Ottant'anni fa i Patti Lateranensi

Una firma per l'Italia pensando al mondo


di Romeo Astorri
Università Cattolica del Sacro Cuore

La ricorrenza dell'ottantesimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi, che quest'anno coincide con il venticinquesimo anniversario degli accordi di Villa Madama, rappresenta, almeno a mio avviso, un'occasione per una riflessione che, uscendo dalla logica della mera celebrazione, possa essere uno spunto per una qualche osservazione su ciò che essi sono stati a livello dei rapporti tra Stato e Chiesa nell'Italia che si avvia a festeggiare i centocinquanta anni della sua unità, ma anche per cogliere il contesto, che non può essere meramente italiano, nel quale sono stati firmati.
Gli accordi del 1929 hanno rappresentato per molti anni un segno di contraddizione per la storiografia e per la dottrina giuridica italiana. La cultura italiana, storica e giuridica, o almeno larga parte di essa, ha considerato i Patti come la cifra interpretativa del pontificato di Pio XI, e li ha visti come il momento culminante della liquidazione, in nome del rapporto col governo Mussolini, dell'esperienza del cattolicesimo politico italiano. Ricordo ancora la sensazione provata, partecipando ad un convegno su Pio XI, organizzato dall'École française di Roma, a cavallo degli anni Novanta nel quale, per i relatori italiani, Papa Ratti era il Papa dei Patti, e quindi un Pontefice definito storicamente dal rapporto privilegiato con un regime autoritario; per quelli francesi, al contrario, era il Pontefice della condanna dell'Action Française, e quindi della ferma denuncia di possibili derive autoritarie e integriste del cattolicesimo. Credo che l'acquisizione di nuova documentazione storiografica e la riflessione della dottrina in tema di rapporti della Chiesa con gli Stati permettano di uscire da quella aporia e offrire la base di una lettura più convincente, ma soprattutto meno italiana dei Patti stessi.
Credo che una tale lettura si possa costruire lungo tre linee di riflessione, la prima riguarda la Questione romana, la seconda, il contesto di politica ecclesiastica più generale nella quale va collocato anche il Concordato lateranense, la terza, la loro connotazione più tipicamente italiana cercando di dar ragione del giudizio secondo il quale i Patti sono uno degli eventi che segna la storia dell'Italia post-unitaria e non un fatto legato alle contingenze storiche del momento.
Secondo alcuni osservatori la Questione romana aveva già trovato una sua prospettiva di soluzione durante la prima guerra mondiale. Alcuni documenti conosciuti solo recentemente rafforzano la tesi di chi ha qualificato il periodo tra la guerra di Libia e la firma dei Patti come gli anni della conciliazione silenziosa. Il primo è costituito dall'elaborazione da parte della Segreteria di Stato di una bozza di Trattato tra Italia e Santa Sede riguardante la creazione di uno Stato vaticano, discusso in una Plenaria della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari il 17 marzo 1917, nel pieno del conflitto mondiale; l'altro è dato dalle due annotazioni presenti nel diario del barone Carlo Monti, direttore generale degli Affari del culto, che fu negli anni del pontificato di Benedetto xv "nunzio e ministro nello stesso tempo" per i rapporti tra la Santa Sede e il Governo italiano. Il 7 dicembre 1918 egli riferisce di una conversazione con il cardinal Pietro Gasparri, il quale avrebbe osservato che "il Vaticano (...) noi non facciamo questione di un po' di territorio, più o meno, purché la Santa Sede sia libera, non solo nella sostanza, ma anche nell'apparenza". E, annotando nello stesso diario le parole di Vittorio Emanuele Orlando, quando gli riferì della conversazione con il segretario di Stato, annota non solo che questi si era dichiarato disponibile a trovare una soluzione dopo l'avvio delle trattative di pace a Parigi, ma anche che, a suo avviso, sarebbe stato "un accordo che sarà il più grande avvenimento del secolo, per quanto esso non faccia che sanzionare una intesa che in questi quattro anni ha dato risultati soddisfacenti". Anche se i colloqui svoltisi a Parigi tra monsignor Bonaventura Cerretti e lo stesso Orlando non ebbero seguito, le sintetiche opinioni annotate dal Monti mostrano quanto la vicenda della guerra abbia influito sul mutamento del clima, se non della natura dei rapporti tra Italia e Santa Sede e abbia accelerato la soluzione della questione.
Il Trattato del Laterano rappresenta dunque il riconoscimento formale di una situazione che era andata maturando già durante il pontificato di Benedetto xv, di cui l'iniziativa di Pio XI e Mussolini rappresentò solo il momento finale.
A questo proposito credo debbano essere avanzate due altre osservazioni, la prima è che, sul piano dottrinale, la scuola canonistica romana, già sul finire del secolo XIC, aveva prospettato l'ipotesi, e tra i sostenitori ci fu anche il futuro cardinal Pietro Gasparri nelle sue Institutiones iuris publici, che il potere temporale appartenesse non all'esse ma al bene esse della Chiesa stessa; la seconda è il fatto che, malgrado qualche incomprensione e malinteso anche grave, la legge delle Guarentigie aveva permesso alla Santa Sede di mantenere, durante gli anni della guerra, la sua attività soprattutto di legazione attiva e che, sul piano internazionale, salvo qualche impuntatura dell'Italia che, come fece nel Patto di Londra, chiedeva l'introduzione di una clausola secondo la quale la Santa Sede non potesse partecipare ai congressi internazionali, nessuno, e lo confermava la vicenda stessa della guerra mondiale, metteva in discussione la soggettività giuridica a livello internazionale della Santa Sede stessa.
Alla luce di quanto si è osservato risulta comprensibile il motivo per cui, in questi ottanta anni, nessuno abbia mai posto seriamente in discussione il Trattato, nemmeno nel delicato passaggio intervenuto alla fine del secondo conflitto mondiale. La questione dell'internazionalizzazione dei Patti, emersa al momento della firma ed evocata da monsignor Giovanni Battista Montini alla fine del secondo conflitto mondiale, come possibile richiesta della Santa Sede, la sopravvivenza dell'articolo 1 e dell'articolo 23 e le difficoltà derivanti dalla loro potenziale incoerenza con il nuovo assetto democratico dello Stato non hanno mai posto realmente in discussione l'esistenza del Trattato. E le questioni legate ai due articoli sopra citati sono state risolte in sede di revisione del Concordato. Anche l'articolo 24 sulla neutralità della Santa Sede nelle questioni temporali fra gli altri Stati ha superato le temperie derivanti dal maggiore interventismo della Santa Sede nelle vicende internazionali e in particolare con il ruolo assunto alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa e con la sua attività in ordine alla elaborazione del testo del vii principio relativo ai diritti umani e alla libertà religiosa.
Il secondo ordine di riflessioni prende in esame direttamente la questione concordataria. Va da subito precisato che fu la Santa Sede a chiedere al governo italiano di concludere, assieme al Trattato che avrebbe posto fine alla Questione romana, un Concordato, rompendo così con la scelta separatista fatta dall'Italia liberale. A mio giudizio, il Concordato del 1929 va perciò collocato nel contesto della politica concordataria del primo dopoguerra che, avviata durante il pontificato di Benedetto XV, trovò la sua attuazione durante il papato del suo successore. Le scelte vaticane degli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale non furono lineari. Ci fu un primissimo periodo nel quale la politica vaticana sembra inizialmente orientata verso l'accettazione di una "buona separazione". E questo sulla scia delle riflessioni del canonista Gasparri, che, secondo Carlo Fantappié, aveva proposto nelle Institutiones già citate due aspetti innovativi, un concetto di diritto canonico funzionale all'azione pastorale della Chiesa e un cambiamento di tono nelle relazioni tra Stato e Chiesa che sarà alla base del riconoscimento dell'autonomia dell'ordinamento degli Stati e che porterà ad una revisione del giudizio negativo sulla separazione in quanto tale, ma anche sulla base delle riflessioni dell'allora monsignor Eugenio Pacelli sulla natura dei concordati.
In questa direzione va il giudizio positivo, o comunque non negativo, espresso dal nunzio a Monaco, monsignor Pacelli, sugli articoli riguardanti la religione presenti nella costituzione di Weimar, che poneva fine al principio della religione di Stato e adottava quello che Ulrich Stutz, il maggior canonista tedesco del tempo, definirà separatismo non completo o zoppicante. Una scelta che fu condivisa dal Gasparri, ma alla quale si opposero alcuni canonisti curiali, come il gesuita Benedetto Ojetti, e che fu fortemente contestata anche da alcuni canonisti tedeschi, come Joseph Hollweck, il quale scrisse a Pacelli che i numerosi canonici che sedevano in Parlamento avevano venduto la Chiesa in cambio di ben remunerate cattedre di teologia nelle università.
I mutamenti che intervennero in quel biennio portarono a verificare la possibilità concreta di aprire trattative concordatarie con vari Stati, la maggior parte delle quali si concluderanno, come si è detto, negli anni di Pio XI. Una scelta che riprendeva una storia, che sembrava definitivamente conclusa con la denuncia da parte della Francia del concordato napoleonico.
Il modello assunto dai concordati tra le due guerre, che rimarrà immutato sino agli accordi spagnoli del 1976-79 e all'accordo di Villa Madama del 1984 è quello del Concordato completo, vale a dire di un accordo che, almeno nelle intenzioni deve regolare tutte le res mixtae, superando il modello del secolo precedente che si limitava a disciplinare alcune questioni specifiche, soprattutto le nomine.
Il Concordato lateranense, a differenza del Trattato, non si presenta quindi come una scelta collegata unicamente alle vicende italiane, ma deve essere visto, pur senza annullarne la specificità, nel contesto della politica vaticana nel dopoguerra.
Sotto questo profilo vanno quindi considerate le materie contenute nel Concordato lateranense. La nuova regolazione delle nomine agli uffici, ricondotte tutte al principio codiciale della libera nomina dell'autorità ecclesiastica pontificia o episcopale che fosse, la fine della placitazione regia sostituita dalla clausola politica, la disciplina concordataria della materia dell'insegnamento religioso, la regolazione concordataria dell'insegnamento universitario della teologia o delle università cattoliche, la disciplina del finanziamento alla Chiesa cattolica e dei criteri per la definizione delle circoscrizioni diocesane, il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso si ritrovano in molti dei concordati firmati tra le due guerre, sia precedenti il 1929 sia successivi.
Certamente la regolazione dei vari istituti è funzionale alla situazione della Chiesa nei vari Stati, ma credo si possa constatare l'esistenza di un intento comune del legislatore canonico, quello di definire una legislazione canonica particolare che riguardasse l'intero Stato, o meglio tutta la Chiesa del Paese con il quale si era arrivati a firmare il Concordato. E questo vale nel caso dei concordati con i Paesi dell'Europa centrale dove certamente prevale l'idea del superamento del particolarismo giuridico e di determinare un nuovo diritto particolare più coerente con la nuova codificazione del 1917.
Nel caso del Concordato lateranense va però rimarcato il fatto che esso segna la nascita della Chiesa italiana; si tratta infatti della prima legge canonica particolare che concerne la Chiesa italiana, visto che, durante il pontificato di Leone xiii, proprio per evitare la possibilità di una riunione dell'episcopato a livello nazionale, le varie diocesi erano state suddivise in regioni ecclesiastiche ed erano state create le conferenze episcopali regionali, paradossalmente. Il ritardo, rispetto ad altre Nazioni, della nascita della conferenza episcopale deriva certamente, oltre che dalle difficoltà connesse al numero dei vescovi, anche dalla scelta operata da Leone XIII.
Un'ultima serie di brevi osservazioni va fatta in ordine alle condizioni politiche nel quale fu condotta la trattativa. La dottrina ecclesiasticistica, ma di questo troviamo scarse tracce negli autori tedeschi che hanno studiato il fenomeno concordatario, ha visto nell'accordo italiano, il modello di un concordato con i Paesi autoritari, nel quale si realizzava uno scambio tra confessionalizzazione offerta dallo Stato (oltre all'Italia, Portogallo e Spagna) e legittimazione politica data dalla Chiesa. Qualcuno ha anche individuato esaminando le bozze di due trattative concordatarie con la Francia e con la Spagna repubblicana, due tipologie di accordi concordatari, una alla quale appartiene il Concordato del Laterano, con i regimi autoritari, l'altra con i Paesi democratici.
Senza entrare nel merito degli istituti che giustificano questa analisi, e pur ritenendo che certamente, nel caso dell'Italia, il Concordato ha portato ad un'accelerazione del processo di confessionalizzazione già in atto dal primo dopoguerra, credo che questo fenomeno non possa, se non per taluni elementi specifici, essere collegato al carattere autoritario del regime fascista. Credo piuttosto che dipenda, soprattutto per i Paesi belligeranti, dal fenomeno che porta, immediatamente dopo la guerra, i cattolici intransigenti, ad uscire, secondo l'espressione suggestiva, anche se discutibile di Altermatt, dal ghetto nel quale erano stati confinati (o si erano, secondo alcuni, confinati) durante l'età del liberalismo. La Conciliazione, sotto tale profilo, non è soltanto un fenomeno italiano.
La consapevolezza di essere parte di una Nazione, e non un corpo estraneo, in quanto legati ad un potere sopranazionale, maturata nelle esperienze dei movimenti del cattolicesimo sociale e acquisita nelle trincee della prima guerra mondiale, porta a rafforzare la volontà degli uni di "ridare Dio alla patria" e determina il consenso di una classe politica, conscia della nuova situazione di uno Stato nel quale sono diventati protagonisti i partiti di massa. Certamente gli anni tra il 1926 e il 1929 nei quali fu condotta la trattativa furono anche quelli del definitivo affermarsi del regime fascista e la conclusione dei Patti non poté che consolidare tale processo. Va anche rilevato che la componente antimoderna presente nella cultura cattolica e in quella fascista hanno dato un'interpretazione dell'accordo nella quale sono stati sottolineati in modo particolare gli aspetti di rottura rispetto alla tradizione politica liberale.
Aldilà della contingenza di alcune delle scelte normative contenute nelle disposizioni concordatarie del 1929, va rilevato, a conferma di quanto osservato, come un giurista liberale come Arturo Carlo Jemolo nell'Italia repubblicana, e siamo già alla fine degli anni Sessanta, abbia pensato, al processo di revisione del Concordato lateranense come l'eliminazione delle "foglie secche". A mio avviso, la continuità dello strumento concordatario poggia su questa conciliazione, che non viene meno anche oggi, quando esso non è più prevalentemente guardato come un collegamento tra due ordinamenti secondo la lettura univoca della dottrina di quegli anni, ma, anche attraverso il riconoscimento del ruolo delle religioni nello spazio pubblico, in quanto momento di espressione della libertà religiosa di tutti, come dimostrano i testi non solo dell'accordo di Villa Madama, ma di tutti i concordati più recenti. E l'augurio è che, anche questa presenza possa scongiurare il ripetersi di ciò che ha portato al pesante giudizio di Jemolo sull'età giolittiana, nella quale, sostiene lo studioso, la crisi di ideali portava a constatare la presenza di uno smarrimento che "con tratti ancora più confusi, con espressioni più volgari lo ritroveremmo, se potessimo indagarlo, in tutta la classe colta dell'Italia del tempo; tra coloro che sono rimasti fermi alla fede tradizionale, e gli altri che non hanno più alcun assillo religioso, e come hanno abbandonato le pratiche della religione, così hanno espulso dalla loro mente, con i problemi del divino, tutti quelli che non abbiano un contenuto pratico immediato".



(©L'Osservatore Romano 11 febbraio 2009 2009)
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