La follia della guerra e il primato dell'amore sull'odio nella visione cristiana della pace di Giovanni Battista Montini

Quelle parole inascoltate
da chi sognava la guerra


A settant'anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale pubblichiamo un ampio estratto del discorso di Paolo VI all'udienza generale del 26 agosto 1964, e alcuni stralci dell'omelia da lui tenuta, il 10 giugno  1969,  al Parco de la Grange di Ginevra, in occasione della sua visita in Svizzera.

All'approssimarsi del XXV anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale risorge nel Nostro animo il commosso ricordo della sera del 24 agosto 1939, quando, per ragione del Nostro servizio alle dipendenze del Papa Pio xii, di venerata memoria, Noi avemmo la ventura di assistere all'atto della radiodiffusione di quel suo messaggio, vibrante di forza e di angoscia, nel quale la voce sua fu grave e solenne, come quella di Profeta di Dio e di Padre del mondo.
Quelle parole rimasero inascoltate da chi sognava la guerra rapida e decisiva, apportatrice di potenza e di gloria. E la guerra, una settimana dopo, scoppiò. Era la seconda guerra mondiale. La prima, della quale in questi giorni è stato ricordato il cinquantesimo anniversario, non aveva dunque insegnato nulla, con i suoi milioni di morti, di mutilati, di feriti, di orfani e con le sue immani rovine? Per verità, anche dopo la prima guerra mondiale nobili e poderosi tentativi di organizzare le nazioni in società di pace furono compiuti, ma senza quella sufficiente evoluzione degli animi e degli atti internazionali verso la fiducia nella verità e nell'amore che devono rendere fratelli gli uomini e farli intenti a costruire un mondo di reciproco rispetto e di comune benessere.
Anche il dramma di furore e di sangue della prima guerra mondiale ebbe dai Nostri Predecessori ammonimenti sapienti e pressanti, guida di deplorazione e di dolore. È errato, è assolutamente antistorico accusare un Papa mite ed umano come San Pio X - e si è pur osato scriverlo - di corresponsabilità nello scoppio della guerra del 1914. Ed è poi ancora echeggiante, come terribilmente vera, nel cuore di quanti quella guerra hanno sofferta, la celebre parola di Benedetto XV di "inutile strage", riferita alla guerra stessa. Anche allora la voce del Vicario di Cristo, se ebbe echi profondi nei cuori dei popoli e tardi riconoscimenti nelle menti dei pensatori e degli storici, non ebbe che scarsa ed inefficace accoglienza da parte dei Governanti delle Nazioni e dei Dirigenti della pubblica opinione.
La diffidenza, che ha circondato gli interventi ammonitori del magistero pontificio, non Ci scoraggia a rinnovare i Nostri paterni richiami alla pace, quando l'ora della storia, anzi il dovere del Nostro apostolico ufficio lo richieda. La solenne e suggestiva parola, che il Nostro immediato Predecessore Giovanni XXIII, di felice ricordo, rivolse al mondo con la sua Enciclica Pacem in terris, non è risonata invano; il mondo sentì ch'essa aveva il duplice fascino della sapienza e della bontà. Sembra a Noi che la ricorrenza anniversaria, cinquantenaria l'una, venticinquesima l'altra, delle due guerre mondiali, che hanno insanguinato la prima metà del nostro secolo, offra occasione propizia per fare eco a quei messaggi di pace e per mantenerne vivo ed operante il tonificante ricordo e monito.
È la pace un bene supremo per l'umanità che vive nel tempo; ma è un bene fragile, risultante da fattori mobili e complessi, nei quali il libero e responsabile volere dell'uomo gioca continuamente. Perciò la pace non è mai del tutto stabile e sicura; deve essere ad ogni momento ripensata e ricostituita; presto si indebolisce e decade, se non è incessantemente richiamata a quei veri principii che soli la possono generare e conservare.
Ora Noi assistiamo a questo preoccupante fenomeno:  il decadimento di alcuni basilari principii, su cui la pace deve fondarsi e di cui si credeva raggiunto, dopo le tragiche esperienze delle due guerre mondiali un fermo possesso. Nello stesso tempo vediamo rinascere alcuni pericolosi criteri, che di nuovo servono a guidare una miope ricerca dell'equilibrio, o meglio d'una instabile tregua nelle relazioni delle nazioni e delle ideologie dei popoli fra loro.
Di nuovo si oscura il concetto del carattere sacro e intangibile della vita umana, e si vanno nuovamente calcolando gli uomini in funzione del loro numero e della loro eventuale efficienza bellica, non in ragione della loro dignità, dei loro bisogni, della loro comune fratellanza.
Si avvertono nuovi sintomi d'una rinascita di divisioni e di opposizioni fra i popoli, fra le varie stirpi e fra le differenti culture:  guidano questo spirito di divisione gli orgogli nazionalistici, le politiche di prestigio, la corsa agli armamenti, gli antagonismi sociali ed economici. Ritorna il concetto illusorio che la pace non possa fondarsi che su la terrificante potenza di armi estremamente micidiali, e mentre da un lato, nobilmente ma debolmente si discute e si lavora per limitare e per abolire gli armamenti, dall'altro, si continua a sviluppare e a perfezionare la capacità distruttiva degli apparati militari.
Di nuovo viene meno il terrore e l'esecuzione della guerra come mezzo vano per risolvere con la forza le questioni internazionali, mentre in diversi punti della terra esplodono in scintille paurose episodi bellici, estenuando la capacità mediatrice degli organi istituiti per mantenere sicurezza alla pace e per rivendicare al metodo delle libere e onorevoli trattative diplomatiche la prerogativa esclusiva delle procedure risolutive.
Risorge così l'egoismo politico o ideologico come espressiva direttiva della vita dei popoli; si attenta alla tranquillità di intere nazioni organizzandovi dal di fuori propagande sovversive e disordini rivoluzionari; si abusa perfino della declamazione pacifista per favorire contrasti sociali e politici
Risorgono l'egoismo, l'interesse esclusivista, la tensione passionale, l'odio fra i popoli; e viene meno il culto della lealtà, della fratellanza e della solidarietà; viene meno l'amore!
Se la sicurezza dei popoli riposa ancora sull'ipotesi d'un legittimo e collettivo impiego della forza armata, Noi dobbiamo ricordare che la sicurezza può riposare ancor più sullo sforzo della mutua comprensione, su la generosità d'una leale e vicendevole fiducia, sullo spirito di collaborazione programmatica, in comune vantaggio ed in aiuto specialmente ai Paesi in via di sviluppo. Riposa cioè sull'amore!
Ed è ancora di quest'aurea parola che Noi faremo menzione ed elogio per distendere sulle memorie delle atroci guerre passate il candido manto della pace.
Lo vorremmo disteso sui cimiteri di guerra, affinché fossero in essi composte le salme dei caduti che ancora attendono il gesto dell'ultima umana pietà e aspettano che gli orfani parenti le possano visitare e onorare; ed affinché il tragico sonno di tante vittime tenesse sveglio nelle generazioni superstiti e successive l'ammonitrice memoria del terribile dramma che non deve ripetersi più!
Lo vorremmo innalzato, come vessillo d'amicizia e di speranza, sopra i padiglioni dei consessi internazionali, a gloria ed a conforto di quanti con sapienza e con rettitudine lavorano per rendere i popoli fratelli.
Lo vorremmo trasfigurato nell'orizzonte della storia presente e futura, quasi a lasciar trasparire che la sua luce ideale non può che venire dal sole del Dio vivente:  senza la fede in Dio, come può essere la pace sincera, libera e sicura?
Uomini di buona volontà! ascoltate la Nostra umile voce, fraterna e paterna, che rievocando le memorie incancellabili dei due immani conflitti non proietta sulla scena presente del mondo fantasmi vuoti e paurosi, ma vuol far giungere nell'intimo dei cuori l'invito alla riflessione saggia e responsabile, l'esortazione a collocare sopra ogni interesse, sopra ogni valore quello dell'umana dignità e della fraterna concordia, il presagio della letizia e della prosperità, che non possono mai più nascere dalla guerra, ma dalla pace nella sincerità e nella bontà.



(©L'Osservatore Romano 26 agosto 2009)
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