Nella pedagogia di Cristo un modello per gli educatori

I veri maestri hanno il coraggio
di mettersi in gioco


Dagli atti della conferenza internazionale per l'educazione cattolica e dell'associazione internazionale degli istituti di scienze dell'educazione (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 243, euro 18) pubblichiamo alcuni brani dell'intervento dell'arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica.

di Jean-Louis Bruguès

All'epoca in cui ero vescovo di Angers ricevevo spesso delle richieste di questo tipo:  "Il vangelo previsto per la messa di oggi non ci dice molto. Vorremmo cambiarlo e sceglierne un altro più adatto alla nostra sensibilità e alle nostre esigenze. Un testo che ci parli insomma".
La mia risposta era sempre negativa. Non ho mai concesso una simile autorizzazione, perché avevo una convinzione profonda:  il vangelo che la liturgia della Chiesa offre per un dato giorno contiene un messaggio unico e particolare. Non dice solamente delle cose generali, che valgono in ogni circostanza, ma mira a trasmetterci un'informazione particolare, concepita espressamente per noi, e saremmo degli irresponsabili se la trascurassimo.
Nel celebre brano di Emmaus i discepoli si trovano a vivere una doppia esperienza pedagogica. Vale la pena esaminare più da vicino entrambe queste esperienze.
Una scuola cattolica mira a fornire una formazione integrale, ossia fisica, affettiva, intellettuale e spirituale. Avremo l'occasione di tornare su ognuno di questi temi, ma fin da ora si pone una questione decisiva:  come articolare tra loro questi aspetti diversi? Come trovare un ordine di priorità? Da dove cominciare?
Sulla via di Emmaus, Gesù interpella dapprima l'intelligenza; spiega la Scrittura a discepoli che subito si fanno attenti. Attenti, certo, ma non ancora convinti:  il peso della tristezza, dopo gli avvenimenti di quegli ultimi giorni, altera ancora l'uso della loro intelligenza. Per superare questo ostacolo, ci vorrà qualcosa di più forte e di più eloquente da parte del Maestro, un gesto che comporta un'adesione più intima. Questo gesto è quello dello spezzare il pane, mentre i tre si trovano a tavola.
La prima fase di questa esperienza chiamava in causa la capacità di ragionamento e di comprensione; la seconda si apre con un gesto concreto, un secondo "momento" della pedagogia magisteriale. La condivisione del pane segna la continuità:  sì, è proprio la stessa persona che solo qualche giorno prima, in occasione del pasto solenne della Pasqua, aveva preso il pane e l'aveva dato agli Apostoli dicendo:  "Questo è il mio Corpo, offerto per voi. Fate questo in memoria di me".
E la stessa persona che in questo momento preciso spezza il pane, pronunciando la stessa benedizione, ingiungendo ai discepoli anche questa volta di rifare questo stesso gesto "in memoria di lui".
L'atto di memoria è quindi centrale per la fede cristiana. Come lo ricordava l'ultimo concilio, l'Eucaristia rappresenta al tempo stesso la fonte e il punto d'arrivo della vita cristiana. L'atto di memoria è anche fondatore per una pedagogia dell'intelligenza. In altre parole, la memoria costituisce l'atto primo e preliminare dell'intero processo che caratterizza questa facoltà propriamente umana. Vale la pena insistere su questo punto:  non sono io l'autore delle mie conoscenze. Come direbbe il filosofo Emmanuel Lévinas, recentemente scomparso, l'altro (l'Altro) mi precede e mi sovrasta.
Come non distinguere allora il pericolo che minaccia le società in cui le scuole vedono diminuire, fino quasi a scomparire, le materie di memoria, come la storia, le lingue antiche, l'arte, la filosofia e la cultura generale?
L'individuo colpito da amnesia non sa più chi è. Diventa incapace di dare una direzione alla propria esistenza. Lo stesso vale per le nazioni:  i popoli senza storia sono popoli senza futuro. La vitalità della memoria è condizione di qualsiasi progresso umano.
Riconosciamo qui una delle prime sfide che la modernità pone alle nostre civiltà. Se è vero che il passato è moralmente vuoto, se non contiene alcun messaggio, alcuna lezione ricevibile da uno spirito moderno, alcun "programma" direbbero i genetisti, allora siamo condannati a rivivere le stesse esperienze e gli stessi fallimenti. Obblighiamo noi stessi a compiere dei continui "eterni ritorni"... indietro.
Facciamo del futuro un incerto segnare il passo:  non tutte le generazioni possiedono il genio sufficiente per riscoprire la ruota ogni 25 anni.
Il vangelo, dopo Emmaus ci porta in un altro luogo. Gli Undici, insieme ad altre persone, si ritrovano a Gerusalemme:  i due compagni gli riferiscono quanto appena appreso. Ciò facendo, vivono tutti una nuova esperienza pedagogica. Sembra che quest'ultima segua un percorso inverso rispetto alla precedente.
Si tratta sempre di questione di intelligenza, perché si tratta di comprendere le Scritture, ma il suo procedimento appare chiaro solo alla fine della pericope. "Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Al primo posto interviene qui l'atto fisico:  Gesù mangia del pesce; invita i suoi compagni di strada a toccare il suo corpo.
Questo comportamento offre un insegnamento prezioso per i testimoni di quegli eventi, ma anche per noi, duemila anni dopo. Il Cristo mostra le sue piaghe. Quel che alcuni vedevano come la prova del suo fallimento diventa fonte di una fecondità inattesa. Queste sofferenze hanno avuto la virtù, non di sopprimere qualsiasi sofferenza - lo sappiamo bene! - ma di riscattare una sofferenza più profonda, che mette in pericolo la totalità dell'essere, la sofferenza legata al peccato.
Proseguo qui con una certa esitazione. Viviamo in società segnate dall'esibizionismo, e quindi dal voyeurismo, è diventato ormai normale spogliarsi in pubblico, in senso figurato e non, ed esaltare in un certo senso le proprie debolezze; e anche nel vangelo abbiamo contemplato il Cristo che si manifesta ai suoi discepoli nella nudità del suo corpo martirizzato. Mostra le sue piaghe, ma non per autocompiacersi della propria sofferenza, quanto perché sono state trasformate in vie di salvezza. Sono diventate non più una fonte di fastidio, ma di gioia, non più una vergogna, ma una ragione, la ragione stessa della nostra speranza.
L'educatore non deve mettersi in mostra, perché il suo mestiere richiede un pudore particolare, ma non deve neanche nascondere le sue piaghe quando queste possono diventare per i più giovani una motivazione per superare le loro debolezze, un atto di speranza nel loro avvenire.
Il messaggio non lascia spazio ad ambiguità:  è possibile convertire delle debolezze non volute in fonti di edificazione per gli altri e per se stessi. Ho voluto sottolineare l'importanza dell'esemplarità da parte degli educatori, non solo per la loro capacità di trasmettere delle conoscenze, ma anche per essere di esempio con la loro vita, anche quella privata (ma esiste una vita privata per i maestri?).
Ripetiamolo ancora una volta:  la vita è una. Unità del Cristo prima e dopo la resurrezione. Unità dei suoi gesti e delle sue parole, del suo insegnamento prima e dopo il sacrificio sulla croce. Unità della vita che fa del tutto un unico insieme. Unità del maestro che è il primo a mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Da queste incursioni nel vangelo di Luca, nelle sue ultime pagine, possiamo vedere che la formazione mira sempre all'intelligenza.
E poggia su un atto di memoria, perché il passato detiene la chiave del nostro futuro, e un atto di sacrificio da parte del maestro, perché l'affascinante lavoro dell'insegnamento richiede a coloro che lo scelgono di mettere a disposizione tutta la loro esistenza al servizio dei giovani che scoprono la vita attraverso di loro, grazie a loro. Ho parlato di "maestri". Alcuni resteranno stupiti forse, giudicando l'espressione un po' superata dopo lo slogan "né Dio né maestri" diventato celebre nel 1968. Non ho esitato a farlo perché per i discepoli del Cristo non c'è maestro se non nell'imitazione del solo Maestro, il Verbo che insegna.
Questi maestri ascoltano la sua Parola, come lo stiamo facendo noi in questo momento; condividono il suo Corpo e il suo Sangue, così come la liturgia eucaristica ci inviterà a fare tra poco; si sforzano di seguire i suoi passi, come se la gloria divina dovesse riflettersi in ognuna delle loro azioni.



(©L'Osservatore Romano 11 luglio 2009)
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