McCartney e Ringo Starr suonano insieme a New York

La sostenibile leggerezza dei Fab two


di Giuseppe Fiorentino

Solo un paio di canzoni suonate e cantate assieme:  eppure, la reunion dei due Beatles superstiti, avvenuta sabato 4 al Radio City Hall di New York, ha avuto una eco vastissima. Come eccezionale era stata l'attesa che l'aveva preceduta. In realtà non si trattava di evento inedito. Paul McCartney e Ringo Starr avevano già calcato lo stesso palco circa sette anni fa, in occasione del concerto in memoria di George Harrison da poco scomparso. Ma in quello show - organizzato da Eric Clapton, altro grande amico del chitarrista dei Beatles - i due erano rimasti un po' defilati.
A New York invece - come narrano le cronache - Paul e Ringo hanno fatto la parte del leone. Soprattutto McCartney, che dei due è sicuramente quello più dotato. Non che mancassero le rock star, a partire da Sheryl Crow, Ben Harper ed Eddie Vedder dei Pearl Jam fino ai più stagionati Donovan e Mike Love dei Beach Boys. Ma, almeno a leggere i resoconti giornalistici, è come se nessuno li avesse notati:  tutti i riflettori sono stati puntati sui due musicisti dei Beatles, un gruppo che, vale la pena ricordarlo, si è sciolto circa quaranta anni fa e che ha costruito la sua intramontabile fortuna su una carriera discografica durata meno di una decade. Come mai, dunque, tanta attesa e tanto entusiasmo per ogni cosa riguardi i quattro di Liverpool?
Una prima risposta è che i Beatles non sono quasi mai scivolati nel banale o nell'ovvio. Lo dimostra lo stesso concerto di sabato che - come ha scritto il "New York Times" - non è stato organizzato per una delle solite, degnissime cause tirate in ballo in simili occasioni. Niente pace, diritti umani, ambiente, aids, quindi, ma una discutibilecampagna volta a raccogliere denaro per la fondazione del regista David Lynch che si propone di diffondere la meditazione trascendentale tra i giovanissimi. Change begins within, il cambiamento comincia da dentro, è stato infatti il tema della serata che ha immediatamente rimandato la memoria di chi non è più giovanissimo a quell'estate del 1968 in cui i Beatles e altre celebrità dell'epoca - tra le quali Donovan, Love e una Mia Farrow alle primissime armi - si recarono a Rishikesh in India per un corso di meditazione sotto la guida del Maharishi Mahesh Yogi, il quale da allora guadagnò una certa popolarità anche in occidente. Si può anzi affermare che grazie al formidabile veicolo pubblicitario fornitogli dai Beatles, la pratica della meditazione - e più in generale le grandi tradizioni culturali e religiose indiane - fecero breccia tra i giovanissimi in Europa e in America. Per moltissimi si è certamente trattato di una moda passeggera, magari concretizzatasi nell'iscrizione a un corso di yoga. Gli stessi Beatles, a parte George Harrison, non hanno dopo di allora mostrato un evidente interesse per l'oriente. Ma sabato sera in nome di quell'esperienza indiana di tanti anni fa, Paul e Ringo hanno suonato di nuovo insieme. Solo due canzoni del vecchio repertorio del gruppo:  la vecchia ma ancora arzilla I saw her standing there e la celeberrima With a little help from my friends, tratta da Sgt Pepper's lonely hearts club band, che già nell'originale era inusitatamente cantata da Ringo Starr, del quale si può dire tutto il bene possibile, ma non certo che possegga una bella voce. La canzone fu infatti portata al successo planetario da una versione più marcatamente rock di Joe Cocker.
Due canzoni del vecchio repertorio, entusiasmo alle stelle da parte del pubblico pagante e centinaia di articoli in rete a poche ore dalla conclusione del concerto. Tanto successo - e questa è la seconda risposta al quesito precedente - è in fondo dovuto alla sorprendete leggerezza che segna le canzoni dei Beatles, una leggerezza che ha consentito loro di viaggiare nel tempo e di giungere fino a noi, come non è invece riuscito a un rock giudicato più impegnato, ma che forse si è preso troppo sul serio e che per questo è divenuto pesante.
Il sorriso, anche autoironico, non è invece mai mancato ai Beatles, così come uno sguardo partecipato e affettuoso verso la realtà. È per questo che piacciono ancora tanto. Soprattutto ora, in un mondo attanagliato dalla crisi, alle prese con una miriade di conflitti o in cui modelli proposti ai più giovani sono energumeni stressati o veline alla caccia dell'ennesimo calciatore. Tra un crollo di Wall Street e un attentato in Afghanistan, una canzone dei Beatles è una piccola oasi di serenità, in cui non c'è posto per chi vuole scoprire massimi sistemi, né indicare alternative sociali e politiche. In cui ci si può rilassare senza pensare a ciò che sarà del nostro portafoglio e senza preoccuparsi di essere piacenti. Dura solo tre minuti e i Beatles sono i primi a saperlo. Ma piace e fa bene. Come, appunto, "un piccolo aiuto dagli amici".



(©L'Osservatore Romano 6-7 aprile 2009)
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