I restauri della Cappella Paolina in Vaticano

L'ultima fatica di Michelangelo pittore


Il 30 giugno saranno presentati in una conferenza stampa i restauri appena completati della Cappella Paolina in Vaticano. Il direttore dei Musei Vaticani ha anticipato per "L'Osservatore Romano" le linee guida e i risultati del lavoro iniziato nel 2002.

di Antonio Paolucci

Sette anni è durato il restauro della Cappella Paolina nei Palazzi Apostolici in Vaticano. Iniziato nel 2002 - quando era presidente del Governatorato il cardinale Edmund C. Szoka, direttore dei Musei Vaticani Francesco Buranelli e direttore dei Servizi Tecnici Massimo Stoppa - verrà inaugurato da Papa Benedetto XVI sabato 4 luglio con la celebrazione dei Primi Vespri della XIV domenica del tempo ordinario.
In fine omnis motus celerior recita una legge fondamentale della cinetica. Nell'ultimo anno e mezzo il ritmo dei lavori e la velocità dei risultati sono cresciuti in maniera esponenziale e ciò anche per rispondere a un auspicio dell'attuale presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, il cardinale Giovanni Lajolo che, in data 30 settembre 2008, chiese di fissare come termine dei lavori la data del 29 giugno 2009 termine dell'Anno paolino.
Prima di entrare nei criteri che hanno guidato il restauro e nel merito dei risultati raggiunti, è opportuno spiegare la specificità della Paolina, Cappella parva dei Palazzi Apostolici, destinata alla esposizione del Santissimo Sacramento. Fino da quando Paolo III Farnese ne affidò la costruzione ad Antonio da Sangallo (1537-1542) incaricando Michelangelo dell'esecuzione dei due affreschi contrapposti con la Conversione di Saulo e la Crocifissione di san Pietro, la Cappella Paolina è luogo di culto riservato al Papa e alla Famiglia pontificia. In un certo senso essa, più ancora della Sistina, è il luogo identitario della Chiesa cattolica. Infatti gli affreschi sulle pareti e nella volta - quelli di Michelangelo insieme agli altri di Lorenzo Sabatini e di Federico Zuccari - raccontano gli episodi salienti della vita dei santi Pietro e Paolo, fondamenti della gerarchia e della dottrina. Quando sull'altare viene esposto il Santissimo Sacramento il ruolo del Papa, custode del Corpus Christi nella legittimità della sequela apostolica e nella fedeltà all'ortodossia, vi è perfettamente significato.
Questo spiega perché i romani Pontefici hanno sempre custodito la Cappella parva con ogni cura, modificandola e arricchendola nei secoli. Se l'impegno di Michelangelo si conclude nel 1550, più di venti anni dopo Gregorio XIII Boncompagni, il riformatore del calendario, il committente della Torre dei Venti e della Galleria delle Carte Geografiche, uomo di profondi studi e di gusto squisito, chiama a completare l'opera Lorenzo Sabatini e Federico Zuccari insieme a una folta schiera di pittori, di decoratori, di stuccatori. Altri interventi importanti, nel presbiterio e nella controfacciata,  sono documentati sotto il regno di Alessandro VIII e di Benedetto XIV. Modifiche integrazioni e restauri si registrano ancora con Pio VI,  con  Gregorio XVI, con Pio IX, con Leone XIII, con Pio XI. Fino all'ultima modifica, nella zona presbiteriale, voluta, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, da Paolo VI Montini. Si può dire che non c'è stato Papa, negli ultimi quattro secoli, che non abbia posto attenzione alla Cappella che porta il nome dell'apostolo delle genti.
La Cappella Paolina è dunque una realtà plurima, stratificata e tuttavia omogenea e coerente. Michelangelo è coprotagonista di un insieme abitato da molte voci, un insieme che i secoli hanno omologato nella percezione visiva, nell'aura, nella patina. Anche perché Lorenzo Sabatini e Federico Zuccari, i principali autori chiamati a confrontarsi con Michelangelo, hanno cercato, nei loro affreschi, di tenersi sotto tono, scegliendo di apparire non competitivi e anzi per quanto possibile mimetici rispetto ai capolavori del venerato maestro.
Su queste considerazioni, in accordo con la commissione internazionale di esperti, abbiamo impostato la filosofia del restauro. Abbiamo cominciato da tutto quello che non è Michelangelo e quindi dagli affreschi del Sabatini e dello Zuccari e dai decori bianchi policromi e dorati della volta. Volevamo che il livello della pulitura, lasciata per ultima, dei due murali di Michelangelo, non contrastasse col timbro luminoso e cromatico dell'insieme. Recuperata dunque la gamma coloristica dell'intera Cappella, giocata in chiaro, tipicamente manierista e molto simile al "tono" della contemporanea Galleria delle Carte Geografiche, su quella abbiamo modulato la pulitura della Conversione di Saulo e della Crocifissione di san Pietro.
Michelangelo lavorò in Paolina con faticosa pazienza, per poco meno di dieci anni, dipingendo prima la Conversione e poi la Crocifissione. Aveva ormai settanta anni ed era in cattiva salute. Era uscito spossato dalla immane fatica del Giudizio, lo preoccupava il progetto della cupola di San Pietro, intorno a lui vedeva sparire il suo mondo. Nel 1547 moriva la poetessa Vittoria Colonna, l'amica e la confidente degli anni tardi, e due anni dopo veniva a mancare Paolo III Farnese, il "suo" Papa.
Procedendo per "giornate" piccole, da solo, con lunghe interruzioni e molti pentimenti nella stesura pittorica, Michelangelo concluse, nel 1550, la sua ultima fatica. È una specie di testamento spirituale, improntato a una vasta mestizia, a un profondo pessimismo. La gamma cromatica e la saldezza plastica delle figure sono ancora quelle del Giudizio ma ancora più forti vi appaiono la tensione drammatica e l'oltranza espressionistica. Si ha l'impressione che il mistero della Grazia misteriosamente offerta a una umanità immeritevole angosci l'anima dell'artista che vive e testimonia, da cristiano, la crisi religiosa della sua epoca divisa e lacerata dalla Riforma.
Gli affreschi di Michelangelo sono arrivati a noi consumati e logorati in più punti, coperti da una scura camicia di sporco, di ravvivanti alterati, di incongrui ritocchi. La pulitura e le minime integrazioni condotte da Maurizio De Luca e da Maria Pustka li hanno restituiti, non già "all'originario splendore" come scrivono i cattivi giornalisti, ma al meglio della leggibilità e della godibilità oggi possibili. Che è tutto quello che si deve chiedere a un buon restauro. Niente di più e niente di meno.
Potremmo dire, per concludere, che il nostro è stato un restauro di "restituzione". Abbiamo dato alla Cappella Paolina la gamma cromatica chiara e luminosa che la caratterizzava in origine e agli affreschi di Michelangelo il raccordo coerente di tono e di patina con il generale contesto pittorico e decorativo. Il nuovo moderno impianto illuminotecnico messo in opera per l'occasione, renderà a tutti evidente la corretta unità d'insieme che intendevamo perseguire.
La zona presbiterale è stata riportata al suo assetto storicamente conosciuto, quello che aveva prima degli interventi degli anni Settanta del Novecento:  la delicata operazione è stata compiuta secondo le indicazioni date dal Papa stesso che ha reso visita al cantiere della Paolina il 25 febbraio scorso. È stato così possibile ripristinare l'originale prezioso altare marmoreo.



(©L'Osservatore Romano 18 giugno 2009)
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