguito di Guglielmo ii (1898) e quindi degli inglesi guidati dal generale Allenby (1917).
Sotto accusa non era soltanto l'arretratezza del governo ottomano ma, indirettamente, anche le insufficienze dei concorrenti europei presenti sul territorio:  gli ultimi arrivati si arrogavano in genere la prerogativa di incriminare i loro immediati predecessori. Se la catena degli accusatori trovava, dunque, negli inglesi uno dei suoi ultimi anelli, i primi a essere portati sul banco degli imputati furono, a quanto pare, proprio i francescani, accusati dai pellegrini francesi di essere arretrati e fuori del tempo, soprattutto riguardo alla loro proposta educativa.
I protestanti, nell'antiquato Oriente, furono i primi a farsi paladini della "civiltà". Così i cattolici cominciarono ad accusare di inerzia i frati loro correligionari, proprio alla luce di quanto i protestanti avevano operato, soprattutto in campo scolastico (la scuola era ritenuta, infatti, il fulcro sul quale far leva per la diffusione della cosiddetta "civiltà"). I più critici si dimostrarono proprio i figli dell'ultramontanismo gallicano:  i lettori de "L'Univers" e i sostenitori delle Pie Opere Missionarie.
Rivolgendosi all'Opera della Propagazione della Fede, nel 1844, il console francese a Gerusalemme scrisse una lettera di accuse nei confronti delle scuole dei francescani. Il loro superiore fu costretto a difendersi, tentando di far comprendere que Paris ne se trouve pas en Terre Sainte. Le sue tesi sostenevano che:  l'educazione delle giovani generazioni era stata interdetta per lunghi secoli, o meglio, assoggettata alla legge coranica; solo le riforme iniziate da Mohamed Ali, e continuate da suo figlio Ibrahim Pascià (1830), avevano permesso qualche apertura, limitata però al solo Egitto; un sistema di scuola pubblica, simile a quello europeo, era diventato possibile in Terra Santa solo grazie alle misure adottate dal sultano Abdul Medjid (1839-61), con il proclama solenne della pianura di Gul Hane, una località nei pressi del palazzo imperiale di Top-Kapu. L'apologetica però non contava agli occhi del vincitore, il quale aveva la ragione sempre dalla sua parte.
Se gli ultimi arrivati avevano espresso la tendenza a occultare l'opera altrui o, peggio, a denigrarla, quale poteva essere allora la situazione reale oltre la propaganda e quali gli elementi positivi al di là dell'apologetica?
L'universo francescano della Custodia era complesso e multiforme. Il primo posto era stato riservato al lavoro dei missionari impegnati nelle parrocchie - venti, in tutto, tra Siria, Palestina ed Egitto - dedicato non solo all'evangelizzazione, ma anche all'animazione sociale, culturale, civile, con i religiosi che fungevano da mediatori tra la popolazione cattolica - la cosiddetta nazione latina, tale per professione di fede, non per etnia - e il resto del mondo islamico, le autorità governative e i loro delegati in ambito amministrativo e giudiziario, il piccolo mondo degli intrighi economici e giuridici che gravitava attorno ai tribunali locali.
La nazione latina si configurava come un vero popolo che doveva essere soccorso in tutti i suoi bisogni e che non poteva essere abbandonato. La Custodia ne aveva sempre condiviso le sorti, in tempo di rivoluzioni, persecuzioni o epidemie, assai frequenti nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento.
A quanto ammontava questa comunità cattolica nella seconda metà del secolo xix? I cattolici di rito latino erano 21.500, 1700 quelli appartenenti ad altri riti, tra i quali si contavano greci, armeni, caldei, siriani, maroniti, copti e altri:  tutti dimoravano presso le parrocchie francescane, anche coloro che non erano di rito latino, perché sprovvisti di clero appartenente al loro rito.
Fin dai primordi, la Custodia di Terra Santa era stata concepita secondo i canoni di un sistema autarchico, autonomo; i suoi conventi, come isole in mezzo a un universo islamico, dovevano dimostrare una indipendenza quasi assoluta.
Proprio a garanzia della loro sussistenza, accadeva spesso che alcuni nuclei di famiglie "latine" venissero trapiantati da una zona all'altra, in modo da costituire attorno ai conventi una sorta di microcosmo cattolico. Lo scopo di tutto ciò era naturalmente la salvaguardia delle "testimonianze della fede" nei luoghi santi:  un patrimonio non solo da tutelare, ma da rendere fruibile ai pellegrini.
Vi era poi l'impegno dei cosiddetti "visitanti", religiosi non impegnati nella pastorale missionaria, il cui compito principale era il custodire i santuari:  la cura delle pratiche liturgiche e devozionali, l'accoglienza dei pellegrini e soprattutto la gestione della difficile coabitazione con il clero delle altre confessioni.
La convivenza con la popolazione dell'impero turco imponeva ai frati, inoltre, l'impegno per la preparazione di interpreti, i cosiddetti dragomanni o turcimanni, dai quali solamente potevano essere aiutati i religiosi nella gestione dell'economia conventuale e nelle operazioni, ben più complesse, richieste dalla normativa civile per la tutela dei diritti sui luoghi santi. Raramente, però, i futuri dragomanni ricevevano in loco una preparazione adeguata al loro incarico; per questo, a partire dal 1729, i candidati a questa delicata professione venivano inviati a Costantinopoli.
Il quadro della Custodia va completato con quanto veniva operato dai religiosi laici:  con il proprio lavoro assicuravano la sussistenza materiale della Custodia, facendo sì che fosse realmente un popolo nel popolo, dotato, come tale, di tutte quelle componenti necessarie a garantirne l'autonomia e l'integrità. Era un reticolo organizzativo che si distendeva accuratamente sulla geografia socio culturale dell'Oriente.
Il numero considerevole di fratelli costituiva oggetto di incomprensione per l'Occidente, approdato in Terra Santa nel corso del xix secolo con l'ambizioso obiettivo di esportare la sua civilizzazione europea. Alla concezione del pellegrino occidentale sfuggiva proprio la costituzione della Custodia come "popolo nel popolo" e di conseguenza non poteva comprenderne l'utilità effettiva. Interessante al riguardo ci pare il brano seguente, elaborato nel 1858 dal custode, padre Bonaventura da Solero, in risposta ai dubbi avanzati da una della più attive agenzie per la raccolta di fondi, la Propagazione della fede di Lyon:  "Io sono dell'opinione di non avervi delineato del tutto la condizione del personale delle comunità di Terra Santa, avendovi parlato soltanto dei padri (...) Non sono meno importanti però i laici, dei quali in questo Paese c'è bisogno quanto dei padri. Poiché dal momento che in queste contrade la popolazione ha sofferto a lungo sotto la dominazione musulmana, è stata privata di molte cose che risultano di prima necessità per la vita; per questo i nostri frati hanno cercato di supplire a tali urgenze. È questo il motivo per cui si trovano nei nostri conventi i fratelli laici, i quali esercitano il mestiere di muratore, fabbro, falegname, di sarto, fornaio, calzolaio... Essi non si preoccupano soltanto di provvedere ai bisogni immediati della Custodia, ma si sforzano piuttosto di insegnare ai giovani una professione, così da consentire loro di uscire dalla scuola con un lavoro corrispondente alle loro attitudini e alla loro vocazione, così da avere la garanzia di potersi guadagnare il pane per il resto dei loro giorni".



(©L'Osservatore Romano 10-11 agosto 2009)
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