Benedetto Giuseppe Labre secondo Lorenzo Bracaloni

Sulla strada


Giovedì 16 aprile è la festa liturgica di san Benedetto Giuseppe Labre. Questo "vagabondo di Dio" venne a lungo studiato da Lorenzo Bracaloni, giornalista e scrittore raffinato che per circa un quarantennio collaborò con il nostro giornale. Lo stretto legame fra questi due personaggi è raccontato in un articolo - di cui anticipiamo la prima parte - dedicato "Alla memoria di padre Giuseppe Ferrari (morto l'11 aprile 2008), oratoriano, prete evangelico secondo il cuore di Filippo Neri" e contenuto nella settantesima Strenna dei Romanisti. Il volume sarà presentato, come di consueto in occasione del Natale di Roma, il 21 aprile in Campidoglio.

di Paolo Vian

Non si pensi a Jack Kerouac e alla sua avventurosa traversata degli States degli anni Cinquanta. La prima parte del titolo intende piuttosto evocare la caratteristica comune che unisce la vita di san Benedetto Giuseppe Labre, morto a Roma il 16 aprile 1783 quasi sulle scale della chiesa di Santa Maria ai Monti, e un suo singolare biografo, lo scrittore "romano" Lorenzo Bracaloni. Le virgolette sono d'obbligo perché Bracaloni non appartenne per nascita alla città in cui pur visse quasi metà della sua esistenza e alla quale legò buona parte della sua produzione giornalistica e letteraria. Ma, come accadde a molti fiorentini giunti prima di lui sulle rive del Tevere - uno per tutti, Filippo Neri - l'Urbe fu per Bracaloni, più che un'esperienza letteraria, un approdo e un luogo dello Spirito, per lo stesso motivo per cui la sua scrittura fu sempre, prima che un esercizio di stile, una milizia gioiosamente cristiana. Eppure, alcune sue pagine dedicate a Roma - penso, per esempio, a quelle sull'oleandro di Porta Capena, sul burattinaio del Pincio, sulle rose di autunno all'Aventino o su Armando Spadini "pittore della famiglia" - meriterebbero di essere scelte per un'ideale antologia romanistica. Trascurato dalla critica e ora largamente dimenticato, Bracaloni a quasi trent'anni dalla morte merita oggi di essere rivisitato e riscattato da un oblio tanto ingiusto quanto prevedibile e da lui forse voluto. Le sue scelte, come si vedrà, non furono mai dettate dall'interesse e dalla ricerca della notorietà, ma seguirono un percorso interiore che nel tempo appare chiaro e luminoso e per molti versi lo assimila al santo di cui nel 1946 scrisse, quasi come un ex voto, la biografia.
Era nato a Firenze il 10 agosto 1901, nel giorno del santo che probabilmente ispirò ai genitori la scelta del nome per il neonato, nella gran vampa dell'estate che in seguito avrebbe amato. Il padre era medico e si ricorda che fu lui a prestare le prime cure a Carlo Lorenzini, il Collodi, quando la sera del 26 ottobre 1890 il babbo di Pinocchio fu colpito dal male che lo condusse a morte.
L'amore per la scienza passò "per li rami", da padre a figlio. Laureato in chimica, avviato come tale alla carriera militare in un corpo speciale dell'esercito, Lorenzo coltivò presto anche un'altra, diversa inclinazione, incominciando a scrivere, dal luglio 1931, nella rivista fiorentina "Il frontespizio" e poi nella "Rivista dei giovani" del salesiano Angelo Cojazzi. Del cattolicesimo letterario fiorentino fra gli anni Venti e Trenta i volumi di Bracaloni, tutti pubblicati fra il 1936 e il 1949 - spesso per i tipi dell'editore fiorentino Giannini e con illustrazioni dello stesso Giulio Giannini iunior - recano lo stigma, con pagine che, insieme, fanno pensare a Nicola Lisi e Carlo Betocchi, a Piero Bargellini e Tito Casini - senza dimenticare, sullo sfondo, i grandi numi tutelari, Giovanni Papini e Domenico Giuliotti, ma senza riprenderne le indignazioni e le sfuriate polemiche. Le sue sono invece pagine miti e quiete, in bilico fra l'osservazione della realtà minuta e quotidiana e un'atmosfera quasi di favola, di apologo morale, di poesia. Si incomincia, all'insegna di un sano buon umore, con una Scelta di facezie e burle del Piovano Arlotto (Firenze, 1936) e si prosegue, prima della guerra, con "... Andrem sulla montagna" (Firenze, 1937) testimonianza della passione per le escursioni alpine dell'autore; Il gusto delle cose buone (Torino 1939) da alcuni ritenuto il suo libro forse più bello:  "cinquanta prose, con campagne, montagne, città, e incontri su tutte le strade di umile gente"; Le parole turchine (Roma, 1939), una raccolta di novelle fra realtà e fantasia. Dopo lo scoppio del conflitto, escono Il capolavoro di Giosuè Borsi:  la sua vita. Conversazioni con la mamma (Vicenza, 1941); Amici (Pisa, 1942) con significativa prefazione di Giorgio La Pira; Giugno, bel sole (Firenze, 1942); Le freccie di San Sebastiano (Roma, 1943). Spiccata è l'attenzione agiografica:  non solo, come si è visto, per la figura del toscano Borsi, caduto a Zagora nel 1915, occasione di riconciliazione del cattolicesimo italiano con gli ideali della patria, ma anche per il questuante cappuccino Francesco Maria da Camporosso, il "Padre Santo", anche lui sempre on the road, per quarant'anni fra il popolo di Genova, nel porto, fra i "carrugi", immerso nelle miserie e nelle sofferenze della gente, sino a contrarre il colera e a morirne nel 1866 (Questuante benefico:  san Francesco Maria da Camporosso, cappuccino, Genova, s.d.); e per Maria Goretti (La beata Maria Goretti vive in mezzo a noi, Vicenza, 1948). Sempre costante, e sottesa anche alle scritture agiografiche, è in Bracaloni la preoccupazione educativa:  nelle sue pagine protagonisti o destinatari del discorso sono spesso i giovani, i ragazzi, ai quali comunicare un codice di comportamento intessuto di virtù, che però nulla ha della tristezza musona dei moralismi, ma sprizza la gioia che scaturisce da un incontro e si propaga nella vita - esemplare in questo senso, sin dal titolo, l'ultimo volume, Baldoria a sant'Ilario. 15 conversazioni allegre coi giovani (Torino, 1949). Chi legga le pagine di Bracaloni degli anni Trenta e Quaranta e pensi contemporaneamente ai modelli pedagogici allora proposti e ovunque dominanti si rende conto del coraggio di quelle scelte controcorrente. Sostenute da un'osservazione attenta e acuta della realtà che rivela la stoffa del moralista, diversa però dalla lignée austera dei grandi francesi. Per il tono conversevole e bonario, vengono piuttosto in mente i predicatori toscani medievali, osservatori di virtù e vizi, ma con una naturalezza, un'umanità, una simpatia scherzosa e lieve che rendono talune pagine indimenticabili. Il Bracaloni che però a mio avviso merita ancora di essere letto rimane, più che quello agiografico-pedagogico, l'autore di memorie e ritratti, bozzetti e apologhi, spesso nati nel ritiro di una casa di famiglia sulle colline fiorentine, Poggio Bianco a La Romola, fra oliveti e boschi di pini. Nel genere lo scrittore, profondo ma lieve, saggioma così poco sentenzioso, continua davvero a essere di una struggente bellezza che irradia serenità.
Al termine della guerra Bracaloni si stabilì definitivamente a Roma, dove, come vedremo, aveva vissuto i drammatici mesi della "città aperta". Dopo un colloquio nell'autunno 1943 col Sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini, incominciò dagli inizi del 1944 a collaborare a "L'Osservatore Romano", di cui col tempo divenne una firma frequente e apprezzata - con circa 2.000 articoli. E "l'andare per il mondo, che gli era piaciuto sempre, si fece consuetudine:  da Roma, presa per residenza, a Firenze, alla Liguria, a Venezia, alle Marche. I paesaggi naturali, i monumenti e opere d'arte, i luoghi della pietà - a Lourdes pellegrinò decine di volte - rappresentarono i punti d'attrazione, e segnarono i tempi del suo calendario, come diedero materia a quanto scrisse", una "specie di taccuino spirituale, tenuto per più di trent'anni", singolari e inimitabili Reisebilder pubblicati nel giornale vaticano col titolo Stati d'animo e nel numero di quasi quattrocento - una scelta di essi, 34 in tutto, si pubblicò nel 1960 col titolo Teatrino spirituale del mondo.
Lo ricordo alto, con la testa quasi sempre completamente rasata, gli occhiali dalla montatura pesante poggiati su un robusto naso in mezzo a due grandi occhi scuri protesi sul mondo, sempre in giacca, ma immancabilmente senza cravatta, con la camicia abbottonata; un'eleganza ruvida, quasi ascetica che però nulla aveva di triste, ma esprimeva sorridente arguzia, gioia e benevolenza verso il mondo e la gente. Abitava a piazza Cavour 3, nell'isolato che confina con piazza Adriana, e fu per molti anni a pensione da alcune vecchie signorine, che sembravano uscite da qualche pagina di Palazzeschi. Dal suo austero alloggio di scapolo, all'ombra del Palazzaccio e di Castel Sant'Angelo, passando per i Borghi, arrivava rapidamente alla redazione de "L'Osservatore Romano", in via del Pellegrino, ove aveva una scrivania nello stanzone dei correttori di bozze ed era partecipe di interminabili discussioni per essere "i migliori fabbri del parlar materno" - a dare idea del livello, fra gli interlocutori vi era un certo Gigi Huetter. Con la pensione del suo alto grado nell'esercito e con i magri compensi di collaboratore dell'"Osservatore", visse così in una povertà lietamente voluta. E peregrinava per chiese e santuari, basiliche e monumenti, scrutando la natura e il mondo "con occhi intenti e buoni", per darne una rappresentazione "spirituale". Alla fine, però, anche il "viandante instancabile" si fermò, colpito da un ictus nel dicembre 1977 - poche settimane dopo la morte del suo amico La Pira. Tornò, certo a malincuore, a Firenze, nella casa di via Agnolo Poliziano 15; e trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita fra le mura domestiche sulle rive del Mugnone e il "bel San Giovanni". Morì il 3 aprile 1982.
In questa vita senza scosse, all'inizio degli anni Quaranta si colloca una svolta. Un mutamento non di fede o di modo di pensare, ma certo d'indirizzo di vita e di costume. L'alto ufficiale del corpo chimico dell'Esercito, che scriveva per diletto e per passione, ricordato per l'eleganza ricercata del vestire, visse con intensità la tragedia italiana dell'8 settembre 1943. Vagò di città in città, sotto i bombardamenti. Da quell'esperienza uscì trasformato. Lasciò l'esercito e l'Istituto Farmaceutico Militare di via Reginaldo Giuliani e si dedicò completamente alla scrittura, per testimoniare. Rinunciò a La Romola, forse per fuggire da un mondo che stava per morire, ma che si amava troppo per vederlo finire. Scelse la parola del quotidiano, effimera ma necessaria e benefica come il pane. Al cuore di quelle vicende si colloca un periodo vissuto a Roma, come lo stesso Bracaloni ricordò in apertura della biografia del Labre, che appunto nacque come una sorta di ex voto per il santo pellegrino:  "Avevo un grosso debito di riconoscenza verso san Benedetto Labre:  per sette mesi, dall'11 novembre del 1943 al 5 giugno del 1944, ho condotto in Roma, sotto la sua speciale protezione, un genere di vita molto simile al suo. E Lui, che mi ero eletto a celeste patrono, mi ha provveduto del necessario, e scampato da ogni pericolo".
L'attenzione di Bracaloni per Labre era certo rara nel cattolicesimo italiano di allora - come lo è, decisamente, in quello di oggi. La maggior parte delle biografie italiane - quelle di Antonino Maria Di Jorio (1881), Angelico Canepa (1883), Paolo Delucchi (1885), Vincenzo Sardi (1891) - risale all'Ottocento ed è soprattutto legata alla notorietà e all'interesse seguiti alla beatificazione del 1860 e alla canonizzazione del 1881 - ma recenti sono quelle di Maria Mazzei e Silvio Menghini. A differenza dell'editoria francese - che vanta una serie, lunga e corposa, di biografi; per ricordarne solo alcuni, Alexandre Colomb, Benedict du Bousquet, Agnès de La Gorce, Joseph Richard, Pierre Doyère, André Dhotel, André Louf - si direbbe che l'agiografia italiana si sia letteralmente scandalizzata del mendico straccione che si aggirava, sporco e stralunato, per le strade di Roma, col suo seguito di pulci. Ma, contemporaneo a Bracaloni, ci fu un prete "romano" che amò molto Labre proprio per i suoi aspetti di marginale e di outsider, nei quali amava talvolta identificarsi. Don Giuseppe De Luca, il fondatore dell'"Archivio italiano per la storia della pietà" e delle Edizioni di Storia e Letteratura, una delle figure più interessanti e geniali del cattolicesimo italiano del XX secolo, scelse Labre fra i santi le cui immagini dovevano essere presenti nella cappella privata che l'amico Giacomo Manzù gli andava allestendo per la sua casa nel Palazzo San Calisto a Trastevere. Labre era uno di quei santi "umili" - come Bernadette e Teresa di Lisieux - nei quali De Luca sentiva più forte il fuoco interiore e sapeva più amati proprio dalla povera gente. Probabilmente, al Labre, De Luca deve avere tante volte avvicinato la singolare figura di Giuseppe Sandri - il fratello del più celebre archivista Leopoldo - che, da "prete in carriera", lasciò, dopo una decisiva conversazione con De Luca nel 1932, nunziature e congregazioni per abbracciare una vita mendica e randagia, di romito itinerante per predicare il Vangelo, nella scia del primo Filippo Neri e, appunto, di Benedetto Labre. A tratti De Luca penserà anche a se stesso, impegnato nella missione ai confini del Regno, in partibus infidelium, come una sorta di Benedetto Labre. "Morirò - scriverà il 6 agosto 1959 al cardinale Giovanni Battista Montini - sui gradini della chiesa, fuori, sul limitare, come san Gius. Bened. Labre".
De Luca, dunque. Probabilmente fu proprio lui, che ispirava le scelte editoriali delle Edizioni Liturgiche Missionarie del prete della Missione Francesco Bossarelli, alle origini della decisione di ospitare il volumetto di Bracaloni nella collana "I poveri" diretta dal giornalista Enrico Lucatello (che era stato il primo direttore de "Il frontespizio"), della quale fu il diciassettesimo titolo, stampato dall'Istituto Grafico Tiberino guidato dal fratello di De Luca, Luigi. Forse proprio a De Luca si possono ricondurre le parole programmatiche della serie, che ospitò titoli, antichi e nuovi, da Basilio Magno a Giovanni Crisostomo, da Gregorio Nazianzeno a Luigi Moresco, passando per il cinquecentesco Giovanni Guidiccioni con la sua celebre orazione ai nobili di Lucca curata da Carlo Dionisotti. Tutto sotto il segno del povero, una figura dalla quale l'Italia degli anni del conflitto e del dopoguerra poteva a buon diritto voler scappare: 
Dinanzi a noi c'è sempre un povero:  abbiamo un bel tentare di dimenticarlo, un bel crollare la testa per scacciare l'immagine, il povero è sempre lì, con gli occhi fissi, con i suoi cenci logori, con la mano tesa, con le ginocchia strette e freddolose. E anche quando non fa il povero, è un povero; anche se non parla, chiede:  chiede quel che a noi supera i nostri bisogni, per i suoi bisogni che lo superano. Se alza la voce passa per l'aria come il vento della bufera, se allunga la mano per prendere quello che non vogliamo dargli, la società lo colpisce. Egli è il nostro specchio nel quale ci riflettiamo interi, perché egli è Lui:  il solo vero povero che stende la mano con tutti i poveri del mondo:  Gesù.
E chi più di Benedetto Labre era degno di comparire in una simile collana? E chi più del lapiriano Bracaloni, povero, pellegrino e viandante per vocazione, era adatto a scriverne?



(©L'Osservatore Romano 16 aprile 2009)
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