La Facoltà romana di medicina dell'Università Cattolica fu fortemente voluta dal fondatore

L'ultimo sogno realizzato di padre Gemelli


L'11 giugno a Roma, presso la Facoltà di medicina e chirurgia "Agostino Gemelli", si svolge il convegno internazionale "Sfidare il futuro guardando il passato" organizzato nel cinquantenario della morte di padre Gemelli e in occasione della presentazione del libro Il "Gemelli".  Dal  sogno  di un francescano all'ospedale del futuro (Milano, Vita e Pensiero, 2009, pagine 176, euro 15) intervista di Cristina Stillitano al direttore amministrativo della Cattolica, Antonio Cicchetti. Dal volume pubblichiamo stralci della prefazione del rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

di Lorenzo Ornaghi

"L'inaugurazione della Facoltà di medicina dell'Università cattolica del sacro Cuore conclude e corona la vita e l'opera di padre Agostino Gemelli. La sua anima, finalmente placata e felice, gioisce ora ammirando dal Cielo la sagoma architettonica dell'imponente complesso edilizio, che, splendente di marmi, ricco di modernissime attrezzature tecniche e scientifiche, dalle pendici di Monte Mario s'innalza nella gloria solare di Roma. Egli volle che la Facoltà di medicina sorgesse in Roma come modello di una vitale ed operante comunità cattolica scientifica. Gli amici a Lui più cari e devoti, sotto la guida illuminata del professor Vito, Suo degno successore e continuatore, hanno portato a compimento, con fervore ed amore, il sogno che padre Gemelli ebbe nel cuore per lunghi anni, trepidando nell'attesa della realizzazione. Oggi quel sogno è una luminosa realtà fra lo stupore degli scettici e l'entusiasmo di coloro che con lui operarono".
Con queste parole Antonio Gasbarrini, emerito di clinica medica e uno dei protagonisti della nascente Facoltà di medicina e chirurgia in qualità di componente del comitato ordinatore, apriva il suo articolo La Facoltà di medicina dell'Università del sacro Cuore e la formazione del medico cattolico, pubblicato sul fascicolo III-IV di "Medicina e morale" del 1961, l'anno stesso dell'avvio dei corsi della nuova Facoltà. Di lì a pochissimo tempo, il sogno coltivato per quasi tutta la vita dal fondatore dell'Università si sarebbe compiutamente trasformato - per ripetere la felice espressione, appassionata e precisa, di Gasbarrini - in "luminosa realtà":  nel 1964 il Policlinico, terminata la prima parte degli imponenti lavori a cui si era posto mano soltanto due anni prima, poteva accogliere i primi malati.
Lo stretto legame che, sin dalla nascita, unisce il Policlinico alla Facoltà di medicina e chirurgia, quasi componendo l'una e l'altra in una sola identità, è della stessa natura di quello che Agostino Gemelli immaginò e volle che esistesse tra il compimento terreno del "sogno dell' anima mia" e l'intera Università del Sacro Cuore. Come il nostro Studium generale non sarebbe diventato quella grande Università che esso oggi è senza la sua sede di Roma e, a sua volta, la sede di Roma non sarebbe rapidamente assurta al rango oggi riconosciutole nel campo della formazione medica, dell'assistenza e della ricerca scientifica, se non perché generata dall'Ateneo dei cattolici italiani e cresciuta sempre al suo interno con convinta appartenenza, così il rapporto che intreccia il quasi mezzo secolo di vicende del Policlinico - e la sua realtà attuale - con la Facoltà di medicina e chirurgia è stato ed è un vincolo altrettanto speciale, fecondo, indissolubile.
Nella bella e significativa intervista a cui si è sottoposto, Antonio Cicchetti ricostruisce le scansioni fondamentali nello svolgimento delle vicende della prima, fiorente età del Policlinico. E - come si avvedranno i lettori già dalle risposte alle domande iniziali - egli riesce in tal modo a offrire elementi molteplici e importanti per uno dei capitoli tra i più essenziali della storia della nostra Università.
(...) La vita del Policlinico dell'Ateneo dei cattolici italiani ha attraversato i cambiamenti del sistema sanitario dell'Italia dell'ultimo mezzo secolo; si è intrecciata con essi; talvolta, nonostante la riconosciuta efficienza nella gestione economica, ha rischiato di esserne più gravemente colpita, proprio in quell'erogazione di risorse indispensabili affinché una struttura come la nostra possa mantenere e migliorare il pieno assolvimento delle sue funzioni genuinamente e incontestabilmente pubbliche, il suo inconfondibile canone di assistenza, le sue pratiche originarie di cura e prossimità a qualunque persona ne abbia bisogno. Possiamo dirlo con legittimo orgoglio, e - a Roma, nel Lazio e in gran parte del Sud dell'Italia, in molti altri luoghi dentro e fuori il nostro Paese, particolarmente fra quei popoli che lungo la strada del loro difficilissimo sviluppo ci chiedono collaborazione e sostegno con sempre maggiore frequenza - possono confermarlo innumerevoli amici:  il Policlinico universitario "A. Gemelli" è un modello da salvaguardare, far crescere e diffondere, amare. Lo è storicamente stato negli anni della sua nascita e rapida affermazione, assurgendo quasi a paradigma dell'Italia che ricostruiva se stessa e guardava con fiducia al proprio domani. Lo resta (e forse lo è ancor di più) in questa stagione di accelerate e spesso disorientanti trasformazioni economiche e sociali, in questa età che, quando è costretta a dover allungare lo sguardo sul proprio domani, avverte che le forme antiche di welfare non solo non sono interamente sostenibili mediante le risorse cosiddette "pubbliche", ma anche e soprattutto si rivelano progressivamente inadeguate o addirittura inefficaci nei riguardi dei bisogni, delle diffuse aspettative e delle crescenti richieste di forme nuove ed efficienti di solidarietà.
(...) Se le pagine di questo libro-intervista possono anche considerarsi l'ideale testimone da passare a chi, nell'inevitabile procedere delle istituzioni, domani ricoprirà analoghe posizioni di vertice, esse soprattutto lo sono proprio perché dedicate alle migliaia di persone che nel Policlinico hanno lavorato e vissuto, e che con orgoglio hanno sentito il Policlinico "A. Gemelli" come la loro comunità di appartenenza, come una vera e ineguagliabile famiglia. Volti e nomi nient'affatto sbiaditi dal tempo trascorso, e anzi sempre limpidamente riaffioranti, mescolandosi a quelli più noti o ricordati, quando memoria e gratitudine sincera si ricompongono.



(©L'Osservatore Romano 11 giugno 2009)
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