Concluso a Montecarlo il festival Printemps des arts

Bisogna saper scegliere


dal nostro inviato Marcello Filotei

Nella vita bisogna fare delle scelte. Per un po' si può continuare a sognare di diventare astronauta, poi arriva il momento in cui è necessario prendere delle decisioni, magari contraddicendo qualche convinzione, mettendo in gioco alcune sicurezze. Più o meno sembrava questa l'idea che ispirava la serata finale del festival Printemps des arts, sabato scorso a Montecarlo. Un programma di circa tre ore di musica, articolato in otto concerti e un'installazione, ripetuta per due volte. Dieci eventi disponibili, ma per quanto si corresse da una sala all'altra non si poteva ascoltarne più di cinque differenti. L'offerta della vita è ridondante rispetto alle nostre possibilità di dare delle risposte sensate.
E allora i Capricci numero 1, 5, 6, 13, 14, 16, 17 e 24 di Paganini eseguiti da Ilya Gringolts nella Salle rez de chuassee, la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di César Franck affidata a Philippe Bianconi e a Tedi Papavrami o una selezione di sonate di Domenico Scarlatti garantite dal clavicembalo di Skip Sempé? Ma non basta, poco dopo si doveva di nuovo scegliere ancora tra lo stesso Paganini, uno Scarlatti dal diverso programma e la Sonata numero 3 in sol minore per violino e pianoforte di Claude Debussy. Un percorso a ostacoli, che necessariamente sarebbe stato incompiuto. Certo che il Franck di Bianconi e Papavrami era drammatico e struggente, mentre il Paganini di Gringolts era precisissimo, senza rinunciare a un fraseggio cantabile, ma chi sa cosa ne è stato dello Scarlatti incolpevolmente abbandonato, o del Debussy sul quale non si può che recriminare.
Paradossalmente, ma non imprevedibilmente, la musica contemporanea era programmata in modo che potesse essere ascoltata senza defezioni. In primo luogo l'installazione Les souliers di Arno Fabre, che utilizzava trenta paia di scarpe azionate da un congegno elettronico gestito da un sistema midi. Un tentativo di evocazione a metà strada tra la rappresentazione teatrale e le sonorità futuriste. Subito dopo gli splendidi Duetti per due violini di Luciano Berio, per l'occasione proposti integralmente da Papavrami e Gringolts:  trentaquattro ritratti di amici dell'autore, più o meno famosi, in una deliziosa galleria quasi familiare.
A chiudere un'opera in prima esecuzione assoluta di Francesco Filidei, N. N. (Sulla morte dell'anarchico Serantini) per sei voci e sei percussioni affidate rispettivamente ai Neue Vocalsolisten Stuttgart e alle Percussions de Strasbourg sotto la direzione di François-Xavier Roth. Un approccio materico, a tratti fisico quello del giovane compositore pisano che lavora all'estero da diversi anni. Con un linguaggio complesso che utilizza gli esecutori sia come musicisti sia come performer, basandosi su un testo di Stefano Busellato, Filidei ricostruisce la vicenda di un suo giovane concittadino morto durante una manifestazione negli anni Settanta. Quella morte è un emblema della necessità di ricostruire una memoria sociale di quel periodo, ma anche un percorso artistico personale che tenga conto della vicenda storica di un Paese, l'Italia, nel quale l'autore rivendica una cittadinanza attiva proprio nel momento in cui è costretto a emigrare. Qualche lungaggine non inficia l'originalità del lavoro, che però sembra perdere a tratti in efficacia a causa dell'estrema difficoltà nella percezione del testo.
Ma il pezzo di Filidei non era la sola prima assolta di questo festival, giunto alla venticinquesima edizione. Per la sesta volta la rassegna è sotto la direzione artistica di Marc Monnet, capace di intuizioni innovative, sia grazie all'accostamento di capolavori classici a opere recenti, sia per la scelta di luoghi che spaziano da sale lussuose a spazi avveniristici. Dal 31 marzo al 18 aprile il festival ha tra l'altro proposto un ritratto di Schubert, rispolverato autori meno frequentati come Reger, Hindemith, Dallapiccola, Schmitt, Koecklin o Albeniz, suggerito accostamenti originali nella nuit du violoncelle avvicinando Bach a Ligeti, Xenakis e Kagel, fino ad arrivare alla nuit rouge dedicata a Stockhausen, di cui parliamo in questa pagina, o all'inusuale chiusura.
La musica contemporanea è stata in primo piano, come è accaduto in tutte le edizioni guidate da Monnet. Oltre a quella di Filidei sono state presentate altre due prime esecuzioni assolute:  un lavoro di Marco Stroppa e uno dello stesso direttore artistico. Per la prima volta, inoltre, quest'anno sono state introdotte le cosiddette "serate utopiche", incontri a sorpresa in un luogo pubblico non stabilito in anticipo, intorno alla produzione di uno o più artisti. Una conferma, invece, il voyage surprise, appuntamento in cui gli spettatori sono invitati a partecipare a un viaggio di una giornata alla scoperta di luoghi e programmi musicali che non conoscono in anticipo. Quasi unico è infine il modo in cui il festival si promuove, da una parte organizzando incontri con interpreti e compositori che si svolgono diversi mesi prima dell'inaugurazione, dall'altra puntando sul lavoro pedagogico svolto nelle scuole e nei conservatori della zona, e infine con recital a domicilio, soirée musicali in appartamenti  privati durante le quali i musicisti  del  festival  si  esibiscono gratuitamente  a  casa  di chi ne faccia richiesta.



(©L'Osservatore Romano 22 aprile 2009)
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