Pio XII e i successori allo scoppio del secondo conflitto mondiale

Sguardo da Papa


di Marco Roncalli

"Un'ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana, ora di tremende deliberazioni (...) È con la forza della ragione, non con quella delle armi che la Giustizia si fa strada. E gl'imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. (...) Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. (...) Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia". Era la sera del 24 agosto 1939:  falliti diversi tentativi diplomatici e appresa la notizia del patto di non aggressione tra la Germania di Hitler e l'Unione Sovietica di Stalin con l'annesso protocollo segreto sulla spartizione dell'Europa centro-orientale e in particolare della Polonia, da Castel Gandolfo dove trascorreva l'estate, così Pio XII lanciava alla radio il suo appello per scongiurare la guerra. Accanto a lui il sostituto della Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini, in gran parte autore del testo che stava pronunciando.
Un invito estremo disatteso. L'1 settembre, senza un comunicato ufficiale, le truppe tedesche attaccavano la Polonia, e il 3 settembre Francia e Inghilterra dichiaravano guerra alla Germania (legata all'Italia dal Patto di acciaio). Iniziava così il secondo conflitto mondiale. Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, allora delegato apostolico in Turchia e Grecia, ma al momento in Italia per le vacanze, il 30 agosto - pur dopo aver parlato all'inizio del mese con l'ambasciatore tedesco in Turchia, Franz von Papen - scriveva sul suo diario:  "Io non credo ancora alla guerra vicina:  perché questa comunque riesca sarebbe la fine del fascismo e del nazismo. I capi lo sanno:  e non si può credere che si vogliano gettare ad occhi aperti nell'abisso che li inghiottirebbe. Inutile del resto tormentarsi interiormente fuor di misura. Il Signore tutto vede e tutto provvede per i suoi eletti. Il compito mio episcopale è di supplicare sine intermissione per la pace". Ma l'abisso si era già spalancato e una lunga notte stava calando sull'Europa. "Abbiamo passato, dall'ultima decade di agosto ad oggi, giornate laboriosissime, e attraversate dalle preoccupazioni di tutti, rese più intense per quello che di questo nuovo dramma di sangue è dato da vedere qui. (...) Si vedono cose molto penose, alcune anche da vicino, e non potendo altro, si offre questa sofferenza e questa stanchezza per quegli altri che soffrono di più":  così confidava Montini ai familiari il 4 settembre.
Nel numero ingente dei polacchi travolti dalla guerra c'era anche lo studente universitario Karol Wojtyla:  costretto a fuggire da Cracovia verso est, assieme al padre e a migliaia di concittadini nella speranza di sfuggire all'avanzata della Wehrmacht, salvo apprendere - dopo giornate di marcia - anche dell'invasione russa. A quel punto, meglio il rientro a casa, anche se la bandiera dalla croce uncinata sventolava già sul castello del Wawel e, occupata la città, i tedeschi avevano già organizzato la nuova vita consistente "nello stare in piedi in coda per il pane, o in spedizioni per trovare lo zucchero. E anche in un ardente desiderio di carbone, e di lettura", come scriveva a metà settembre il giovane Karol all'amico Mieczyslaw Kotlarczyk, fondatore del teatro rapsodico.
Queste immagini, tutto sommato ancora sopportabili, saranno però presto cancellate dal volto più crudele degli occupanti decisi ad annientare, assieme alla Polonia, anche la sua cultura. Nel frattempo, la Santa Sede - rimasta senza rappresentanti nel Paese dopo il trasferimento in esilio del Governo polacco, mentre i tedeschi impedivano al nunzio a Berlino, Cesare Orsenigo, di occuparsi della Polonia - manifestava la sua solidarietà come poteva. Ricevendo in udienza una delegazione guidata dal cardinale primate August Hlond, il 30 settembre così Pio XII si esprimeva:  "Cristo, che ha pianto sulla morte di Lazzaro e sulla rovina della sua patria, raccoglie, per ricompensarle un giorno, le lacrime che voi versate sui vostri cari morti e su questa Polonia che non vuole morire". Troppo poco però per il Governo francese, al quale avrebbe subito risposto Montini ricordando "che ogni parola contro la Germania e la Russia sarebbe amaramente scontata dai cattolici sottoposti ai regimi di queste nazioni, con pregiudizio della stessa compagine (...) che il discorso del Santo Padre non ha alcuna parola in favore della subdola pace a cui ora aspirano i vincitori; e che  non  si  può  dubitare  che  la Santa Sede non sia, in fatto di diritto e di giustizia, con quelli che intendono davvero combattere per questi ideali".
Rientrato a Istanbul, Roncalli ha già organizzato soccorsi ai profughi polacchi intensificando quell'esercizio della carità rimasto cifra di una vita intera, e il 30 settembre ha annotato sul diario:  "Il mio dovere di restare fuori dalla politica non può impedirmi di piangere sulla Polonia martirizzata ed uccisa. È una grande nazione cattolica che un'altra volta torna in schiavitù". E aggiunge:  "Quanto accade di questi giorni mette in più trista luce l'opera del principe delle tenebre qui ad perditionem animarum pervagatur in mundo. I due suoi rappresentanti più qualificati nell'ora presente si sono incontrati ed intesi:  governo germanico e bolscevismo russo. Sancte Michael arcangele, defende nos in proelio", conclude citando le ultime parole della preghiera in latino all'arcangelo. In Italia, Chiesa e regime si trovavano di fatto a un bivio, e se la spaccatura definitiva sarebbe arrivata solo più tardi con la crisi del fascismo, Mussolini non avrebbe però potuto contare sull'adesione vaticana alla sua scelta di entrare in guerra. Né la Chiesa cattolica - salvo piccole frange - l'avrebbe poi soccorso nel tenere alto il morale del Paese. Piuttosto, i suoi vertici, Papa Pacelli in testa, furono uniti nel riproporre la linea consolidata in continuità con il magistero precedente:  imparzialità e neutralità della Santa Sede, non disgiunta - in una lettura teologica - dall'individuazione delle ragioni della guerra nell'apostasia del mondo moderno dalla Chiesa, nella fragilità di ogni ordinamento puramente terreno. Una guerra dunque ancora come flagello con il quale Dio richiamava gli uomini al ristabilimento dell'ordine cristiano dal quale gli Stati si erano allontanati. Così molti parroci nelle omelie, così si ripeteva nei seminari.
E a proposito, anche se non ci sono documenti sulla sua prima reazione all'annuncio del conflitto, Albino Luciani era in quel momento vicerettore del Gregoriano di Belluno, piccolo seminario che contava allora poco meno di sessanta alunni, ai quali il futuro Giovanni Paolo I si trovò anche a insegnare diverse materie, là dove arrivarono solo gli echi delle bombe. Nella mobilitazione generale dei giovani italiani, anche Luciani, sottopostosi alla visita di leva, era stato arruolato; tuttavia, alla fine del settembre 1939, grazie al Concordato fra lo Stato italiano e la Santa Sede, era stato subito dispensato dal servizio militare, come dimostrano documenti custoditi nell'archivio della curia vescovile bellunese, potendo così continuare a svolgere la sua attività dentro quel luogo ignorato dalle autorità fasciste dove la vita di formazione continuò con regolarità. Nella disillusione di gran parte della Chiesa nei confronti del fascismo, anche se ciò non implicò volontà di rottura per timore dell'avvento del comunismo in Italia, almeno sino all'occupazione tedesca, quando le cose di fatto cambiarono un po' in tutto il Veneto e innanzi a tanti eventi luttuosi parecchi vescovi veneti - su tutti Girolamo Bortignon, alla guida di Belluno annessa al Terzo Reich - si distinsero nella difesa delle comunità loro affidate.
Oltralpe, il dodicenne Joseph Ratzinger era entrato proprio nel 1939 nel seminario di Traunstein, come scriverà nelle memorie:  "La guerra era ancora lontana da noi, ma il futuro stava davanti a noi inquietante, minaccioso e impenetrabile. Una conseguenza immediata dello scoppio della guerra fu che il nostro collegio venne requisito come lazzaretto. Di conseguenza io e mio fratello riprendemmo ad andare a scuola da casa nostra. Ma il direttore trovò una sistemazione provvisoria, dapprima nel centro termale della città (...) poi nel Collegio femminile delle dame inglesi, a Sparz, sopra la città. La casa era completamente vuota, dal momento che i nazisti avevano chiuso tutte le scuole religiose, così che i seminaristi e il corpo insegnante vi poterono trovare una sistemazione (...) Qui mi riconciliai con il seminario (...) Dovetti imparare ad adattarmi alla vita comune (...) sono grato di questa esperienza, essa è stata importante per la mia vita". E ancora:  "All'inizio la guerra parve quasi irreale. Dopo che Hitler ebbe brutalmente schiacciato la Polonia, in collaborazione con l'Unione Sovietica di Stalin, la situazione sembrò improvvisamente acquietarsi. Le potenze occidentali parevano incerte e sul fronte francese non succedeva praticamente nulla. Il 1940 fu l'anno dei grandi trionfi di Hitler. La Danimarca e la Norvegia vennero occupate; nel giro di poco tempo vennero sottomessi anche l'Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e la Francia. Persino delle persone che erano contrarie al nazionalsocialismo provavano una sorta di soddisfazione patriottica:  Hubert Jedin, il grande storico dei Concili, più tardi mio collega di insegnamento a Bonn, dovette, per la sua origine ebraica, lasciare la Germania e trascorrere gli anni del potere hitleriano in esilio involontario in Vaticano (...) Mio padre vedeva con inalterabile chiarezza che la vittoria di Hitler non sarebbe stata una vittoria della Germania, ma dell'Anticristo, e sarebbe stato l'inizio dei tempi apocalittici per tutti i credenti, e non solo per loro. La guerra proseguiva il suo corso inesorabile".
L'impegno di Pio XII, del futuro Paolo VI, della diplomazia della Santa Sede (specie di rappresentanti come Roncalli), dell'Ufficio informazioni del Vaticano per i prigionieri di guerra attivo dal 1939 al 1947, è ben documentato dagli archivi vaticani e non solo. Di questo periodo Wojtyla scriverà:  "Del grande e orrendo theatrum della seconda guerra mondiale mi fu risparmiato molto. Ogni giorno avrei potuto essere prelevato dalla casa, dalla cava di pietra, dalla fabbrica per essere portato in un campo di concentramento. A volte mi domandavo:  tanti miei coetanei perdono la vita, perché non io? Oggi so che non fu a caso".
Nel 1943, il sedicenne Joseph Ratzinger, con gli altri seminaristi della sua classe, reclutato nei servizi di contraerea a Monaco, venne poi trasferito a Gilching, assegnato ai servizi telefonici e dispensato dalle esercitazioni militari con la possibilità di frequentare il Maximilian Gymnasium:  "Ma era terribile dover constatare ogni volta delle nuove distruzioni (...) In questa situazione la maggior parte di noi vedeva come una speranza l'invasione della Francia da parte degli Alleati (...) C'era in fondo una diffusa fiducia nelle potenze occidentali (...) Ma chi di noi avrebbe vissuto tutto questo? Nessuno poteva essere sicuro di uscire vivo da quell'inferno". Invece ce l'avrebbe fatta. Non prima di nuove esperienze come il Servizio lavorativo del Reich nel Burgenland dove fu ripetutamente umiliato da nazisti fanatici, poi la chiamata alle armi vera e propria, che lo vide assegnato alla caserma di fanteria del paese natale, e infine l'internamento in un campo come prigioniero di guerra all'arrivo degli Alleati in cui aveva riposto fiducia, sino al congedo dopo i controlli di rito il 19 giugno 1945.
Poco dopo, l'ingresso nel seminario di Frisinga, fino a quel momento adibito a ospedale militare per prigionieri di guerra stranieri, e quindi la formazione a Monaco. Dove gli studenti, a causa della mancanza di spazio per le distruzioni belliche, dormivano su letti a castello. E dove a Joseph sembrava di trovarsi ancora nella batteria antiaerea. Spazzato via il totalitarismo che alla coscienza aveva sostituito Hitler, il giovane Ratzinger aveva però già scoperto - leggendo pagine di Newman - "che il "noi" della Chiesa non si fondava sull'eliminazione della coscienza, ma poteva svilupparsi solo a partire dalla coscienza".



(©L'Osservatore Romano 28 agosto 2009)
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