Due padri della lingua italiana a raffronto

Dante era un classico
(già per Petrarca)


La Scuola estiva internazionale in studi danteschi - promossa dall'Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con il Centro dantesco dei frati minori conventuali di Ravenna con il patrocinio, tra gli altri, del Pontificio Consiglio della Cultura - è giunta quest'anno alla sua terza edizione. Dopo i contributi di Luca Serianni, ordinario di Storia della lingua italiana all'università La Sapienza di Roma, e di Lorenzo Ornaghi, rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore - comparsi rispettivamente nelle edizioni del 22 e del 24-25 agosto del nostro giornale - pubblichiamo stralci dalla relazione conclusiva tenuta dal direttore della Scuola estiva.

di Giuseppe Frasso

Il dossier porta una duplice intestazione - "Dante e Petrarca/Dante in Petrarca" - che corrisponde, in verità, a due momenti di uno stesso percorso, il primo mai interrotto, il secondo ripreso dopo un intervallo secolare, entrambi però inevitabilmente suggeriti ai lettori dalla presenza, entro lo spazio di poco più di cent'anni, di due - ma, in verità, di tre, perché anche Boccaccio ha parte nel confronto - tra le massime figure della storia letteraria italiana e europea. Marco Santagata (Dante in Petrarca, in Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca, Bologna, Il Mulino, 1990, pp. 79-91, prima in "Giornale storico della letteratura italiana", CLVII, 1980, pp. 445-452) ha giustamente sottolineato come "per i contemporanei fosse un confronto inevitabile:  gli stessi tentativi petrarcheschi di sfuggirgli lo mostrano più che mai compreso dell'ineludibilità del paragone. A Petrarca, impegnato nella ricerca di una nuova identità intellettuale, Dante poneva certamente problemi di "immagine"; del resto problemi analoghi sono stati a lungo proiettati dai letterati italiani sull'immagine dell'uno o dell'altro. Ancor oggi quel parallelo resta uno dei cardini della visione della storia poetica nazionale italiana, e ancor oggi conserva non poche implicazioni di ordine ideologico".
E, ancora, lo studioso ha ricordato che "parlare di "Dante in Petrarca"... significa fare i conti con la ben più imponente tradizione raccolta sotto l'etichetta "Dante e Petrarca", una dicitura che fin dalle sue origini ha quasi sempre significato "Dante contro Petrarca"" (ibidem, p. 79).
La migliore sintesi al momento disponibile è la voce Petrarca redatta da Michele Feo, in Enciclopedia Dantesca, iv (Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1984, pp. 450-458; la prima edizione risale al 1973). Feo elenca e discute i dati oggettivi disponibili, in primo luogo menzionando la memoria che Petrarca fa di Dante in Rerum memorandarum libri (i, 83) con due aneddoti che confermano l'immagine di un "Dante esule, altero e aspro che tutti conoscono" (ibidem, p. 450); passa poi a ricordare l'unica evocazione di Dante fatta nei Rerum vulgarium fragmenta, cioè quella del sonetto CCLXXXVII in morte di Sennuccio del Bene, e in Triumphus Cupidinis (iv, 28-37). Nell'un caso e nell'altro l'Alighieri è posto tra i poeti d'amore.
Sottolinea in seguito come Dante non venga mai citato nelle postille autografe che, assai numerose, costellano i suoi libri; "solo una piccola, preziosa orma è stata scoperta dalla vista acutissima di Giuseppe Billanovich nell'Ambrosiano h, in margine a Pomponio Mela De chorogràfia (i, 13, 76). Dove il geografo antico, descrivendo la Cilicia, parla di uno speco nominato Tifone, il Petrarca scrisse nota contra Dantem, intendendo cioè che il testo si oppone alla tradizione raccolta in Paradiso viii, 67-70, che colloca Tifeo in Sicilia. La postilla nell'Ambrosiano non è autografa, ma tutto il codice è apografo della raccolta curata e postillata dal Petrarca dopo il 1335" (ibidem, p. 450).
Non trascura di ricordare la conoscenza e forse l'amicizia di Petrarca con Pietro Alighieri, amicizia allacciata magari allo Studio di Bologna o a Verona (1345); e a Pietro Francesco indirizzò una epistola in versi (Epystulae, III, 7) il cui contenuto è un po' enigmatico (ibidem, pp. 450-451).
A questo punto Feo concentra l'attenzione su quelli che sono unanimemente ritenuti i due più importanti documenti sul rapporto Dante-Petrarca:  il manoscritto Vaticano latino 3199 e la Familiares (XXI, 15). Nella primavera del 1351 Giovanni Boccaccio, che aveva incontrato Petrarca per la prima volta l'anno precedente, in occasione del viaggio di Francesco a Roma per il Giubileo, andò a trovarlo a Padova. Con ogni probabilità ebbero a discutere di Dante, ma il Boccaccio che pure "sentì il fascino e assorbì il magistero del nuovo intellettuale" fu capace di "reagire attivamente e riuscì in parte a indurre il Petrarca a riconsiderare il problema di Dante, a vederlo come un classico e quindi a collocarlo degnamente al posto che gli competeva nella costruzione della nuova scuola" (ibidem, p. 451).
Tornato a Firenze, il Boccaccio inviò a Petrarca, che nel frattempo aveva raggiunto la Provenza, "un esemplare della Commedia forse insieme con la corrispondenza bucolica fra Dante e Giovanni del Virgilio". Il dono era accompagnato dall'epistola metrica latina Italiae iam certus honos, in cui il Boccaccio esortava l'amico ad accogliere di buon animo il gratum Dantis opus doctis, vulgo mirabile, di cui mai si vide l'uguale; e insieme gli ricordava la sua tesi che l'opera era stata scritta in volgare non per ignoranza di latino, come sostenevano gli invidiosi, ma per mostrare tutte le possibilità del volgare (ibidem, p. 451).
Il manoscritto inviato da Boccaccio a Petrarca è ora appunto il Vaticano latino 3199; delle postille che lo costellano - non molte, alcune di mano diversa da quella del Petrarca - una è stata fatta risalire con certezza al poeta dei Rerum vulgarium fragmenta; se nella prima parte la postilla sicuramente sottolineasse un luogo dove si afferma che Roma è vera sede del Pontefice, nella seconda parte allora potrebbe rimandare all'egloga VII del Bucolicum carmen che si conclude con la possibilità del ritorno del Pontefice nella città santa.
Non si ha la lettera di risposta di Petrarca al dono di Boccaccio; nel 1359, però, dopo una nuova, lunga sosta del medesimo a Milano dall'amico che risiedeva ormai da sei anni presso i Visconti - sosta durante la quale discussero "quasi certamente dell'Africa, di Omero, di Dante - il Boccaccio tornò a provocare il Petrarca sul grande fiorentino con una lettera che non ci è pervenuta, accompagnata da una redazione lievemente riveduta del carme Italiae iam certus honos.
Il Petrarca rispose pubblicamente con la Familiares, XXI 15 indirizzata all'amico, il quale, per altro, ancora nel 1367 non l'aveva ricevuta, nonostante nel frattempo si fosse ben divulgata" (ibidem, p. 451).
L'epistola porta l'intestazione Ad Iohannem de Certaldo, purgatio ab invidis obiecte calumnie e il nome di Dante non vi è mai fatto in modo aperto né alcuna sua opera è citata.
Attraverso un serrato argomentare, che si appoggia anche a soluzioni retoriche raffinate, Petrarca giunge a mettere a fuoco il punto che segna la distanza tra sé e Dante, tra l'opera propria e quella di Dante, tra il proprio modo di intendere cultura e letteratura e il modo di Dante. Altre testimonianze allega Feo all'ampio fascicolo. Una di queste riguarda il quesito posto da Francesco Nelli a Petrarca - Epistola XXVIII del Nelli, collocabile nel periodo tra la fine del 1361 e l'inizio del 1362 - se l'Achilleide di Stazio debba considerarsi compiuta o meno, dal momento che Dante, uomo opinatae satis apud multos scientiae, in Purgatorio XXI, 91-93 l'ha ritenuta non finita; manca la risposta di Petrarca, ma nella Seniles, XI, 17, il Petrarca, trattando di coloro che morirono prima di concludere il proprio lavoro non ricorda Stazio.
Paradossalmente l'umanista Petrarca parrebbe in questo caso meno armato del gotico Dante. La seconda si lega alla celebre Seniles, v, 2 degli anni 1365-1366 al Boccaccio; Petrarca rimprovera l'amico che aveva pensato di distruggere le proprie rime, reputandole inferiori ai Fragmenta, "lo accusa di malcelata superbia e lo conforta a saper accettare il proprio posto, anche quando questo non sia il primo".
Il Petrarca si appella al canone del "vecchio ravennate", identificabile nel dantista Menghino Mezzani, che autorevolmente aveva assegnato al Boccaccio il terzo posto, e si dichiara tuttavia disposto per conto suo a cedergli il secondo, prendendo il terzo per sé. Il primo spetta a Dante, ancora una volta non esplicitamente menzionato, ma definito ille nostri eloquii dux vulgaris. Il Petrarca non manca, però, anche qui, di confermare il suo aristocratico rifiuto di ogni concessione al volgo e la convinzione della superiorità dello stilus(...) latinus (ibidem, p. 452). La terza infine si connette alla Seniles, IV, 5 (1365-1367) indirizzata a Federico d'Arezzo e dedicata alla mai intermessa questione della difesa della poesia; mediante un'acuta lettura del testo di Petrarca, Feo propone di vedere nella Seniles "uno degli sforzi più umanisticamente impegnati a conciliare classico (Virgilio) e moderno (Dante), o meglio, a capire, ad assorbire, a sistemare il moderno entro una visione classica. Perché la Commedia implicitamente verrebbe a configurarsi come la prosecuzione di un'esperienza classica, il frutto dell'assunzione in sede poetica di un metodo conoscitivo antico, quello del viaggio dall'errore alla verità" (ibidem, pp. 452-454).
Stante la funzione di insostituito momento di bilancio e punto di riflessione e d'avvio per nuove indagini del contributo di Feo, non si può però trascurare di dire come proprio negli ultimi venticinque anni si siano moltiplicati gli studi che, dedicati soprattutto a "Dante in Petrarca", non hanno trascurato, in qualche caso, il rapporto "Dante e Petrarca".
Prendendo avvio dal già ricordato Vaticano latino 3199, i risultati più interessanti derivano da un saggio Carlo Pulsoni, Il Dante di Francesco Petrarca, comparso sugli "Studi Petrarcheschi" di alcuni anni fa. Pulsoni in primo luogo rilegge la postilla - a suo modo di vedere vergata probabilmente in un unico momento - e, pur consapevole di alcune aporie presenti nella sua proposta, avanza una interpretazione in parte diversa da quella proposta dai precedenti esegeti.
Nota anche, in margine a numerosi versi della Commedia, delle croci, poste forse a indicare luoghi corrotti del testo, e crede di poter sostenere, con sicurezza in almeno due casi, che quei segni siano stati apposti da Petrarca. Pensa di poterlo fare per un motivo che pare fondato; infatti rispettivamente vicino a Purgatorio XVI, 138 e XXVI, 62 , compaiono, oltre alle croci, le lezioni alternative "Gherardo" e "ciel" che potrebbero essere di mano del Petrarca.
Se la proposta ottenesse conferma, risulterebbe che se non altro nei due casi indicati il Petrarca si sarebbe comportato con il testo di Dante come con un classico, per esempio come con il testo di Quintiliano.
Infine Pulsoni rileva sui margini del codice segni di attenzione "assai simili a quelli di cui fece uso Petrarca tra gli anni Quaranta e la metà degli anni Cinquanta del XIV secolo", diversi da quelli usati solitamente da Boccaccio, e alcune maniculae; riconosce anche "una serie di legami fra i passi di Vaticano latino evidenziati dal segno di richiamo e alcuni brani petrarcheschi" (ibidem, pp. 181-198; le citazioni da pagine 181 e 185). Inoltre Pulsoni propone che il segno d'attenzione a Purgatorio xxx, 46-48, in particolare al verso 48, dove compare "conosco i segni dell'antica fiamma" sia stato apposto forse per indicare il riconoscimento della fonte classica l'Eneide di Virgilio - e Petrarca terrà a mente quei versi anche scrivendo Rerum vulgarium fragmenta,CXXV, 12-13 - che il segno di attenzione a Paradiso V, 19-24 possa indicare l'interesse di Petrarca per il fatto che trovava quei versi indicati in un'altra opera di Dante, la Monarchia; che, infine, il segno a Purgatorio XVI, 97-99 e la manicula a Paradiso ix, 126 rientrino in quei luoghi che assumevano particolare interesse per Petrarca, in quanto in essi Dante faceva riferimento alla decadenza della Chiesa e del papato (ibidem, pp. 198-200).
Come si sarà notato, anche una ricognizione partita dai dati oggettivi - e, all'apparenza, più attenta al rapporto Dante-Petrarca - si è poi mossa a trovare conferme entro il sistema dell'opera petrarchesca, operando un passaggio dalla sua biblioteca reale a quella mentale, cioè dai suoi libri alle sue letture e al modo in cui sono state elaborate dal poeta, attento sempre a osservare il precetto similitudo non identitas:  insomma, "Dante in Petrarca".
Se si focalizzano ora le ottiche sui Rerum vulgarium fragmenta, il contributo più organico nel quale ci si imbatte è ancora quello di Paolo Trovato, Dante in Petrarca. Per un inventario dei dantismi nei "Rerum vulgarium fragmenta" (Olschki, 1979).
Trovato organizza i materiali - vuoi derivati da precedenti studi e commenti, vuoi da lui stesso reperiti - in due grandi categorie, la Commedia e i Rerum vulgarium fragmenta e la lirica dantesca e i Rerum vulgarium fragmenta; segmenta poi ogni categoria in cinque sottocategorie identiche, ciascuna aperta da un cappello critico:  "Parole isolate", "Sintagmi minimi o emistichi", "Sequenze semplici (versali)", "Sequenze complesse (trans-versali)", "Sistemi di rime". Nel 1976 Giuseppe Velli si era chiesto "se una troppo netta e recisa distinzione tra le due aree espressive, la latina e la volgare, abbia veramente giovato a una comprensione articolata e aperta del discorso letterario del Petrarca, delle sue ragioni genetiche". Ma i tempi stavano celermente mutando e non solo l'interrogativo posto da Velli andava ricevendo appaganti risposte, ma anche la secolare riflessione sulla presenza di Dante in Petrarca, che, salvo poche eccezioni, era stata rispettosa dei confini linguistici, si apriva, quasi per analogia, a indagare la presenza di Dante, soprattutto - ma non solo - comico nell'opera latina del Petrarca:  come dimostrano appunto gli scritti di Feo e dello stesso Velli. Al momento, il lavoro a me noto più completo sull'argomento risulta essere quello di Marco Baglio, Presenze dantesche nel Petrarca latino ("Studi petrarcheschi", IX, 1992, 77-136) dove lo studioso ha raccolto più di una cinquantina di casi di assoluta evidenza testuale che collegano il Dante della Commedia al corpus delle opere latine di Petrarca. Ma Baglio ha anche il merito di aver proposto una "funzione" Dante alla quale non si è fatto gran che riferimento nell'indagine sulle presenze dantesche nel Petrarca latino; fa giustamente notare, infatti, come occorra "prendere in più attenta considerazione l'ipotesi di un Dante che in qualche caso sembra figurare se non direttamente in qualità di mediatore almeno come filtro di alcuni richiami biblici, che proprio in quanto intrisi degli umori danteschi rivivono in Petrarca" (ibidem, p. 108). Come, per dirla con Contini - Cavalcanti in Dante, in Un'idea di Dante, (Einaudi, 1976) - Cavalcanti aveva "salato il sangue" a Dante, così Dante salò il sangue a Petrarca, e lo salò probabilmente già fin dalle prime letture - è una pura fictio l'affermazione petrarchesca di non aver posseduto, fino al giorno del dono di Boccaccio, una Commedia, e comunque sia, non possedere un libro non vuole affatto dire non averlo letto - tanto è profonda e estesa la sua presenza nell'opera del Petrarca. A Boccaccio spetta il merito d'aver spinto Petrarca a redigere, anche in pubblico, coraggiosamente e orgogliosamente, un bilancio complesso; spetta anche il merito d'avergli forse suggerito - e Feo e Velli l'hanno messo in luce - un ripensamento critico del suo rapporto con Dante, cui Petrarca, ormai maturo, sembrerebbe guardare quasi come a uno dei suoi amati classici antichi.



(©L'Osservatore Romano 26 agosto 2009)
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