«Restaurazione della persona umana» di don Carlo Gnocchi

Tanti libri insipidi, e non conoscono Dante


Riportiamo l'introduzione del presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura al libro di don Carlo Gnocchi Restaurazione della persona umana (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 196, euro 10).

di Gianfranco Ravasi

Alivello popolare la figura di Carlo Gnocchi come scrittore è affidata a quel Cristo con gli alpini, apparso presso un modesto editore di provincia, Stefanoni di Lecco, nel 1942 e riproposto ancora ai nostri giorni con un editore nazionale (Mursia, 2008). In quelle pagine striate di sangue si delineava già il percorso che avrebbe segnato tutta l'esistenza del suo autore, quello aspro e irto di inciampi tipico del dolore:  non per nulla in quel libro la scena più emozionante è quando don Carlo incontra un alpino in punto di morte e in quegli occhi appannati egli vede Gesù stesso agonizzante ("Ho veduto il Signore!").
Nasce in quel giorno la scelta di cercare il volto di Cristo tra i sofferenti, scelta che guiderà tutta la sua vita e l'opera successiva fino a condurlo alla meta della beatificazione del 25 ottobre 2009 a Milano, in un simbolico rimando alla sua nascita storica, il 25 ottobre 1902 in terra lombarda.
Proprio per questo don Gnocchi scrittore rimane per molti affidato all'appassionato saggio dedicato alla Pedagogia del dolore innocente (Brescia, La Scuola, 1956), vero e proprio manifesto e testamento (la morte aveva colto l'autore il 28 febbraio di quello stesso anno) teologico e spirituale del suo impegno per le piccole vittime della tempesta bellica.
La penna di don Carlo era instancabile come lo erano le sue mani e il suo cuore:  tra libri, saggi, articoli, antologie e riedizioni varie, la sua bibliografia, nell'elencazione curata dal suo migliore biografo, Edoardo Bressan, comprende sessantasei soggetti, nei quali si dispiega una sorta di arcobaleno tematico che giunge fino ad affrontare Il problema del cinema (1940). Eppure, l'opera più impegnativa dal punto di vista teorico è probabilmente quella meno conosciuta a livello popolare.
Si tratta proprio del testo che ora il lettore ha tra le mani in questa nuova edizione che giustamente accompagna i giorni della beatificazione di don Gnocchi, un saggio nato da una serie di articoli apparsi su un giornale stampato a Lugano, "L'Osservatore. L'Italia", un'opera che meriterà al suo autore il Premio Viareggio del 1951. La data della pubblicazione è emblematica:  siamo nel 1946, quando "la bufera immane" della guerra era alle spalle, si era finalmente spenta la retorica marziale e nazionalistica del fascismo e sembrava aprirsi l'alba di una rinascita. Essa, però, aveva a prima vista solo i connotati di una riedificazione edilizia sulle macerie dei bombardamenti.
Don Carlo, invece, a un popolo che ormai era stato "disincantato" dalla guerra e che era stato scosso dal letargo dell'intelligenza e della coscienza e liberato dalla propaganda di regime, voleva proporre un'altra e ben più ardua ricostruzione:  così come nella lotta bellica ci si era adattati alla brutale locuzione del "far fuori un uomo", ora si doveva "rifare l'uomo", impresa ben più difficile dell'altra, eppure "prima e più fondamentale di tutte le ricostruzioni". Come diceva la sapienza orientale, tutti sono capaci di tagliare un ramo, ma chi - se non la natura e il Creatore - lo può far ricrescere? Ecco, allora, il programma di questo libro già nitidamente formulato nel suo titolo, Restaurazione della persona umana. Fu l'editrice bresciana La Scuola a pubblicarlo nel 1946 e da allora fu riedito solo nella raccolta integrale degli Scritti (1934-1956), a cura dell'Ancora e della Fondazione Pro Juventute nel 1993.
Il ritratto da cui si parte è sconcertante e sconfortante ed è abbozzato nella bellissima prefazione, una pagina che sembra scritta per oggi. Infatti, scrive il beato, "siamo caduti nell'incoerenza, nel frammentarismo della vita, nel compromesso e nell'irresponsabilità morale, nel girellismo politico e nella dilagante disonestà pubblica e privata". Tutta questa devastazione - le macerie spirituali, appunto, ben più dirompenti di quelle edilizie - è causata da un fattore scatenante che ora bisogna ricomporre:  "Quando l'uomo non possiede più un nucleo centrale fermo e preciso, intorno a cui polarizzare le azioni divergenti dell'esistenza, quando non ha più una meta chiara e trascendente verso cui convogliare il fascio multiforme e discorde delle sue attività, allora è naturale che la personalità si dissolva in una successione alogica di momenti diversi e incoerenti, tanto nella vita dell'individuo quanto in quella dell'umanità".
È qui ben delineato il progetto di questo saggio, non sempre di facile lettura, anche perché - pur nel solido impianto e nella chiarezza del disegno - procede spesso in modo molto ramificato e coinvolgente, ritornando a spirale sui temi più cari, rielaborandoli e allargandoli così da tendere verso nuovi orizzonti. Il cuore del discorso è, però, sempre pulsante e percepibile:  è necessario ritrovare il centro che renda unitaria la persona; non per nulla da "dissolvere", fa notare don Carlo, discende "dissoluto" che implica non più un giudizio fisico bensì morale, divenendo l'opposto di "assoluto". E continua ricordando che il fondamento della fede cristiana è nell'unità "ipostatica" della natura umana e di quella divina in Cristo, mentre il processo di decomposizione dell'odierna cultura ha generato un "apostasia" che separa Dio dall'uomo e l'uomo dal prossimo.
Siamo, quindi, nella prospettiva del personalismo, come appare anche dalla ricca iridescenza di citazioni che le pagine di don Gnocchi rivelano, introducendo ora Marcel, ora Le Senne, ora Jolivet, Sertillanges, Binet, Duthoit, Bergson e così via, senza per questo ignorare le radici cristiane e il glorioso patrimonio della tradizione tomista, pur attendendo anche alle suggestioni positive offerte dall'esistenzialismo. Si manifesta, così, un vasto impegno di studio, di vaglio, di ascolto che non teme di inoltrarsi su sentieri ancora poco esplorati dalla pastorale di allora e persino dalla teologia (significativa, ad esempio, è la visione dell'amore come "potenza inesauribile di sviluppo" nella scia di Bergson e di De Lubac). Si intrecciano, in tal modo, le più diverse letture:  tanto per fare qualche esempio, si va da sant'Agostino o Pascal ai Demoni di Dostoevskij, da Montaigne alla novella Una giornata di Pirandello; La Pira si incrocia con Gide, Hegel con Freud e così via, in un tessuto di rimandi sorprendenti per chi ha di don Carlo un'immagine solo "operativa", legata al carisma assoluto della carità.
Emblematica è una sua dichiarazione:  "Si legge tanta insipida brodaglia, dalla quale si riesce a fatica a ricavare qualche frustolo di verità e forse si muore senza aver conosciuto Omero, Dante, Pascal, Tommaso d'Aquino, Platone, sant'Agostino, Bossuet, Goethe, per dire i primi nomi che mi vengono alla mente". Questo appello alla profondità contro la superficialità, al pensiero contro l'ovvietà diventa capitale se si vuole delineare il progetto che può salvare l'uomo contemporaneo dalle sabbie mobili della crisi. E appunto la "restaurazione della persona umana" che è molto di più del semplice recupero dell'individualismo. In questa operazione, dagli esiti sociali e non solo propri del singolo, il nostro autore è sostenuto da una figura intellettuale la cui presenza brilla in molte pagine, al di là delle stesse citazioni dirette.
Si tratta di Jacques Maritain, letto da don Carlo non solo nelle sue opere minori, ma soprattutto nel suo saggio più impegnativo, quell'Umanesimo integrale che era apparso nel 1936 e che non aveva goduto di un'accoglienza univoca nel mondo cattolico. È attingendo al pensatore francese che don Gnocchi può delineare la struttura del suo concetto di persona, aperta e dialogica rispetto alla monade dell'individuo, propugnata da altre ideologie. E ancora da Maritain che desume la sostanza della sua critica al comunismo, vera e propria religione "laica" e terrestre e, perciò, "ultima e del tutto radicale eresia cristiana", la cui "forza di propulsione" non deriva "se non da un processo di sostituzione e di trasposizione laica dell'idea di Dio e del suo regno". In questa luce decisivo è il confronto con essa per costruire un'alternativa parallela, ma al tempo stesso radicalmente antitetica, la "concezione cristiana della "comunione dei santi" (...) capace di creare una passione bruciante e fattiva per la socialità, l'èpos tragico della caritas cristiana".
Si ha, così, un "nuovo umanesimo cristocentrico" di impronta maritainiana da opporre all'escatologia secolarizzata marxista, un umanesimo effettivo ed efficace che nasce "non da una brumosa concezione esotica e passionale, ma si fonda sulla roccia di una dogmatica realtà che venti secoli di cristianesimo hanno dimostrato solida e feconda di un'infinita fioritura di opere sociali". E qui si sente battere il cuore del beato, proteso verso una religione che abbia nell'Incarnazione il suo motore, un'Incarnazione che non è mai "pienamente attuata dalla civiltà", perché essa comporta "l'assunzione di tutti i valori umani - tranne il peccato - anzi di tutta la realtà terrestre". Sulla scia di questa verità acquista valore l'appassionata difesa della libertà come scelta personale per vivere la carità, il cui primato è assoluto non solo per edificare la persona umana, ma anche una società degna e giusta.
Su questa strada si comprende il rilievo alto che il sacerdote lombardo assegna al sacrificio, dono di sé, che ha nel sacrificio di Cristo l'archetipo, il modello e il costante referente.
Incarnazione, carità, sacrificio:  questa trilogia ci permette di introdurre ora il profilo della persona che don Gnocchi disegna pagina dopo pagina in questo libro. Ricorrendo all'antropologia tradizionale, ma colorandola e assegnandole un "incarnato" assunto dalla sua esperienza vissuta e dalla ricerca culturale contemporanea, egli approfondisce i cinque lineamenti fondamentali del vero volto della figura umana. C'è innanzitutto la componente intellettiva che ha nella ricerca della verità il suo compito primario, attraverso un itinerario più da pellegrini che da possessori, "deflazionando e calmando la fantasia", evitando il riduttivismo della tecnica e dell'azione, impedendo di impantanarsi nell'"acquitrinio intellettuale" fine a se stesso. L'intuizione, che fa parte della strumentazione del conoscere, apre l'intelligenza a una conoscenza ulteriore che si salda con la razionalità pur valicandola:  è qui che si attesta la fede.
Ma c'è nella persona anche la volontà che si esprime nella libertà e nel carattere. È questa la componente dinamica nella quale don Gnocchi versa tutta la sua passione esaltando la persona libera:  l'uomo captivus, prigioniero di un abuso di autorità o di un'autocondanna al vizio, diventa "cattivo" in senso etico. È qui che si celebra il contrappunto tra grazia e libertà, tra sacrificio ed egoismo, tra scelta gioiosa e "cattività" sotto l'imperio delle cose, degli istinti, delle abitudini, dei piaceri, dell'ambiente. Scrive don Carlo:  "L'intelletto ha il compito di proporre all'individuo un completo ideale di vita. L'ideale, con la sua forza motrice, muove la volontà all'azione. La volontà lavora a tradurre la bellezza ideale, atto per atto, nella vita dell'individuo". A questo punto la persona rivela una terza dimensione che è la più percepibile nell'immediatezza; eppure essa è epifania dell'interiorità, e quindi dell'intelligenza e della volontà.
E la componente materiale, il corpo. L'apostolo dei mutilatini non ha esitazioni:  "Nell'uomo - quante volte dobbiamo dirlo? - non esiste dicotomia, non c'è il corpo da una parte e l'anima dall'altra; c'è la vita umana, che è un tutto organico, dove ogni separazione è una vivisezione a danno del tutto e della integrità dei componenti. C'è un corpo animato e un'anima incarnata. Non si va normalmente all'anima senza passare, in qualche modo, attraverso il corpo, non si purifica lo spirito se non purificando la materia che con lui si è insozzata, non si santifica l'anima, se non santificando il corpo. E viceversa. Perché si tocca, si purifica, si santifica l'uomo". Questa interazione ci invita a "fare del corpo un buon collaboratore dello spirito", ma ci fa anche comprendere quanti rischi siano in agguato attraverso le degenerazioni della costituzione individuale e di quella ereditaria. Ed è interessante osservare come don Gnocchi riversi all'interno delle sue considerazioni su questo tema tanto delicato i primi contributi della psicanalisi e della psicologia che vengono accolti anche nel mondo cattolico:  si leggano i paragrafi riservati ai meccanismi evolutivi, al piacere, oppure alle classificazioni del temperamento (bilioso, nervoso, sanguigno, linfatico) e al loro rimescolamento nella complessità dell'unità psico-fisica della persona.
Essa, visibile e percepibile attraverso la sua corporeità, entra nell'orizzonte del mondo e stabilisce una rete di relazioni. È questo il quarto tratto del volto umano, la componente sociale del suo esistere. Essendo "essenzialmente corale", la persona ha in sé due energie antitetiche, "la forza centripeta che forma l'individualità e la forza centrifuga che la costringe a uscire da sé per colmare la propria fondamentale insufficienza". L'interazione tra questi due dinamismi crea la pienezza dell'uomo che ha una sua identità e soggettività, ma che ha bisogno di amare e quindi di porsi in dialogo con l'altro. Ecco, allora, la sessualità che è la prima spinta a uscire da sé, l'amore che è donazione di sé, la fecondità vista come opera "teandrica" perché continua l'azione del Creatore (si veda Genesi, 1, 27), la famiglia, l'amicizia, la società, la politica, il legame con la materia attraverso il lavoro, l'unità del genere umano, la proprietà privata e il bene comune. Una riflessione che conduce don Gnocchi a prospettare persino un "personalismo internazionale (...) in cui ciascuno trovi e mantenga il posto assegnatogli dalla natura e, godendo della sua libertà e dignità personale, entri a far parte della grande famiglia umana, per il raggiungimento del bene comune".
L'aspetto teologico di questa dimensione "sociale" è celebrato attraverso un'appassionata rievocazione del dramma interiore del poeta francese Charles Péguy, espresso nel suo poema Il mistero della carità di Giovanna d'Arco (1910):  "Bisogna andare insieme verso il buon Dio. Bisogna presentarsi insieme. Non si può arrivare al buon Dio gli uni senza gli altri. Bisognerà tornare tutti insieme alla casa del padre. Che ci direbbe se noi arrivassimo, se noi ritornassimo gli uni senza gli altri?". Ma per approdare a questo esito finale che è poi la "comunione dei santi" c'è un elemento che non si può travalicare. La libertà della persona è così seriamente presa in carico dallo stesso Creatore che egli non blocca la mano dell'assassino né arresta l'atto del peccatore. E qui che entra in scena il quinto e ultimo tratto della fisionomia umana dipinta da questo libro, la componente morale, ossia la coscienza.
Siamo tutti sulla frontiera tra bene e male, solitari sotto l'albero della conoscenza del bene e del male, siamo collocati costantemente nel crocevia ove si dipartono le strade opposte del vizio e della virtù, siamo sul crinale dal quale si distende il versante in penombra del vizio e quello luminoso della virtù, oscilliamo tra la regione del lecito e quella attraente dell'illecito, ci immergiamo nel mare della verità, ma ci aggrappiamo all'isola della falsità perché apparentemente più ombreggiata. È, questa, la storia intima e profonda di ogni biografia. Tuttavia, la solitudine della libertà non è assoluta perché, certo, c'è la spinta satanica verso l'abisso, ma c'è anche la mano salda di Dio che ci trattiene con la sua grazia, se noi l'afferriamo; c'è la guida del maestro e del fratello e c'è il giudizio interiore della coscienza individuale. Con questa ultima lezione don Carlo saluta il suo lettore, il quale, leggendo le sue pagine, scopre alla fine in filigrana il volto stesso di questo giusto intelligente e generoso, mosso da ferma volontà, attento ai corpi dolenti dell'umanità sofferente, sempre pronto a effondere amore nel mondo, divenendo un simbolo di moralità e verità.
È per questo che dal 25 ottobre 2009 egli è "beato", perché - come affermava Giovanni Paolo II - è stato un "seminatore di speranza", incarnazione viva e cristallina delle beatitudini evangeliche. Non per nulla al suo funerale nel Duomo di Milano, il primo marzo 1956, presieduto dall'arcivescovo Giovanni Battista Montini, a un certo punto - secondo la testimonianza di un sacerdote presente, suo amico fraterno e suo esecutore testamentario, don Giovanni Barbareschi - "fu preso un bambino e portato al microfono. Disse:  "Prima ti dicevo:  ciao, don Carlo! Adesso ti dico:  ciao, san Carlo!". Ci fu un'ovazione. Montini disse:  "Molto meglio che abbia parlato un bambino"".



(©L'Osservatore Romano 17-18 agosto 2009)
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