Eresia catara e umiltà francescana nella Firenze del Duecento

Non c'è purezza nel disprezzo della materia


di Elisabetta Galeffi

Nel cappellone degli spagnoli, adiacente al chiostro verde della chiesa domenicana di Santa Maria Novella a Firenze, un affresco raffigura san Pietro da Verona che confuta le argomentazioni di una folla di eretici. Nella navata centrale della basilica fiorentina, il Cristo crocefisso di Giotto commuove per la sua drammatica sofferenza.
Con queste due opere d'arte, l'ordine domenicano racconta la storia del suo impegno contro l'eresia catara che dilagò a Firenze intorno al 1173. La predicazione di fra' Pietro, tra il 1244 e il 1245, a Firenze per opporsi agli eretici e la vittoria della "Sacra milizia" domenicana che, a conclusione del suo impegno contro l'eresia, commissionò a Giotto di dipingere un Cristo dall'umanissima fisicità:  un ribadire che il Dio cristiano è anche uomo e il corpo, come la materia, non coincidono per loro natura con il male e il peccato. Tutt'altro sentire avevano i seguaci del catarismo che, da manichei, consideravano Bene solo il puro spirito e Male la materia. Da ciò discendeva che il corpo umano fosse qualcosa da disprezzarsi, come pure i suoi bisogni più elementari:  mangiare, lavorare e riprodursi, anche se all'interno del matrimonio. Cause dell'arrivo dell'eresia a Firenze furono certo l'intensità dei commerci dei mercanti fiorentini, facilitati dalla prossimità a Firenze della via Francigena, che metteva in contatto diretto la città col nord Italia e con le regioni francesi della Provenza e della Linguadoca, dove i catari occupavano territori molto vasti. Il catarismo comunque a Firenze trovò subito terreno fertile, perché in città aveva preso piede da molti anni un'altra eresia, quella dei cosiddetti patarini, in dialetto lombardo "straccioni", accomunati ai catari dal convergente obiettivo di combattere i lussi e i vizi del clero, così a Firenze le due eresie si confondono e finiscono per diventare nel gergo popolare la medesima eresia.
Fino al 1228, cioè prima dell'arrivo di Pietro, vescovo cataro, a Firenze nel 1229, si ritiene che gli eretici in città seguissero la corrente moderata del catarismo:  le due entità divine del Bene e del Male non sono tra loro in contrapposizione assoluta e insanabile ab aeterno, perché la divinità è una sola. Con il vescovo Pietro che poi abiurerà di fronte al tribunale dell'Inquisizione, arriva a Firenze la corrente intransigente del catarismo, quella del dualismo assoluto, dove invece i princìpi divini sono intesi come due:  Dio e Satana, in inestinguibile lotta tra di loro; e la possibilità offerta all'uomo per salvarsi si trova solo in una vita totalmente ascetica e priva di bisogni materiali.
Le lotte interne a Firenze e i capovolgimenti della sua politica consentono di avere notizie sulla presenza massiccia dell'eresia in città. In altri centri, invece, gli eretici, conducono una vita sotterranea per non finire inquisiti, e di fatto sono invisibili. L'intensificarsi delle lotte tra l'imperatore e il papato allargò la cerchia dei seguaci dell'eresia catara a Firenze. Per smarcarsi da qualsiasi sudditanza anche spirituale nei confronti del papato, molti ghibellini si fecero catari:  ne dà prova una cronaca fiorentina del XIII secolo:  "È ghibellini s'appellarono parte dell'Imperio, avegnadio che' ghibellini fossero pubblici paterini", appunto catari o paterini, come venivano detti a Firenze. Veri scontri di piazza fra le due fazioni religiose e politiche contrapposte risultano dai resoconti dell'epoca. Un esempio la storia riportata nella Cronica trecentesca di Donato Velluti - pubblicata nel 1914 da Isidoro Del Lungo e Guglielmo Volpi - nella quale vengono narrate le vicende del bisavolo dell'autore, Buonaccorso di Pietro:  "Tutte le carni sue erano ricucite tante ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contra paterini e eretici, quando di ciò palesemente in Firenze si combatteva al tempo di Pietro martire".
A Firenze la prima scomunica degli eretici arriva nel 1194. Ne è autore il vescovo di Worms, legato di Enrico iv, ma le scomuniche imperiali vanno a intermittenza, soprattutto, quando non tornino a vantaggio dell'Imperatore.
Infatti, ancora nel 1233, Papa Gregorio ix si lamentava che Firenze non avesse inserito negli statuti cittadini norme contro gli eretici e nel 1235 è lo stesso Papa a decidere di prendere in mano la situazione, ordinando ai frati predicatori di inquisire i fiorentini.
Ma il tribunale dell'Inquisizione non avrà vita facile a Firenze, per quanto l'eresia sia presente in tutti gli strati della società, il suo successo e il suo potere dipendono dall'elevato numero di adepti che si concentra all'interno della classe dei mercanti e delle antiche casate, ovvero nella classe dirigente.
Basti pensare che testimone importante dell'eresia a Firenze e, scomunicato dopo morto, fu lo stesso Farinata degli Uberti, il condottiero ghibellino che Dante mette all'inferno, forse conoscendo la sua richiesta, in punto di morte, di ricevere il sacramento dei catari, il "Consolamentum".
Un altro esempio dell'enorme potere in città degli eretici è la storia ripresa dalle cronache di un processo:  l'episodio dei fratelli Barone.
Tra il 1244 il 1245, sotto il podestà Pace Pesamignola di Bergamo, ghibellino, i catari fiorentini si riuniscono liberamente sfuggendo all'inquisizione e godendo degli appoggi delle famiglie più influenti in città. Nel 1245 due fratelli, Barone e Pace del fu Barone Giubelli, liberano a mano armata un eretico e in seguito essi stessi saranno imprigionati. Ma i due si appellano al podestà che, contro l'esplicito divieto dell'autorità religiosa, annullò la sentenza di condanna e li scarcerò. La storia si conclude con uno scontro armato e la vittoria dei catari sui cattolici. Quando il vescovo e l'inquisitore, il frate Ruggero Calcagni, riconfermano le sentenze di condanna ai due fratelli, gli eretici in città assaltano il convento domenicano dove alloggiava l'inquisitore e lo mettono sotto assedio.
La fine dell'eresia a Firenze e nella penisola segue il successo delle fazioni papali su quelle dell'imperatore. Morto Federico ii e suo figlio Manfredi, la vittoria angioina sugli aragonesi chiude il periodo delle lotte fra guelfi e ghibellini.
Non bisogna però dimenticare che oltre alle vicende storiche, oltre alla "Militia Christi" che misero in campo i domenicani, la cattolicità non avrebbe vinto la sua battaglia contro le eresie, se, negli stessi anni del loro dilagare, non fosse nato un nuovo ordine religioso che rivoluzionò per sempre la vita dei cristiani:  i minori di san Francesco. I francescani combatterono l'eresia con le stesse armi che gli eretici avevano usato contro l'autorità romana:  lo stile di vita umilissimo, lontano da ogni lusso, ma questa volta non nel disprezzo dell'esistenza umana e delle cose terrene che invece san Francesco santificò. La presenza massiccia di catari a Firenze spiega perché i frati di Francesco arrivassero in città tanto presto, quando non avevano ancora una tonaca che li identificasse e tanto meno una regola.



(©L'Osservatore Romano 20 agosto 2009)
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