La polemica storiografica sul questore di Fiume Giovanni Palatucci

L'eroe disobbediente


È in libreria la quarta edizione, riveduta e ampliata, del libro del gesuita Piersandro Vanzan e di Mariella Scatena Giovanni Palatucci il Questore "giusto" (Roma, Pro sanctitate Edizioni, 2009, pagine 288, euro 13). Pubblichiamo l'introduzione.

di Anna Foa

La vicenda di Giovanni Palatucci, che solo negli anni Ottanta era quasi sconosciuta in Italia, è negli ultimi dieci anni divenuta nota non solo agli specialisti ma ad un largo pubblico, grazie alle associazioni che sono nate a perpetuarne la memoria, agli scritti che si sono moltiplicati intorno alla sua figura, allo sceneggiato televisivo a lui dedicato, e più in generale all'interesse suscitato dalla riscoperta dell'opera dei salvatori, dei Giusti. Tutto ciò in corrispondenza da una parte dell'apertura nel 2002 del processo di beatificazione di Palatucci, dall'altra dell'opera di divulgazione della sua immagine intrapresa dalla Polizia di Stato italiana, di cui Palatucci era stato funzionario. Un forte impulso alla conoscenza della sua figura è venuto anche dall'apertura nel 2008 a Campagna, in provincia di Salerno, di un Museo, "Itinerario della memoria e della pace", nel convento di San Bartolomeo, il luogo che fra il 1940 e il 1943 ospitò un campo di internamento per ebrei stranieri, e dove Giovanni Palatucci riuscì a far inviare numerosi ebrei da Fiume, fidando sulla rete di protezione creata dallo zio Giovanni Maria Palatucci, all'epoca vescovo di Campagna. Un percorso della memoria a scoppio ritardato, potremmo dire, come tanti altri che riguardano questi anni drammatici della nostra storia, che vale forse la pena di ripercorrere insieme, a meglio comprenderne il formarsi e il consolidarsi.
In realtà è fin dagli anni del dopoguerra che il ruolo del giovane questore di Fiume nell'opera di salvataggio degli ebrei a Fiume fu messa in evidenza da molti degli ebrei da lui aiutati a scampare alla deportazione. Le prime testimonianze appartengono ai primi anni Cinquanta, testimonianze che trovate in questo libro, come quella dell'ebrea croata Olga Hamburger, fuggita nel 1941 da Zagabria, a cui Palatucci consentì di rimanere a Fiume fino al 1942, e che poi fu trasferita a Modena come internata libera, o come quella delle sorelle Ferber, che anch'esse, con i loro famigliari, riuscirono a restare a Fiume fino al 1942 e poi inviate a Sarnico, sul lago d'Iseo, sempre in internamento libero, e molte altre analoghe.
Dall'azione spontanea dei sopravvissuti ai riconoscimenti ufficiali delle istituzioni ebraiche, il passo non fu lungo. Nel 1953, a Ramat Gan, presso Tel Aviv, una strada e un parco furono dedicati al questore Palatucci; nel 1955, nel decimo anniversario della sua morte, un'altra iniziativa memoriale fu realizzata in Israele, la dedica di un bosco nella Foresta dei martiri a Yad Vashem. Infine, il 17 aprile 1955 l'Unione delle Comunità Israelitiche gli conferiva la medaglia d'oro alla memoria "per la sua opera in favore degli ebrei e degli altri perseguitati". Iniziative di ebrei salvati, uniti nella volontà di ricordare, quindi, che trovarono sbocco tanto nell'attività memoriale iniziata in Israele intorno a Yad Vashem quanto nel riconoscimento pubblico del mondo ebraico italiano.
Sottolineo questo aspetto perché abbiamo assistito recentemente a tentativi di porre seri dubbi sull'opera di salvataggio messa in atto da Giovanni Palatucci a Fiume, o perlomeno ad una sorta di revisione della sua immagine di salvatore, come nel recente volume di uno studioso per altro serio e preparato come Marco Coslovich. Ma come conciliare questi dubbi con questo precoce riconoscimento degli ebrei di Fiume, compiuto in un momento in cui la memoria dello sterminio degli ebrei era ancora patrimonio quasi esclusivo del mondo ebraico, e in cui la società esterna viveva nella rimozione e nell'oblio tanto dello sterminio degli ebrei che degli orrori della guerra? In epoca quindi non sospetta di volere salvaguardare, attraverso l'immagine di Palatucci, un'immagine in chiave giustificazionista degli italiani. Sappiamo, certo, che l'opera di Palatucci non fu l'unica compiuta dagli italiani a proteggere gli ebrei dalla deportazione. È vero che, come ricorda Coslovich, tale fu tra il 1940 e il 1943 la politica del governo italiano nelle zone di occupazione in Iugoslavia e in Francia. Ma è anche vero che non mancano le testimonianze dell'aiuto portato da Palatucci agli ebrei anche dopo l'8 settembre 1943, dopo la carta di Verona del novembre, che imponeva l'arresto come nemici di tutti gli ebrei, italiani e stranieri, ai funzionari che, come Palatucci, avevano aderito dopo l'8 settembre alla Repubblica di Salò. Tanto che la sua adesione al regime di Salò si configura come un vero e proprio doppio gioco in cui Palatucci salva da una parte gli ebrei che le leggi gli imporrebbero dall'altra di arrestare, fino all'arresto e alla deportazione a Dachau, dove il giovane questore morì di tifo il 10 febbraio 1945. Siamo, nel caso di Palatucci, di fronte ad un personaggio che agisce per proteggere gli ebrei non solo quando è un funzionario dello Stato fascista ma anche quando rappresenta a Fiume le istituzioni repubblicane e antisemite di Salò, la cui opera attraversa trasversalmente cioè gli anni, per usare un'espressione calzante di Michele Sarfatti, tanto della persecuzione dei diritti che della persecuzione delle vite. Un personaggio, inoltre, sulla cui adesione alla Resistenza ci sono testimonianze difficili da mettere in dubbio. Uno sguardo ampio alla storia complessa della Shoah in Italia, sia in rapporto al periodo tra le leggi razziste del 1938 e il 1943, sia in rapporto alla memoria mitologica dei "buoni italiani", non può che far risaltare l'opera di Palatucci come quella di una consapevole disubbidienza ad una normativa considerata ingiusta.
Ma allora, perché di fronte a questo riconoscimento del mondo ebraico le istituzioni italiane non soltanto tacquero, bensì negarono a lungo al giovane questore morto a Dachau ogni titolo di merito, alimentando anzi sospetti e dubbi sul suo operato alla questura di Fiume? Credo che si debba innanzi tutto considerare qual era il clima politico degli anni Cinquanta, quale la memoria che istituzioni e organi dello Stato avevano degli anni del fascismo, e di quelli ancora più terribili seguiti all'armistizio dell'8 settembre. L'idea stessa di Shoah non era ancora emersa sullo sfondo delle disastrose perdite della guerra, una guerra, ricordiamolo, totale, rivolta contro i civili tutti. La ricerca dei Giusti non era ancora nemmeno iniziata, mentre l'amnistia volta a riconciliare il paese si estendeva a coprire i reati dei collaborazionisti. Poco si parlava delle leggi del 1938, la cui ferita era considerata una ferita inferta agli ebrei soli, non ai principi stessi della civiltà. Quanto alla Chiesa, essa era ancora ben lontana dall'affrontare il nodo, che sarebbe diventato centrale soltanto dopo il Concilio Vaticano ii, del ruolo dell'antigiudaismo nella persecuzione razzista e nazifascista. La tradizione di ostilità agli ebrei, con il suo corollario della spinta verso la loro conversione, era ancora ben viva e legittima. In quel clima generale, in cui non erano poche le voci che si levavano, come quella di Cesare Merzagora, ad attribuire agli ebrei stessi parte della responsabilità della persecuzione che li aveva colpiti, come pensare che proprio il ministero degli Interni e gli organi della polizia avrebbero levata alta la voce per esaltare un loro funzionario per la sua disubbidienza agli ordini? e questo mentre il criterio dell'ubbidienza agli ordini ricevuti veniva usato in tutti i tribunali come attenuante giuridicamente valida dei peggiori atti dei collaborazionisti e dei nazisti stessi? No, non stupisce che Giovanni Palatucci si sia visto negare in quegli anni ogni riconoscimento dallo Stato italiano, avrebbe semmai stupito il contrario. In quegli anni, la memoria della sua opera appartenne ai soli ebrei.
Più tardi, molto più tardi, quando ormai il clima era radicalmente cambiato, la memoria dell'opera di salvataggio compiuta da Palatucci cominciò a prendere forza. Nel 1990, Yad Vashem lo riconobbe come Giusto di Israele, e credo che sia qui superfluo richiamare il rigore della commissione abilitata a riconoscere questa etichetta di Giusto, le ricerche d'archivio, le testimonianze necessarie ad essere riconosciuto come tale.
Ed è da allora che ha cominciato infine a dare i suoi frutti l'opera di paziente ricostruzione della sua vicenda e di sollecitazione del suo riconoscimento che già da molti anni veniva compiuta senza esito all'interno delle istituzioni italiane, nella polizia in particolare, che riconosceva infine in Palatucci, in quel suo funzionario disubbidiente che salvava gli ebrei che avrebbe dovuto arrestare, non un imbarazzante eccezione, ma un uomo retto che obbediva alla sua coscienza e sapeva distinguere il giusto dall'ingiusto. Il 19 marzo 1995 il governo italiano gli conferiva la medaglia d'oro al merito civile. Ed intanto la Chiesa apriva il suo processo di canonizzazione, ad indagare le motivazioni cristiane dei suoi atti, a sottolineare la fede che ne aveva animato l'agire. Il 10 febbraio 2004, la prima fase del processo si chiudeva e Palatucci era dichiarato "venerabile".
Per gli ebrei che Palatucci aveva salvato e che si muovevano negli anni Cinquanta per ritrovare le sue tracce nel marasma del dopoguerra, per quanti in Israele ne riconoscevano i meriti, Palatucci era stato un uomo, un uomo Giusto. Non il solo, certo, ma uno dei Giusti. Giusti da identificare, da riconoscere, proprio perché solo una minoranza lo furono. Ma a ciascuno di essi, proprio perché responsabile dei suoi atti, proprio perché riconosciuto in quanto individuo, deve spettare il riconoscimento. Non per giustificare il resto, gli spettatori indifferenti, i complici, quelli insomma che tacquero, ma per riconoscere i meriti di coloro che seppero opporsi al male e all'ingiustizia. Perché riconoscere un giusto vuol dire riconoscere anche che, attorno a lui, troppi non lo furono e piegarono il capo per viltà, per conformismo, per semplice acquiescenza.



(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2009)
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