Il manifesto in musica della generazione hippy

Nati per essere selvaggi


di Giuseppe Fiorentino e Gaetano Vallini

If six was nine:  se il sei fosse nove, cantava Jimi Hendrix nell'omonima canzone inserita nella colonna sonora di Easy Rider. Si tratta del manifesto in musica della generazione hippy rappresentata nel film, una generazione ribelle, ma in fondo molto americana:  pronta, come avevano fatto i suoi antenati, a mettersi sulla strada nella ricerca di una nuova frontiera - anche ideale - e desiderosa, esattamente come i padri fondatori, di mettere in discussione lo status quo. Se il sei fosse nove:  un modo quindi di proporre una lettura rovesciata della realtà che in definitiva non rappresentava una novità assoluta. Lo testimoniano le decine di opere letterarie statunitensi in cui l'autore si sforza di far percepire al lettore una diversa visione del dato concreto.
Ma del tutto nuovo era negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta il modo di raccontare questa esperienza umana e artistica attraverso la musica. E la colonna sonora di Easy Rider - che non ha il classico tema portante ma è una raccolta di brani, una sorta di concerto virtuale - ne è una prova evidente, cambiando persino il genere, quello jazz, che aveva accompagnato il viaggio on the road di Jack Kerouac, icona di quel periodo. Un cambiamento che era nell'aria e che sarebbe sfociato, appena un mese dopo l'uscita del film nelle sale americane, nel mitico happening di Woodstock, che fornì l'immagine di una generazione e uno spaccato della musica di quegli anni, tra rock, country e psichedelia targata west coast.
Novità, dunque. A cominciare proprio da Jimi Hendrix e dal suo gruppo non a caso denominato Experience. Sulla grandezza del chitarrista sono già stati versati fiumi di inchiostro, come sulle tragiche circostanze che ne hanno causato la morte prematura. Ma non è inutile ricordare - e il brano inserito nel soundtrack del film ne è testimonianza - che Hendrix assieme a pochi altri ha davvero rivoluzionato, e per sempre, il modo di intendere i tre minuti della canzone, attraversandoli, squassandoli quasi, con gli irrepetibili assoli della sua Fender bianca in una miscela esplosiva e ancora attualissima di rock, blues e sperimentalismo estremo, come dimostra l'onirica coda della canzone inserita nella colonna sonora del film.
Un soundtrack - peraltro non esente da alcune situazioni poco felici - in cui sono presenti altre perle. Come le due canzoni degli Steppenwolf:  The pusher e Born to be wild. Il nome del gruppo, evidentemente mutuato da Il lupo della steppa di Hermann Hesse, lascia intuire in quale temperie culturale esso sia nato, ma lascia anche capire la qualità della cultura giovanile di circa quaranta anni fa, soprattutto se confrontata con quella attuale dominata da grandi fratelli più o meno invadenti o da amici più o meno velenosi. Entrambe le canzoni - come altre di questo gruppo sfortunatamente poco noto - hanno mostrato una notevole capacità di resistere all'usura del tempo, ma è soprattutto Born to be wild, nati per essere selvaggi, a dare voce ai sogni e ai miti della generazione di Easy Rider:  "Fai correre il motore / a testa bassa sull'autostrada / cercando l'avventura e tutto ciò che capita sulla tua strada (...) prendi il mondo in un abbraccio d'amore / fai fuoco con le tue pistole / contemporaneamente ed esplodi in cielo (...) Come un vero figlio della natura / siamo nati, nati per essere selvaggi / possiamo salire così in alto / e non volere morire mai".
Se gli Steppenwolf rappresentano con i loro inni rock l'anima più dura del movimento e della cultura hippy, la Band ne costituisce la dimensione più intimistica, più lirica, più legata alla tradizione folkloristica nordamericana. Una musica meno aggressiva, quindi, ma non per questo meno suggestiva. The Weight, la canzone della Band che sottolinea alcune indimenticabili scene del film, è davvero un piccolo gioiello, anche nel testo dovuto al genio - letterario ancor prima che musicale - di Robbie Robertson:  "Mi sono spinto fino a Nazareth / Mi sentivo mezzo morto / Ho solo bisogno di un  posto dove poggiare la mia testa / "Hey signore, può dirmi  dove  un  uomo può trovare un letto?" / Fece solo una smorfia e mi strinse la mano / No fu tutto quello che disse".
La Band divenne nota in quegli anni anche come gruppo di spalla di Bob Dylan. Colui che ebbe la forza di imprimere una svolta elettrica alla musica folk americana e attirandosi per questo gli strali dei puristi. Proprio al signor Zimmerman si deve It's alright ma (I'm only bleeding), tutto a posto mamma (sto solo sanguinando), qui cantata da Roger McGuinn, leader dei Byrds e autore della Ballad of Easy Rider. La canzone di Dylan, nel suo ossessivo incalzare descrive il disagio della generazione giovanile di quell'epoca, e forse non solo di allora:  "Cartelloni pubblicitari ti inducono / a pensare che tu sei quello / che può fare ciò che non è mai stato fatto / che può vincere ciò che non è mai stato vinto / e intanto la vita fuori va avanti senza di te (...) E benché i padroni facciano le regole / per i saggi e per gli stolti / io non ho niente, mamma, per cui vivere".
È certamente questa una delle non rare volte in cui le liriche di Dylan sfiorano le vette dell'autentica poesia e forse è persino riduttivo applicare a simili composizioni l'unica etichetta di canzoni di protesta - soprattutto contro la guerra in Vietnam - come è a lungo accaduto. Ma non c'è dubbio che la canzone di Bob Dylan può essere considerata un po' come il manifesto programmatico di quella generazione di giovani che negli anni Sessanta e Settanta decisero - spesso attratti loro malgrado da falsi miti e da maestri non sempre affidabili - di lasciare le certezze un po' scontate della vita borghese per dedicarsi, come novelli Huckleberry Finn, all'avventura. Erano questi i giovani di Easy Rider, nati per essere selvaggi, ma troppo presto svaniti nel nulla.



(©L'Osservatore Romano 3 aprile 2009)
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