Ricerca interiore e confronto con la diversità

Dall'altruismo
alla paura dell'«altro»


di Oddone Camerana

Sottoposti alla pressione mediatica, non abbiamo difficoltà ad ammettere come la figura dell'"altro", del diverso, del migrante, del clandestino, dello straniero extracomunitario, sia una figura al centro dell'attenzione da parte dei politici, dei legislatori e soprattutto dei sociologi, degli antropologi e dei criminologi. Dall'"altruismo" all'"altro", dal termine cioè che definiva la vecchia, buona inclinazione nei riguardi dei problemi altrui a quello attorno al quale si erge il profilo minaccioso di chi può ostacolare la nostra presunta identità e la nostra cultura, si tratta di un piccolo spostamento lessicale, di un modesto ritocco ortografico dai grandi e possenti effetti semantici.
Basta accendere la radio o il televisore, sfogliare un quotidiano, entrare in una libreria per sentirsi circondati da parole, testi e immagini che ci ricordano il bisogno di aprirsi all'altro e alla diversità, al pericolo di nuovi razzismi, al dovere di sentire lo straniero come un buon vicino, a liberarci dal pregiudizio di considerare il diverso come icona del male.
Con tutto ciò siamo d'accordo. Non solo in linea di principio, ma anche sul piano pratico, convinti come siamo che il termine "identità" sia anch'esso abusato e serva in verità a nascondere certe nostre avarizie e molti equivalenti egoismi. Abbiamo anche capito l'importanza raggiunta dalla presenza dell'"altro" in termini di economia, industria, servizi e sostegno consistente alla traballante bilancia dei pagamenti. Se non ci fosse l'"altro",  ci  diciamo,  addio  a  tanti  benefici.
Ciononostante, astraendoci dalle nostre opinioni, non smettiamo di constatare come gli appelli al riconoscimento dell'"altro", quale sarebbe auspicato, si arenino poi sugli scogli posti sotto la superficie del mare dalla rivalità e alimentino invece una litigiosità snervante, incessante e cronica. Vediamo in altre parole come le analisi più pensate non superino il livello di resistenza auspicato, come i messaggi più meditati non passino l'esame della convinzione profonda e allora ci domandiamo:  perché? Come mai ciò che riconosciamo essere logico e che riteniamo essere giusto non sfonda la barriera della persuasione?
Per cercare di rispondere a questa domanda è necessario aprire una parentesi. Si saranno accorti in molti del fatto che nel corso del recente festival del cinema di Cannes, a corredo del film di Terry Gilliam The Imaginarium of Doctor Parnassus, siano comparse delle fotografie in cui il regista scherza con Verne Trover, nome di "un attore affetto da nanismo". Non capita tutti i giorni di vedere un nano scherzare con un regista.
Così nel vedere quelle immagini di cronaca qualcuno può essersi sorpreso, sollecitato da una realtà che credeva scomparsa o appartenente ormai al mondo della fiction. Un mondo di fantasmi del passato che richiama il grande circo nordamericano allestito da Barnum nella seconda metà del xix secolo dopo che l'omonimo museo era stato distrutto dalle fiamme. Il mondo delle fiere e dei circhi che esponevano nani, giganti, donne barbute e altre anomalie fisiche vissute come prodigi anche dalla narrativa di genere e poi dal cinema, non ultimo l'indimenticabile e terribile Freaks di Todd Browning, uscito nel 1932 in piena depressione economica e quando Hitler progettava di vietare detti spettacoli eliminandone eugeneticamente i protagonisti e i rappresentanti che fosse riuscito a raggiungere.
Un mondo scomparso, dunque, per tanti motivi, non ultimo quello affidato alla parola d'ordine Freak out! ("emancipatevi!"), emessa negli Stati Uniti degli anni Sessanta, più precisamente dalla California il cui strato di intelligenza alternativa underground tanta influenza ha avuto sull'intero Occidente, anche quello più sonnacchioso e protetto dalla tradizione.
Messaggio la cui fortuna sta nell'uso rovesciato e ambiguo del termine freak, parola che evocava i mostri da cui il mondo occidentale prigioniero avrebbe dovuto liberarsi con la trasgressione, la violazione, la licenza e la soppressione dei vincoli posti a deformazione del proprio splendido Io o, come si dice oggi, della propria invidiabile soggettività. Non solo, perché il progetto di normalizzazione dell'anormale sarebbe dovuto essere compensato da quello di invalidazione del normale. Sappiamo tutti come è poi andata e conosciamo i danni causati da questo modo di intendere la libertà.
Ora, chiudendo la parentesi e tornando al tema della poca incisività raggiunta dalla figura dell'"altro", evocata, come si è detto, nella speranza di ottenerne l'accoglienza, sorge il sospetto che il difetto di quel discorso stia nel fatto che si tratta di un messaggio monco. Incompleto perché ignora o trascura il vero "altro" che sta dentro di ognuno di noi, l'inner self, con il quale bisogna fare i conti se si vuole essere pronti ad accettare l'"altro" che arriva da oltre i nostri fragili confini.
La prospettiva si sposta dunque nel sottosuolo, quello esplorato da Dostoevskij nelle omonime Memorie da lui scritte in materia di rivalità interiore. È lì che dobbiamo sempre scendere, tanto più ora che abbiamo scoperto come le tante false libertà promesse dalla parola d'ordine freak out! siano di ostacolo a capire quello che ci chiedono di capire i migranti e i clandestini con cui entriamo in contatto.
Solo quando avremo capito l'inganno che ci imprigiona nel sottosuolo delle false libertà saremo in grado di intendere come l'"altro", individuato nel diverso che viene da lontano, sia in realtà portatore e modello di quell'ordine di cui soffriamo la mancanza, l'amico che i sociologi ci dicono giustamente di non respingere.



(©L'Osservatore Romano 30 maggio 2009)
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