La morte di Olivier Clément

Credo dunque sono (libero)


di Adriano Dell'Asta

Un testimone del Risorto. Olivier Clément, deceduto nella serata del 15 gennaio scorso, è stato molte cose:  un grande teologo, un grande scrittore, un finissimo poeta, un esempio di spirito ecumenico, fino al punto, nel 1998, di vedersi affidare da Giovanni Paolo II il compito di preparare, lui ortodosso, le meditazioni lette nel corso dell'annuale Via Crucis al Colosseo; ma soprattutto è stato un testimone del Risorto, uno dei grandi personaggi che hanno mostrato che "si poteva essere cristiani nel xx secolo" e che questa possibilità ridava respiro e speranza alla vita.
Nato nel 1921, nel sud della Francia, Clément era arrivato alla fede da adulto, alla fine degli anni Quaranta, dopo essere stato a lungo un "pagano mediterraneo", pieno di dubbi irrisolti e di finte risposte, finché nel cristianesimo, incontrato attraverso l'esperienza dei filosofi religiosi russi - soprattutto Nikolaj Berdjaev e Vladimir Losskij - aveva trovato una forza di vita; più radicalmente, aveva trovato la vita:  la visione di un uomo trasfigurato dalle energie divine in un mondo assediato dal nulla, l'esperienza della bellezza luminosa e sorprendente delle cose al fondo di una personale notte dell'anima dalla quale nulla sembrava poterlo liberare.
Il cristianesimo come vita, come l'esperienza del Vivente:  non un discorso astratto, una serie di valori e di idee sia pur altissime, delle risposte preconfezionate e rassicuranti, ma semplicemente il gusto e il senso della vita, la capacità di tener desta una domanda e una sete di senso proprio nel momento in cui si trovava una risposta assolutamente sorprendente e convincente a tutti i propri interrogativi; come avrebbe detto molto più tardi, nel 1996:  "Il cristianesimo non è né moralismo né ritualismo, ma invocazione, forza, luce. Il cristianesimo non è più né un'imposizione ideologica, la vecchia eresia dei tempi della cristianità, né un comparto della cultura in serie con tanti altri, la nuova eresia dei tempi della modernità, ma l'esorcismo, la densità, la profondità di ogni esistenza - per chi lo vuole - nell'amore e nella libertà. Per l'amore e per la libertà".
Nei libri di Olivier Clément le risposte, la salvezza, la trasfigurazione dell'uomo e del cosmo non erano mai un banale e facile lieto fine, ma la sempre drammatica sconfitta della morte attraverso la morte di Croce:  non la fine della storia, ma la sempre rinnovata freschezza di un nuovo inizio nell'amore e nella libertà, la rinascita dell'uomo in Cristo.
In un mondo fatto di divisioni insuperabili, lacerato soprattutto dalla contrapposizione tra il Creatore e le sue creature, che non riuscivano più ad accettare il mondo di Dio, il mondo di Auschwitz e Hiroshima, del nuovo e temuto olocausto nucleare, il cristianesimo si presentava invece attraverso Clément come la possibilità di tornare finalmente a concepire Dio e l'uomo in una unità vivente, dove l'uomo trovava la forza di creare e di essere libero non rubandola a Dio, ma ricevendola da Lui come un dono e un compito:  il dono di essere creato e il compito del figlio; era l'idea dell'immagine di Dio presente in ogni uomo come verità dell'uomo stesso, come fondamento dell'irriducibile dignità di ogni singolo uomo. All'inizio degli anni Settanta, in uno dei suoi primi libri tradotti in italiano, Riflessioni sull'uomo, cogliendo la radice del nichilismo che stava catturando l'umanità contemporanea e inchiodava l'uomo alla sua orgogliosa solitudine o alla disperata fusione in una società sempre più massificante e spersonalizzante, aveva scritto:  "Abbiamo la tendenza a giustapporre il Creatore e la sua creatura mentre al contrario occorrerebbe presentire che le creature esistono solo in Dio, proprio in quella volontà creatrice che le rende diverse da Dio".
Una volontà creatrice che ci rende diversi da Dio proprio mentre Dio ci fa a Sua immagine:  è l'infinita antinomia dell'unità nella diversità, dell'unità dell'uomo con Dio e dell'unità degli uomini fra di loro, riaffermate proprio mentre Dio resta assolutamente trascendente e irriducibile a quanto l'uomo può pensare di Lui e mentre ogni uomo resta assolutamente irriducibile a tutti gli altri e a ogni altra realtà creata. Scriveva ancora Clément:  "Il fatto che l'uomo sia formato a immagine di Dio significa dunque che è formato a immagine di Cristo ed è soltanto in Cristo che l'uomo trova la propria verità. (...) È nel Risuscitato che l'uomo scopre il senso della terra, lo scopo della creazione. Il volto del Cristo è inseparabilmente il volto di Dio nell'uomo e il volto dell'uomo in Dio, il solo volto che non si chiude mai perché la sua trasparenza è infinita, il solo sguardo che non pietrifica mai, ma che libera. Volto dei volti, chiave di tutti i volti".
Il cristianesimo, dunque, come religione dei volti, non delle filosofie e dei precetti, dei discorsi, dei libri e delle parole, ma della Persona, del Verbo di Dio fatto carne e diventato esperienza per ciascun uomo. In questo sguardo che non pietrifica, in questa esperienza che ha tutto il rigore e l'esigenza del rapporto personale, il cristianesimo, liberato dalle astrazioni dei sistemi e delle loro imposizioni, ritrovava la sua capacità di investire tutto il cosmo, di liberarlo dal suo peso. Il cristianesimo non era più il rifiuto del mondo, della storia e della carne, anzi li ritrovava con una pienezza che il mondo, la storia e la carne non sapevano più di avere:  questa nostra modalità di esistenza, intessuta di morte e di corruzione, non era più l'ultima parola sull'essere; come spiegava Clément citando Berdjaev, "non si può dire che la carne sia un principio malvagio e degno di morte perché sarebbe peccaminoso nella sua essenza stessa, è vero piuttosto che essa deve essere trasfigurata e risuscitata perché nello stato in cui si trova attualmente muore e va in disfacimento, soffre e patisce, non è né eterna né libera".
La Chiesa e il mondo, distinti e irriducibili l'uno all'altra, non erano più separati e contrapposti, ma uniti in un progetto nel quale il mondo stesso ci veniva restituito proprio "nella profondità della Chiesa che, mediante i sacramenti, o meglio in quanto unico sacramento "pneumatico" del Risorto, altro non è se non il cosmo in via di trasfigurazione".
Il cristianesimo, come esperienza dell'incontro personale con Cristo, era dunque inseparabilmente l'incontro di Cristo nella Chiesa, nell'oggettività dei sacramenti, dove l'uomo era liberato dal proprio soggettivismo e dalla propria pretesa dell'uomo di salvarsi da solo:  l'io ritrovava se stesso incontrando un tu irriducibile alle proprie creazioni; l'intellettuale francese educato alla modernità cartesiana del cogito ergo sum riscopriva la maggiore attendibilità dell'es ergo sum.
Se il pensiero di Clément ha sempre avuto lo spessore della vita e ha sempre saputo comunicare questo spessore è proprio perché è nato dall'incontro con la vita sul limitare della morte, quella morte che aveva assalito gli uomini del XX secolo e che spesso questi uomini stessi si erano creati, credendo di potersi liberare da soli. Ricordando la propria conversione e ricordando che era stata la vittoria sulla solitudine del proprio io, Clément aveva scritto:  "Una sera ho guardato a lungo, molto a lungo, le vene del legno sul mio tavolo. Tutto era presente, tutto era bene. Mi sono detto che Kirillov aveva ragione. Di già, traversando le strade, non evitavo più le macchine:  essere nulla, essere tutto, tutto è uguale. Stavo per uscire per evitarle un po' meno. Allora Qualcuno m'ha guardato. Lui, sull'icona. Non giocherò a fare l'illuminato. Tutto era silenzio, parole del silenzio. Ma silenzio di Lui, parole di Lui, in una profondità più grande di quella dell'io, in una profondità in cui non ero più solo".
L'io si era ritrovato in Cristo, non aveva perso nulla di quello che era, neppure il proprio male e i propri dolori:  il primo avrebbe dovuto essere purificato nel corso di tutta la vita, i secondi sarebbero stati i mattoni di una lunga costruzione, ma intanto davanti a quel tu l'io era rinato:  "Mi ha detto che esistevo, che voleva che io esistessi, e dunque che non ero nulla. Mi ha detto che non ero tutto, ma responsabile. Che il male era quello che facevo. Ma che, ancora più profondo, lui c'era. Mi ha detto che avevo bisogno di essere perdonato, guarito e ricreato. E che in lui ero perdonato, guarito e ricreato".
In Cristo l'uomo non è più il nulla, ma non diventa magicamente il superuomo che si era sognato, diventa piuttosto responsabile, cioè libero:  il che è molto di più. Nelle conferenze, numerosissime, che hanno segnato l'attività di Olivier Clément, di fronte alle domande che il pubblico gli poneva, non c'era problema che il suo cristianesimo lasciasse senza risposta, ma non c'era mai risposta che togliesse il dramma della libertà e che privasse quindi l'ascoltatore del fascino della vita che lo attendeva. "Tieni il tuo spirito nell'inferno e non disperare", era una delle massime che Clément evocava spesso richiamando i grandi spirituali alla cui scuola si era formato, su tutti, i Padri della Chiesa; nell'inferno del mondo contemporaneo l'uomo non era solo, era con la compagnia di Cristo disceso agli inferi e con questa compagnia poteva affrontare ogni dolore:  il dolore non era tolto, ma nella forza di chi aveva vinto la morte l'uomo trovava la forza per non esserne più condizionato, per essere pronto ad affrontare ogni prova senza che quella prova potesse determinarlo.
Il centro di tutto era dunque Cristo; in lui tutto diventava miracolo:  "Che qualcosa esista e non il nulla, che qualcuno esista e che non sia soltanto un pezzo di materia ma un volto, non è già un miracolo? Per chi sa guardare, tutto è miracolo, tutto è immerso nel mistero, nell'infinito. La più insignificante delle cose è un miracolo. E ancor di più lo è ogni incontro". Ma questo è possibile soltanto in Cristo perché "senza di lui la religione "sarebbe rimasta un'astrazione"; senza di lui "l'unione reale con Dio sarebbe impossibile"".
Ma la centralità di Cristo per Olivier Clément era la centralità della Chiesa, senza della quale Cristo rischiava ogni volta di essere ridotto alla fantasia soggettiva delle idee o dei buoni sentimenti dell'umanità, perché "fuori dalla comunione interna alla Tradizione di Cristo, non si può vederlo né comprenderlo; si vedranno sempre elementi separati, Dio nel cielo e l'uomo sulla terra". E ancor di più, ancor più dolorosamente, per un ortodosso che viveva in un Paese tradizionalmente cattolico, per un ortodosso assetato dell'unità, questa separazione tra il cielo e la terra veniva sottolineata dalla separazione storica dell'oriente e dell'occidente, alla quale Clément non è mai stato tentato di rispondere con ricette tranquillizzanti o con progetti arrischiati; a tutto ciò preferì piuttosto la via difficile ma entusiasmante della conversione personale. Quelli che lo incontravano erano conquistati da questa prospettiva e dalla sua amicizia, e con lui iniziavano uno scambio di esperienze nel quale proprio le diverse conversioni all'unico Cristo aprivano "la possibilità di ritrovare l'unione non attraverso la via - presto sbarrata - di un riaccorpamento sociologico o di un aggiustamento concettuale, ma innanzitutto attraverso il recupero creativo del senso vivente dell'unica Chiesa nella diversità delle sue tradizioni".
È tra l'altro questa sfida che ci lascia oggi Olivier Clément, la sfida rivolta a ciascuno di noi perché ciascuno di noi recuperi il senso vivente dell'unica Chiesa nella diversità della tradizione in cui gli è stato dato di incontrare Cristo e di vivere in Cristo; il resto è in Dio, "il futuro è in Dio. Le volontà di Dio riposano nell'eternità. Esse entrano nel tempo quando il tempo è maturo, quando si offre. Il nostro compito è quello di far maturare il tempo".



(©L'Osservatore Romano 18 gennaio 2009)
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