Per tutta la vita Eugène Ionesco ha ricercato la verità ultima che non ha mai chiamato in altro modo che Dio

E alla fine del diario scrisse: 
«Prego il Non So Chi. Spero:  Gesù Cristo»


di Alain Besançon

Le immagini che conservo di Ionesco non sono tante quanto avrei voluto. Ma sono nitide e non si cancelleranno dalla memoria. Da quale cominciare?
Era il 1983. La Romania era a quel tempo sotto il potere di una coppia di rinoceronti a due corna, i Ceausescu. Noi eravamo in California, nei pressi del lago Tahoe. Le strade che s'inerpicavano verso quel vasto lago di montagna erano costeggiate da alti cumuli di neve e lungo il cammino c'era un posto - del quale non ricordo il nome - con un motel e una sala riunioni. Non so quale organizzazione aveva deciso di rendervi omaggio a Eugène Ionesco. Forse l'American Romanian Academy. Alcune studentesse americane, alte e belle, inscenarono per noi diverse opere brevi, o piuttosto degli sketch. Si divertivano da morire e la loro recitazione era piena di brio e di freschezza. Non eravamo in molti. Io ero l'unico della mia nazione, con Eugène e Rodica, contrariamente a quanto era stato detto a Ionesco, che si aspettava un pubblico internazionale. Tutti gli altri erano romeni, emigrati negli Stati Uniti che, nella maggior parte dei casi, insegnavano non so bene cosa, in università poco prestigiose. Uomini e donne isolati, non ricchi, non noti, che sopportavano la crudeltà dell'esilio, perché l'aria di libertà - per amore della quale avevano varcato con difficoltà le mura che circondavano il loro Paese - non basta a rendere felici quando ci si ritrova persi in un angolo sperduto delle grandi solitudini americane. Ma lì erano felici grazie a Ionesco.
Chi era Ionesco per loro?
Un uomo libero che era sempre stato dalla parte della libertà contro i regimi di oppressione e che non si faceva scrupolo di dire e di scrivere che il comunismo sovietico, romeno, francese - di dove non importa - era un orrore per quanti lo subivano e una vergogna per quanti lo professavano o ne approfittavano. Trent'anni fa una simile opinione non era ben vista persino negli ambiti universitari americani dove la moderazione era di rigore. Si veniva presto giudicati semplicisti, viscerali, rabbiosi. Nei riguardi del comunismo Ionesco forse non provava rabbia rabbioso perché era una persona dolce, né semplicista perché era intelligente e informato. Piuttosto era semplice, perché di quella realtà aveva una conoscenza globale frutto di una visione semplice, e "viscerale". Sì, lo era, fino al dolore. Vedere il mondo così com'è - ci ritorneremo - era la sofferenza principale di Ionesco, la sua croce. I romeni presenti non erano probabilmente tutti ancora in lotta per la libertà, al contrario, e Ionesco ne era un po' dispiaciuto. La libertà ora l'avevano, e con essa nuove preoccupazioni, ma avevano sotto i loro occhi un eroe di una causa che ricordava loro vecchie battaglie.
Ionesco era anche un grande scrittore, noto in tutto il mondo. In America si cade facilmente in un anonimato senza fondo. Non si sa molto bene dove si trova l'Europa, soprattutto in California. Quanto alla Romania... L'immigrazione romena era allora poco consistente. Ma ecco che Ionesco, illustre, conosciuto in tutte le università, "soggetto di tesi" di innumerevoli studenti, portava gloria al suo popolo. Quel popolo povero - così era considerato in quel luogo banale - ne era fiero; ne traeva lustro e conforto.
E poi c'era la personalità di Ionesco. Dire che era modesto è poco. Incredibilmente timido, non sapeva di fatto dove mettersi. Riceveva come poteva gli omaggi infinitamente calorosi dei suoi compatrioti. Non era questo a fargli piacere, ma sentiva il bene che la sua presenza faceva loro, e ne traeva gioia. Aveva dunque la sua espressione abituale, un po' clownesca e malinconica. Il suo eloquio era piuttosto lento, le parole gli uscivano con difficoltà, come se la sua lingua fosse un po' troppo grossa per la sua bocca, eppure era eloquente e il suo stile era originale anche quando diceva cose molto comuni. L'umile pubblico presente percepiva la sua bontà e si sentiva consolato.
Ionesco è sempre, credo, etichettato dai manuali di letteratura come il fondatore del "teatro dell'assurdo". Viene regolarmente messo in concorrenza con Beckett o con Adamov. Sapeva bene di avere scoperto prima di loro una nuova forma teatrale, e nel suo giornale lo afferma con orgoglio. Ma ciò che contesto radicalmente è la nozione di "assurdo" applicata al suo teatro. Si addice meglio a Beckett, che apparentemente nega qualsiasi senso all'esistenza e trae il suo pathos dalla messa in scena del nulla.
I dialoghi del teatro di Ionesco hanno su di me tutt'altro effetto. Sebbene siano pieni di battute, di giochi di parole, s'involino in tutte le direzioni, e girino a vuoto - come si dice di un bullone che non si avvita più, o di una vite sulla quale il cacciavite non ha più presa - provocano il riso e nello stesso tempo stringono il cuore poiché introducono alla realtà. Se non riguardasse il reale, il teatro di Ionesco sarebbe assurdo e non ci interesserebbe. In ogni caso non a me.
Noi parliamo tutti più o meno come i personaggi di questo teatro, ma non ce ne rendiamo conto. Ionesco ce lo mette sotto il naso, ce ne rimanda l'eco. Quando noi parliamo, le parole che pronunciamo sono avvolte, come lo sono gli organi del nostro corpo, da un tessuto connettivo neutro, che serve da riempimento. "Parole superflue" che non importa cosa dicano, ma che aiutano gli altri a definirci. Noi crediamo di esprimerci perché udiamo solo la nostra voce, ma i nostri interlocutori percepiscono anche un'altra cosa, una sorta di sfondo sul quale inserire le nostre parole e nel quale indovinano bene o male ciò che pensano di sapere di noi. Di fatto, Ionesco traspone questo continuum della parola, recupera il suo "eccesso", il suo traboccare, e lo trasforma in poesia. "Direi persino che il linguaggio alla fine esplode nel silenzio della non comprensione, lo fa brillare, lo infrange per ricomporlo in altro modo. Un linguaggio più puro che è giunto fino alla frontiera, fino ai confini del silenzio".
Quello che mi ha sempre colpito nel suo teatro, e che mi stupisce, è che introduce alla vita in modo molto concreto e diretto. In questo è un classico. I personaggi di Andromaca o di Fedra, ad esempio, parlano una lingua strana, una lingua che nessuno ha mai parlato - neanche ai tempi di Racine, neppure a corte - e inoltre parlano in versi alessandrini con cesura al sesto piede e alternanza delle rime maschili e femminili. Allora perché si dice di Racine che ci rivela il cuore umano, la forza delle nostre passioni, gli orrori dell'amore, l'imminenza della morte, e non lo si dice di Ionesco che ci rivela la stessa cosa per mezzo di un linguaggio da lui inventato, ma che noi comprendiamo spontaneamente, senza sforzo, e che ci commuove? Senza aver preso lezioni.
Il reale che ci rivela non è il nulla. Ionesco può essere considerato sia allegro che triste. Non credo sia tragico. Le sue opere non sono del tutto comiche, anche quando fanno ridere, né del tutto tragiche, anche quando ci lasciano in una desolazione straziante.
L'intenzione del comico è di guarire, mostrando allo spettatore i suoi difetti e le conseguenze grottesche e odiose che comportano, l'avarizia, la misantropia, la lussuria, la pigrizia. Ma Ionesco non pretende di guarire. I difetti, i lati ridicoli, le cattiverie di ognuno, li presenta come parte del mondo comune. Guarda a loro con l'indulgenza costernata che ha Dio quando acconsente di contemplare il mondo che ha creato piuttosto che se stesso.
Il tragico si basa su un gioco di passioni e di circostanze che conduce inevitabilmente alla morte. Fa nascere una paura dalla quale ci libera con la sua stessa rappresentazione. Ma per Ionesco, la morte sopraggiunge in ogni caso, vi siano o no passioni, vi siano o no circostanze. Per questo le opere comiche fanno ridere, ma contengono una tristezza di fondo e le opere tragiche non gettano nella disperazione perché si concludono con una morte normale e inevitabile che bisogna accettare. Né comiche, né tragiche; che cosa allora? Ebbene, diciamo "drammatiche", in mancanza di meglio. Nel dramma ci sono andirivieni, ribaltamenti, ripensamenti del personaggio, possibilità di pentirsi, tempo per un'eventuale conversione. Così sono molte opere spagnole, il teatro di Corneille, in generale il teatro cristiano. In ambito cristiano, l'esito tragico è raramente possibile, perché sarebbe la dannazione, e la dannazione eterna è più che tragica, insopportabile nel teatro. Racine, autore tragico, ha trasposto le sue opere nell'antichità dove la posta in gioco era meno grave perché non ci si dannava.
Prendiamo ad esempio Il re muore. La moglie Margherita dice al re all'inizio dell'opera:  "Morirai fra un'ora e mezza, morirai  alla  fine dello spettacolo".
E il re:  "Cosa dici, mia cara? Non è divertente".
Invece lo è, e anche molto. Questo annuncio è fatto all'inizio. Il programma è annunciato. Non vi è suspense. Il resto dell'opera consiste nella lunga preparazione spirituale di questo re scellerato, grottesco, stupido, alla sorte comune degli uomini. La sua morte non è nobile e grande come si confà alla tragedia, ma è come quella di tutti, morte umile, normale, spaventosa naturalmente, ma non più di qualsiasi altra. Siamo dunque in un dramma, con ruoli da farsa. Il re si mostra abominevole, veramente atroce e folle. Ma la situazione gli sfugge e perde tutto, la vanitas vanitatum di tutta la sua vita. Non è la seconda moglie ad accompagnarlo fino alla fine, ma la prima, la vecchia, la legittima, l'abbandonata. "Calma! Non avrai più bisogno di queste scarpe di ricambio. Né di questa carabina, né di questo mitra... Né di questa cassetta degli arnesi... Né di questa sciabola". E alla fine di un mirabile monologo di diverse pagine Margherita gli dice con dolcezza:  "Abbandona a me il braccio destro, il braccio sinistro. Ecco, non hai più la parola, il tuo cuore non ha più bisogno di battere, non devi più sforzarti di respirare. È un'agitazione inutile, no?"
Mi si permetta di paragonare Il re muore a La scarpina di raso. Immagino che il paragone sembrerà terribilmente forzato. Eppure, nei due casi si tratta di un cammino spirituale di due eroi che, sul punto di morire, al termine di una lunga "conversione", si abbandonano alle cose, al destino, alla provvidenza. Margherita è tanto brutta quanto Prouhèze è bella, e il re è tanto sordido quanto Rodrigo è nobile. Le due donne sono nondimeno lo strumento predestinato a "liberare le anime prigioniere", l'anima spezzata di Rodrigo e l'anima spregevole del re, due anime umane tuttavia, "a uguale distanza da Dio", come diceva Ranke a proposito delle civiltà o dei secoli diversi e imparagonabili.
So che Ionesco ammirava immensamente Claudel e in particolare La scarpina di raso. Penso non vi sia stata la minima influenza di questa opera su Il re muore. Sono tuttavia a modo loro due drammi sacri, due autos sacramentales. Figureranno per sempre nel repertorio del teatro francese come due capolavori, a mio parere i più grandi che il ventesimo secolo abbia prodotto. È forse la loro eccezionale grandezza che isolandole invita a paragonarle.
Bisogna ora penetrare maggiormente nell'intimità di Ionesco. Mi occuperò di tre aspetti:  l'infanzia, l'angoscia, l'amore.
Eugène Ionesco era nato nel 1909 a Slatina, a 150 chilometri da Bucarest. Il padre era romeno e la madre, Thérèse, francese, figlia di un ingegnere che lavorava per le ferrovie dello Stato romeno. Il padre aveva un carattere difficile ed era spesso assente.
La famiglia si stabilì in Francia, ma il padre, nel 1916 l'abbandonò e ritornò in Romania. Là ottenne il divorzio e si risposò senza neanche informare la sua ex moglie, né d'altronde la nuova. Thérèse, rimasta in Francia, visse due anni - a quel tempo Eugène ne aveva dieci - in un paese della Mayenne, La Chapelle-Anthenaise, vicino a Laval. "Tutto era presente. Una giornata, un'ora mi sembrava lunga, senza limiti. Non ne vedevo la fine. Quando mi parlavano del prossimo anno avevo la sensazione che il prossimo anno non sarebbe mai arrivato. Quando ero a La Chapelle-Anthenaise, vivevo fuori dal tempo, dunque in una sorta di paradiso. Verso undici o dodici anni, non prima, ho iniziato ad avere l'intuizione della fine". Questa pienezza, questa beatitudine atemporale non tornerà mai più. Fu il punto luminoso, il momento di grazia di una vita che non smise fino alla fine di essere dolorosa. La vita successiva di Ionesco, il ritorno a tredici anni in Romania, dove non smise di sentirsi in esilio, gli inizi letterari a Bucarest, i vincoli di amicizia che vi stabilì, le letture che vi fece, i primi scritti - come sono riportati dalle biografie e dall'esterno - non sembrano distinguersi dal modello comune, quello di un giovane scrittore che cerca la sua strada nell'ambiente letterario all'apparenza abbastanza intenso della Romania degli anni Venti. Tornato in Francia nel 1938 - considerandosi ormai francese - divenne, attraverso le comuni difficoltà che incontravano allora gli artisti nella vasta Parigi dell'anteguerra, uno scrittore di lingua francese, che preparava vagamente una tesi su "Il tema del peccato e della morte nella poesia francese dopo Baudelaire". È nel 1950 - Ionesco ha poco più di trent'anni - che fa rappresentare, nel teatro des Noctambules, La cantatrice calva, inizio di una notorietà, poi della gloria.
Non è dall'esterno che bisogna guardare Ionesco. Il suo sguardo era volto verso l'interno, verso la vita della sua anima che gli interessava molto di più di qualsiasi successo, a cui tuttavia non era insensibile in quanto lo rassicurava e lo confortava. Il punto luminoso era sempre l'infanzia, non più per un attaccamento sentimentale al paese normanno - che immagino alquanto banale - ma come parametro di una visione del mondo innocente e perennemente stupita dalla presenza della cattiveria, della stupidità, del male, soprattutto della morte. Lo stupore è il passo iniziale della filosofia. Ma in Ionesco il punto di partenza è lo stupore del bambino. È il punto di vista che può avere un bambino sensibile, ferito, scioccato, fragile. Il bambino vede più di quello che comprende, più di quello che ha di fronte agli occhi. Ionesco fece a undici anni una lettura decisiva che impresse una direzione alla sua vita interiore, quella di Un cuore semplice. Felicité vede, o sente, alla luce dell'infanzia le cose nascoste ai saggi e ai sapienti. Ionesco invidiava la felicità di Felicité. Ha spesso ricordato le parole evangeliche perché corrispondevano esattamente alla sua esperienza intima. Quest'ultima, trasformata, coscientemente metabolizzata, è la fonte della sua arte, l'inesauribile serbatoio della sua fantasia e della sua poesia. Ma lasciamolo parlare:  "C'è innanzitutto il primo stupore:  presa di coscienza dell'esistenza, uno stupore nella gioia e nella luce, uno stupore puro, senza giudizio sul mondo. Un secondo stupore si è innestato sul primo. Un giudizio stupito, constatazione che il male esiste o, più semplicemente, che le cose vanno male (...) Voglio semplicemente dire che in quanto scrittore, l'infelicità universale è una questione che mi riguarda personalmente e intimamente (...) Poiché non c'è nulla da fare, perché siamo votati alla morte, siamo allegri! Ma non lasciamoci ingannare". E cita l'esempio del suo amico Cioran, che viveva nel pessimismo come nel suo elemento naturale, che ne faceva quasi una professione, e tuttavia era allegro. Allegro, però, io Ionesco non l'ho mai visto.
L'angoscia era il fardello straordinariamente pesante che dovette portare fino alla fine. Un'angoscia, a quanto pare, atroce. C'era sicuramente una parte di malattia, di quelle che si curano con gli ansiolitici, che però al suo tempo non c'erano. Dubito che sarebbero stati efficaci. La sua angoscia proveniva da una realtà più profonda della chimica alterata delle proteine. "A quattro o cinque anni mi sono reso conto che stavo divenendo sempre più vecchio, che sarei morto. Intorno ai sette od otto anni, mi dicevo che mia madre un giorno sarebbe morta". È ciò che scrive all'inizio del suo primo diario. Alla fine del secondo appare una litania della morte che occupa cinque o sei pagine:  "1) È morto all'alba. 2) È morto la notte nel sonno. 3) Era notte. Fu prima risvegliato da un terribile incubo, urlò, poi si addormentò per sempre". La litania continua, non finisce:  "65) Per una scheggia di granata. 66) Per una bomba. 67) Seppellito dalla terra in un terremoto. 68) Sotterrato vivo prima di essere seppellito". Si ha la sensazione che abbia vissuto sensibilmente questi 68 modi di morire. È un'ossessione, è anche uno strano tour de force. Mi fa pensare alla litania dei giochi infantili in Gargantua. I giochi infantili contrapposti ai giochi della morte, in Rabelais e Ionesco. Il parallelismo non gli sarebbe dispiaciuto.
Era un uomo che con lo spirito di un bambino sopportava un eterno scandalo. La menzogna comunista, la persecuzione degli innocenti, l'umiliazione dei piccoli, lo ferivano. Non li sopportava. L'angosciavano. Il male ultimo, descritto da san Paolo, il nemico supremo, è la morte. Man mano che la sua vita andava avanti, si distaccava dalla letteratura, anche dalla sua:  "La qualità letteraria che mi appassionava tanto un tempo (che m'interessava in primo luogo), oggi mi è indifferente". Inner-oriented, Ionesco non si richiudeva però in se stesso. Non si separava dall'umana condizione:  "Che lo vogliano o no, gli uomini capiscono tutti gli altri uomini:  la fame, la sete, la morte, l'amore, l'odio, l'angoscia, la paura, l'avarizia, l'invidia e la gelosia, la curiosità, il desiderio di possedere o di farsi da parte, il bisogno di Dio, tutto si capisce, degli uni da parte degli altri (...) Si capiscono come si capiscono i bambini". Grazie a ciò, nelle sue opere egli non si racconta, ma si fa trasportare. Il clima di angoscia, che pervade anche le opere di carattere comico, è il suo e s'introduce naturalmente, senza nulla di artificiale, di applicato, di sistematico. Nel suo teatro Ionesco è allo stesso tempo fuori e dentro.
Lavorava tantissimo. Come drammaturgo, la sua produzione è più abbondante di quella di Racine, di Molière e di Claudel. Questo lavoro enorme era un rimedio all'angoscia. Ma ne aveva un altro, assolutamente vitale, l'amore.
L'amore. Ne ha avuto tanto quanto era possibile averne.
Ionesco sta per sposarsi:  "Mia madre andò dalla mia fidanzata e quando questa le aprì la porta, mia madre la guardò un istante". Rodica rispose allo sguardo di Teresa. "Era una comunicazione muta, una sorta di rituale breve che riscoprivano spontaneamente e che doveva essere stato loro trasmesso dai secoli dei secoli:  era una sorta di passaggio di poteri. In quel momento mia madre cedeva il suo posto, e cedeva anche me, alla mia futura moglie". Un passaggio d'amore, bisognerebbe dire. Thérèse morì tre mesi dopo il matrimonio, ma Ionesco non soffrì per la sua morte perché aveva una nuova famiglia:  "Ero accolto, ero al riparo, sistemato, reinserito". Rodica gli diede una figlia, Marie France. Loro tre formavano, agli occhi degli amici, una sorta di "sacra famiglia" inseparabile, in un reciproco bagno d'amore. Senza dubbio Eugène ne assorbiva più di quanto ne donava, tanto ne aveva bisogno, ma ne donava quanto poteva. Questa intercomunione familiare, fedele e amorosa, non è frequente nella storia della letteratura del xx secolo e indica anch'essa a modo suo l'originalità dello scrittore.
Nell'immagine che conservo di Ionesco, vedo saldata a lui la minuta Rodica, con il suo aspetto un po' cinese, che emana un'autorità e una dignità impressionanti, e quella sorta di grandezza che conferisce un amore di totale dedizione. Resistette fino alla morte di suo marito, e un po' oltre.
Quelli che si sono fatti un'idea di Ionesco come di un divertente autore di vaudevilles, farebbero bene a leggere i suoi scritti non teatrali. Pochi scrittori del suo tempo si sono dedicati a letture così serie e difficili. La sua biblioteca era piuttosto quella di un filosofo e di un teologo. Questo perché per tutta la vita è stato alla ricerca della verità ultima, della verità assoluta che non ha mai chiamato in altro modo che Dio. In questo ambito, il Dio personale che Ionesco cercava era un interlocutore difficile da conoscere, un Dio nascosto, e noi non sappiamo cosa Egli pensava di Ionesco. E neppure Ionesco lo sapeva, il che era per lui un cammino d'inquietudine e insieme un cammino di guarigione.
Ionesco leggeva dunque libri di spiritualità, in particolare quelli che maggiormente disorientano quanti non sono abituati a percorrere certe strade. Innanzitutto san Giovanni della Croce, la Filocalia, Caterina da Siena, la grande e la piccola Teresa, i mistici spagnoli, fiamminghi e tedeschi. Soprattutto quelli che sviluppano la cosiddetta mistica negativa. Per esprimersi semplicemente, coloro che pongono Dio al di là di ogni visione possibile, che lo dichiarano al di là della bontà, al di là del sapere, e infine al di là dell'essere. Quando si è là, Dio è sul punto di svanire nell'inconoscibilità. Se Egli è al di là dell'essere, è esistente in modo supremo, come ritenevano i mistici ortodossi, o piuttosto non esiste e scompare completamente nella nube della non conoscenza?
Ionesco era stato battezzato nella Chiesa ortodossa, con la quale non ruppe mai, sebbene fosse perfettamente consapevole delle vergognose implicazioni di questa Chiesa con lo Stato comunista. Allo stesso tempo era amico della Chiesa cattolica e, una volta divenuto accademico, stabilì un legame molto stretto con uno dei suoi colleghi, il domenicano padre Carré. Da giovane, nel 1936, aveva insegnato il francese nel seminario ortodosso di Curtea de Arges, poi nel liceo san Savva di Bucarest. Per un istante pensò di diventare monaco. Sarebbe stato allora perso per la letteratura e noi ringraziamo il cielo per la decisione che presero insieme e che era, per Ionesco, di rientrare nella vita secolare.
La Ricerca intermittente - è il titolo dell'ultimo volume del suo diario - non ha portato a un risultato definitivo. Ionesco non ha mai potuto far affidamento su un'ortodossia dogmatica chiara e sicura. La sua ricerca ha imboccato strade che non conducono da nessuna parte. Mi accorgo che ha letto molto Barruzzi, che lo ha introdotto a san Giovanni della Croce. Barruzzi aveva un'ortodossia e persino una fede piuttosto incerte, per quel che si sa. Uno degli amici più intimi di Ionesco era Mircea Eliade. Questo studioso era un esperto della storia e della sociologia delle religioni. Si era fatto una grande reputazione in quel campo. Ai miei occhi di non esperto, non sono certo che la meritasse così tanto. Eliade, che non aveva l'animo religioso, era decisamente un comparatista, metteva tutte le religioni sullo stesso piano. Osservava fra di esse punti di convergenza o di divergenza. Era forse perché era uno studioso, ma trascinava Ionesco, suo attento lettore, sulle vie del relativismo generalizzato. Insomma, sarebbe improprio fare di Ionesco un parrocchiano tranquillo della Chiesa ortodossa o della Chiesa cattolica. Pregava però il Dio cristiano, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Le ultime righe del suo diario sono:  "Pregare il Non So Chi. Spero:  Gesù Cristo".
Ionesco morì il 28 marzo 1994. Le esequie ebbero luogo nella chiesa dei Santi Arcangeli, una delle rare vestigia del quartiere latino medievale. Si tratta in effetti della cappella dell'antico collegio di Beauvais, piuttosto in cattivo stato, come ho potuto constatare quel giorno. La liturgia ortodossa era bella, come anche gli inni. Re Michele di Romania era fra i presenti.
Da quel giorno, ogni anno, vengo invitato da Marie France al panikhide - un servizio funebre celebrato sulla tomba di Eugène e di Rodica Ionesco - nel cimitero di Montparnasse, non lontano dal loro domicilio su questa terra. Mangiamo la koliva, un dolce speciale per i morti, beviamo un bicchiere di vino, e il sacerdote dice l'ufficio, corto e semplice. È un momento di pace e di gioia.



(©L'Osservatore Romano 8-9 giugno 2009)
[Index] [Top][Home]