Hans Magnus Enzensberger ripercorre la parabola del generale Hammerstein alla fine della Repubblica di Weimar

Troppo pigro per frenare
l'ascesa di un folle


di Gaetano Vallini

La storia di un uomo e della sua famiglia come paradigma della travagliata storia della Germania tra le due guerre e nell'immediato dopoguerra. Una vicenda in tal senso esemplare delle contraddizioni del tempo:  dalla presa del potere assoluto da parte di Hitler all'ondeggiare tedesco tra est e ovest, dalla fine della Repubblica di Weimar al fallimento dell'opposizione al regime, dal richiamo dell'utopia comunista alla guerra fredda. A narrarla è il noto scrittore Hans Magnus Enzensberger nel libro Hammerstein o dell'ostinazione (Torino, Einaudi, 2008, pagine 288, euro 20), un misto di saggio storico, inchiesta giornalistica e romanzo, con l'aggiunta di conversazioni postume con i protagonisti, in un ritorno alla forma letteraria che all'inizio degli anni Settanta decretò il suo successo internazionale con La breve estate dell'anarchia.
L'autore ripercorre minuziosamente la vita di Kurt von Hammerstein-Equord, capo di stato maggiore dell'esercito tedesco quando Hitler prese il potere. Ma il generale non è il solo protagonista del libro:  la moglie e soprattutto i sette figli sono molto più che comparse. I maschi furono tutti coinvolti a vario titolo nella resistenza; le figlie si legarono al Partito comunista e una in particolare divenne una spia russa.
Intelligente, personalità fuori dal comune anche se complessa e ricca di sfumature, discendente di un'antica famiglia aristocratica, uomo di destra, Hammerstein all'inizio considerò il capo del partito nazionalsocialista un confusionario e nemmeno particolarmente pericoloso. Tuttavia non ci mise molto a comprendere quali fossero le intenzioni del nuovo cancelliere. Per questo il generale divenne - in segreto e pur tra prudenze a volte eccessive e contraddizioni - il punto di riferimento della resistenza anti hitleriana che culminò nel fallito attentato del 20 luglio 1944 (anche se allora egli era già morto da un anno).
I primi dubbi sulla pericolosità del regime nazista presero corpo nel generale la sera del 3 febbraio 1933 a Berlino, durante una cena:  Hitler incontrò per la prima volta nella sua nuova veste i principali rappresentanti della Reichswehr, le forze armate tedesche. Il neo cancelliere espose senza mezzi termini i suoi veri obiettivi:  instaurazione di una dittatura, ricerca di "spazio vitale" a oriente. E preannunciò anche la data d'inizio della guerra. I vertici delle forze armate accolsero il discorso di Hitler con cortese freddezza; la stessa freddezza riservata alla sua persona visto che, come ricorda un testimone, il Führer venne trattato con una certa condiscendenza ed egli stesso disse in seguito di aver avuto la sensazione di parlare a un muro. Ciononostante il giorno seguente il "Völkischer Beobachter", l'organo del partito, scrisse trionfalmente:  "L'esercito cammina fianco a fianco con il nuovo cancelliere. Mai come oggi, la Reichswehr si identifica tanto con i compiti dello Stato".
Di sicuro l'incontro fece cambiare del tutto opinione ad Hammerstein. Che ebbe conferma dei suoi timori nella notte tra il 27 e 28 febbraio, con l'incendio del Reichstag. "Sempre che non siano stati proprio loro a dargli fuoco", fu, infatti, il commento del generale, che un anno dopo rassegnò le dimissioni, anticipando di fatto quella che molto probabilmente sarebbe stata una imminente decisione dall'alto.
Enzensberger si sofferma lungamente sul comportamento di Hammerstein in quel periodo, ovvero se avesse considerato l'eventualità di spodestare il neo cancelliere. Sembra che il generale ritenesse folle l'idea che alcune unità dell'esercito prendessero il potere con un putsch, scatenando una sanguinosa guerra civile. L'occasione giusta, semmai, era stata persa quando, prima della nomina di Hitler, la crisi di governo aveva raggiunto il culmine. Ma anche allora il generale continuò a ritenere che la Reichswehr dovesse restare fuori dalle lotte di potere e dagli intrighi politici. La sua segreta speranza era di "integrare Hitler e il suo partito nella responsabilità di governo, dividerli e addomesticarli" e, quindi, l'idea di una congiura, con i suoi risvolti, non lo attraeva. Anche perché sapeva che sarebbe accolta malamente da un nazione ancora fortemente colpita dalla "pugnalata alle spalle" della prima guerra mondiale.
Eppure Hammerstein era certo già nel 1933 che Hitler avrebbe portato la Germania alla rovina e dieci anni prima dei suoi compatrioti aveva immaginato quale tragedia sarebbe stata una guerra contro l'Unione Sovietica. E nessuno poteva saperlo meglio di lui, che fu uno dei protagonisti della collaborazione con l'Armata rossa a cavallo fra gli anni Venti e Trenta volta al riarmo clandestino della Reichswehr, in spregio alla pace di Versailles. Eppure sembrava accettare gli eventi fatalmente. "Se quel branco di pecoroni di tedeschi si è scelto un Führer come quello - disse testualmente in un colloquio - dovrà pur scontarla". E allo stesso interlocutore che lo accusava di sottrarsi alle sue responsabilità, comportandosi con aristocratico distacco, così rispose:  "Non sono un eroe; ti sbagli sul mio conto. So il fatto mio, se occorre. Ma non mi spingo alla ribalta della storia come voi. Sono troppo pigro per farlo".
Cionostante, celata forse in quel "se occorre", restò in lui un'ostinata convinzione nel contrastare la barbarie. Trasferitosi con la famiglia a Dahlem, dopo le dimissioni il generale si astenne in pubblico da ogni posizione politica, ma la sua casa divenne luogo di incontro degli uomini legati alla resistenza, come Ludwig Beck e Carl Goerdeler. Alcuni di loro lo assicurarono, tra l'altro, del fatto che, nel caso Hitler avesse fatto scoppiare un conflitto, avrebbero agito. Gli rivelarono la costituzione di uno speciale reparto che avrebbe dovuto arrestare il Führer al momento della dichiarazione di guerra. "Gli accordi di Monaco, tuttavia, con le concessioni fatte a Hitler da Chamberlain, Daladier e Mussolini, tolse loro, o almeno così pensarono, la giustificazione morale e politica all'azione", annota Enzensberger.
Ma proprio alla vigilia dell'attacco alla Polonia, il 31 agosto 1939, inaspettatamente von Hammerstein venne richiamato in servizio e in breve nominato comandante in capo del gruppo di armate A in Occidente. In realtà durò poco. Il 24 settembre, infatti, fu definitivamente congedato. "È probabile - sottolinea lo scrittore - che nella decisione abbiano avuto un ruolo le voci secondo le quali il generale aveva progettato di arrestare Hitler nel caso avesse fatto visita alla sua armata". Alla sua rinascita era stato, dunque, collegato un piano ambizioso, anche se destinato a fallire:  la destituzione del dittatore. Questi, infatti, quasi fiutasse i pericoli alla sua persona, annullò la visita già fissata. Tuttavia la storiografia non è concorde sull'intenzione di Hammerstein. Certo è che poco dopo fu ordinato l'avvicendamento al comando d'armata.
Anche stavolta, dopo il congedo, il generale si ritirò solo apparentemente a vita privata. Del resto, che fino a poco tempo prima della morte fosse coinvolto nei preparativi per il tentativo di insurrezione del 1944 risulta da uno scritto del servizio di sicurezza indirizzato a Martin Bormann. E lo stesso Führer in una conversazione ricordò Hammerstein come un oppositore nel momento dell'assunzione del cancellierato.
Il generale morì il 24 aprile 1943 a Dahlem, "prima che Hitler potesse vendicarsi di lui", annota Enzensberger. Con la morte di Hammerstein scompariva un uomo nel quale in molti avevano riposto del loro speranze. Una persona che, come poche altre, dichiarò la sua opposizione al regime nazista in maniera tanto aperta, senza cautele e timori. Durante il funerale, accanto alla bara venne deposta l'enorme corona inviata dal Führer:  il nastro, che recava il suo nome, era stato però "dimenticato" in metropolitana dai familiari.
La seconda parte del romanzo si sofferma sulle vicende familiari delle figlie e dei figli del generale. L'intreccio di relazioni, azioni di spionaggio, matrimoni, espatrii e rientri serve all'autore per narrare la complessità del rapporto tra Germania e Unione Sovietica, ma anche per sottolineare la sua personale idea di cosa abbia accomunato i due totalitarismi.
Nel presentare la figura di Hammerstein, Enzensberger non cela la sua sincera ammirazione per questo acuto rappresentante dell'aristocrazia militare. E pur consapevole dei tentennamenti e delle contraddizioni, sembra perdonargli il fatto che nella sua ostinazione non arrivò a osare di più nei confronti del tiranno. Così anche in questo libro appare insoluta la questione se lo stato maggiore tedesco avesse potuto fermare Hitler nel 1933. Al pari del suo "eroe", lo scrittore sembra accettare l'idea che il popolo tedesco avesse un suo destino da seguire. Ineluttabilmente.



(©L'Osservatore Romano 11 gennaio 2009)
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