Itinerario nella città santa

Le pietre di Sion

di Gianfranco Ravasi

"Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra! Mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme sopra ogni mia gioia". Là, sulle sponde dei fiumi di Babilonia, l'antico poeta ebreo esule, autore del Salmo 137, con queste parole dava voce a ogni figlio di Israele e al suo amore per quella città, il cui nome echeggia 656 volte nella Bibbia e che il giudaismo ha invocato con una settantina di denominazioni celebrative differenti. Ben più modesta di Roma o di Atene, "Gerusalemme - confessava Chateaubriand nel suo Itinéraire de Paris à Jérusalem - ha un nome che evoca tanti misteri e colpisce ogni immaginazione:  tutto è straordinario in questa città straordinaria".
Seguendo il fiume dei pellegrini di tutti i secoli, è ora Benedetto XVI, terzo successore di Pietro a varcare le porte della "città santa" - al-Quds, come la chiamano lapidariamente gli Arabi - e a percorrerne gli itinerari fondamentali, dalla Spianata del Tempio al Cenacolo, dalla Valle di Giosafat, posta ai piedi del Monte degli Ulivi, fino al cuore della cristianità, il Santo Sepolcro.
Il Salmista cantava:  "Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion" (102, 15) e il verbo ebraico usato, ratsû, suggeriva un amore quasi fisico che genera piacere, per cui quelle pietre sono "care" e "accarezzate". Gesù, invece, le sentiva come creature viventi:  "Vi dico (...):  le pietre urleranno" (Luca, 19, 40), col verbo greco quasi onomatopeico, kràxousin.
E tre sono le pietre che gridano sopra tutte le altre, le cui voci sono raccolte separatamente dalle tre religioni monoteistiche. Per gli Ebrei è il kotel, Il Muro occidentale, popolarmente noto come Muro del pianto, costituito dai massi squadrati e bordati del tempio eretto da Erode a partire dall'anno 20 prima dell'era cristiana, sotto i quali riposano le pietre degli altri due templi storici, quello basilare e decisivo di Salomone del x secolo e il più modesto edificio dei rimpatriati dall'esilio babilonese (VI secolo), innalzato sulle rovine della distruzione della città santa operata da Nabucodonosor nel 586.
Anche a questa radice sacra dell'ebraismo si accosterà martedì con venerazione Benedetto XVI, mentre in dissolvenza sembrerà a tutti di rivedere la figura  già  affaticata di Giovanni Paolo ii che proprio nelle fessure di quel muro aveva - secondo la tradizione - inserito, il 26 marzo 2000, un cartiglio con questa invocazione:  "Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti:  noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un'autentica fraternità con il popolo dell'alleanza".
Ma anche l'islam custodisce a Gerusalemme una sua pietra fondante. A essa accederà il Papa, sempre nella mattinata di martedì 12. È la roccia protetta dalla sfolgorante cupola dorata della cosiddetta moschea di Omar, alta 31 metri:  la più corretta denominazione dell'edificio è, infatti, da cercare nell'arabo Qubbet as-sakra', ossia la "cupola della roccia", memoria del sacrificio di Abramo, descritto nell'emozionante capitolo 22 della Genesi, ma soprattutto dell'ascensione al cielo di Maometto, il Profeta, ricordato anche dall'altra moschea della Spianata, ove forse un tempo si ergeva il tempio salomonico, la moschea al-Aqsa, cioè "la remota", la più lontana rispetto alla Mecca, come si legge all'inizio della sura XVII del Corano:  "Lode a Dio che trasportò di notte il suo servo [Maometto] dal tempio santo [Mecca] al tempio remoto [al-Aqsa] dai benedetti recinti, per mostrargli i suoi segni".
Uno dei più famosi trattati della tradizione musulmana, il Fada'il al-Bayt al-Muqaddas ("La grandezza del tempio santo"), opera di al-Wasiti (xi secolo), raccoglie tutta la documentazione atta a sostenere la qualità sacra musulmana di Gerusalemme, sede anche del giudizio universale finale. In quelle pagine, un accento particolare è riservato alle tradizioni legali riguardanti la ziyara, il "pellegrinaggio" secondario rispetto a quello alla Mecca suggerito ai musulmani, avente come meta appunto al-Quds, la città santa gerosolimitana.
È curioso notare che inizialmente la qibla', cioè l'orientamento nella preghiera per l'islam aveva come riferimento Gerusalemme:  sarà solo nel secondo anno dall'Egira, ossia nel 623, che si opterà per la Mecca. Il pellegrinaggio musulmano a Gerusalemme ha le sue regole di consacrazione rituale (ihram), un rituale proprio, una specifica tipologia.
A questo punto dovremmo lasciare spazio alla terza pietra fondante, quella cristiana:  essa ha il suo segno nella pietra ribaltata della tomba di Cristo, custodita appunto nella basilica del Santo Sepolcro. A essa dedicheremo una sosta ideale successiva, anche perché il Papa vi accederà solo a suggello del suo pellegrinaggio. Ora vorremmo concludere questo primo nostro itinerario nella città santa, "orgoglio della nostra forza, incanto dei nostri occhi e amore delle nostre anime", come la definiva il profeta Ezechiele (24, 21), con un suggestivo inno biblico "interreligioso". Si tratta di un canto di Sion presente nel Salterio.
Il Salmo 87 esalta, infatti, la maternità universale di Gerusalemme, capace di opporsi alla metropoli maligna, la Babilonia della divisione, e pronta ad aprire a tutti i popoli la partecipazione alla salvezza. Non per nulla anche la Bibbia usa per Sion la simbologia dell'"ombelico della terra" (Ezechiele, 38, 12). Ecco le parole dell'inno:  "Il Signore l'ha fondata sui monti santi:  / per questo egli ama le porte di Sion / più di tutte le dimore di Giacobbe. / Cose gloriose egli dice di te, città di Dio! / Iscriverò Rahab e Babel come miei familiari; / ecco Filistea, Tiro ed Etiopia:  / tutti costoro sono nati là. / E di Sion si dirà:  "L'uno e l'altro sono nati in essa" / e "Proprio l'Altissimo la rende salda". / Il Signore registrerà nel libro dei popoli:  "Costui è nato là". / Cantano e danzano:  / Tutte le mie sorgenti sono in te!".
È suggestivo questo canto "natale" di Gerusalemme come genitrice di tutte le nazioni:  per tre volte nell'originale ebraico risuona la locuzione jullad sham/bah, "è nato là / in essa". Il Salmista disegna una mappa universale nella quale tutti i punti cardinali della terra, pur nella loro diversità, sono incentrati su un unico polo e sentono di appartenere a un'unica matrice:  c'è Rahab, cioè l'Egitto, la grande potenza occidentale, e c'è Babel, la grande potenza orientale babilonese; c'è Tiro, la potenza commerciale del nord, c'è la Filistea (o Palestina) che è l'area centrale, e l'Etiopia che rappresenta il profondo sud. Nell'anagrafe di Sion tutti sono registrati come figli:  la citata locuzione jullad sham/bah era appunto la formula giuridica ufficiale con cui si dichiarava un individuo nativo di una determinata città e, come tale, dotato della pienezza dei diritti municipali.
Tutti i popoli, anche quelli che una visione sacrale e integralista avrebbe considerato come impuri e illegittimi, diventano "familiari" della stessa comunità di Dio. E in finale la processione di queste nazioni, dalle religioni diverse ma legate alla ricerca dello stesso Dio, si trasforma in una danza gioiosa e in un canto corale.
A Sion essi ritrovano le loro radici e, quindi, la sorgente della vita, della pace e della speranza, proprio come aveva già sognato Isaia in un suo celebre inno a Sion, sede della Parola di Dio:  "Verranno molti popoli e diranno:  "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra" (2, 3-4).



(©L'Osservatore Romano 11-12 maggio 2009)
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