Bonaventura e Tommaso a confronto

L'intelligenza non basta


di Inos Biffi

Secondo san Bonaventura, la teologia inizia con la fede, ossia con "il Cristo inabitante nel cuore" (Christus inhabitans). È infatti questa inabitazione - scrive nel prologo del Breviloquium - la fonte da cui provengono "la stabilità e l'intelligenza di tutta la Sacra Scrittura" (firmitas et intelligentia totius sacrae scripturae). "È impossibile che uno sia iniziato a essa, se prima non ha infusa in sé la fede di Cristo, che di tutta la Scrittura è la lampada, la porta e il fondamento (lucerna et ianua et fundamentum)" e quindi se non è sotto "l'influsso della Trinità beata" (influentia Trinitatis beatae).
Quando manchi o si spenga la fede, che è un'"esperienza" di Cristo e un'azione trinitaria, l'avvio della teologia è semplicemente impossibile. La sua finalità, tuttavia, secondo il Dottore Serafico - Commento alle Sentenze, Proemii quaestio iii, 1m - non si conclude in modo compiuto nell'intelletto:  "Non è questo il suo punto d'arrivo, dal momento che la Rivelazione mira ultimamente a suscitare l'affetto" (ibi non est status, quia illa revelatio ordinat ad affectum).
Possiamo discernere nell'itinerario teologico un primo momento, che consiste nella "scienza teologica speculativa" (scientia speculativa) o nella contemplazione. A esso deve seguire un secondo momento, quello in cui l'intelletto si estende e si esprime nell'azione (prout extenditur ad opus), e allora la teologia diviene una scienza pratica (scientia practica sive moralis).
Ma non basta:  occorre che la scienza e l'azione si congiungano nella forma "affettiva", cioè bisogna che l'intelletto susciti l'amore (prout extenditur ad affectum), così che si ottenga la sapienza, la quale comprende insieme "la conoscenza e l'amore" (simul dicit cognitionem et affectum).
Non sono, quindi, sufficienti né il puro sapere scientifico né l'azione come tale.
In altre parole, la teologia mira certamente alla "grazia della contemplazione" (gratia contemplationis) e, senza dubbio questa contemplazione è un fine della teologia; non però il suo fine principale, che è quello che "diventiamo buoni" (ut boni fiamus).
"La fede - scrive il Dottore Serafico - risiede nell'intelletto, ma in modo tale da suscitare l'amore" (Sic est in intellectu, ut nata sit movere affectum).
Ed eccone la ragione:  "La conoscenza che Cristo è morto per noi, e altre verità simili a questa, a meno di essere dei peccatori e di avere un cuore duro, suscita l'amore", a differenza di quando si abbia una conoscenza di tipo geometrico, del tipo "la diagonale è incommensurabile col lato".
"Il fine a cui tende questa dottrina - scrive sempre nel Breviloquium - è che diventiamo buoni e siamo salvati, e questo non avviene mediante una pura considerazione astratta, ma piuttosto con un atteggiamento o impegno della volontà" (haec doctrina est, ut boni fiamus et salvemur, et hoc non fit per nudam considerationem, sed potius per inclinationem voluntatis).
Per altro, un simile esito affettivo non può mancare, visto che l'"indagine" (prescrutatio) teologica, mostrando come "Dio perdoni i peccati, e quale medicina usi per le nostre piaghe, e quali premi ci elargirà in futuro", porta alla luce la dimensione nascosta (absconditum) del mistero divino, cioè "la dolcezza della divina misericordia".
Siamo, con questo, esattamente nel linguaggio e nel tono dei maestri francescani precedenti Bonaventura, come Alessandro di Hales:  "Questa scienza (la teologia) pertiene maggiormente alla virtù che non al puro sapere speculativo; è più sapienza che non scienza, e consiste maggiormente nella virtù e nell'azione che non nella contemplazione e nella conoscenza" (haec scientia magis est virtutis quam artis, et sapientia magis quam scientia; magis consistit in virtute et efficacia quam in contemplatione et notitia).
Anche san Tommaso insegna che la "sacra dottrina" è una scienza pratica, tuttavia egli ritiene che essa sia "più speculativa che pratica", dal momento che "si occupa più delle cose divine che degli atti umani, dei quali tratta solo in quanto attraverso di essi l'uomo è ordinato alla perfetta conoscenza di Dio, nella quale consiste la beatitudine eterna" (Summa Theologiae, i, 1, 4). Si direbbe che san Tommaso sia più coraggioso e teologico.
Si tratta quindi di capire bene il significato che egli annette a questo carattere "speculativo":  egli intende con ciò affermare che il fine ultimo della teologia non siamo noi, e non è neppure il nostro comportamento morale o la nostra salvezza, ma è Dio, verso il quale si volge tutto l'interesse. In questo senso la teologia non è "utile", ma è gratuita. Essa è interamente relativa a Dio, che attrae a sé tutta la contemplazione.
Tommaso non nega l'esito di bontà che deve avere il fare teologia, ma la propensione del suo pensiero è che non tanto si deve fare teologia "per diventare buoni" (ut boni fiamus), quanto si deve essere buoni per fare teologia e quindi per raggiungere la contemplazione di Dio, che della teologia è il fine ultimo. La "bontà" produce una consonanza con la teologia. È tuttavia significativo, come indice della fondamentale consonanza di Bonaventura e di Tommaso sulla natura "affettiva" della teologia quanto l'Angelico stesso nel Commento alla Lettera agli Ebrei scrive sulla natura affettiva della sacra dottrina. Questa - egli scrive - "è come il cibo dell'anima (...) è cibo e bevanda, poiché disseta e sazia l'anima. Le altre scienze si limitano a illuminare l'intelletto. Questa illumina l'anima e anche la nutre e la corrobora" (sacra ergo doctrina est cibus et potus, quia animam potat et satiat).
Nella medesima linea è un'altra grande affermazione di Tommaso nello stesso Commento:  "Vi è una duplice perfezione:  la prima relativa all'intelletto, e si ha quando uno possiede un intelletto capace di giudicare e di discernere rettamente su quanto gli viene proposto. La seconda perfezione è quella dell'affetto, e questo proviene dalla carità, che uno possiede quando si trova totalmente unito a Dio.
"Ora la Scrittura Sacra ha questo di caratteristico, che in essa non si trovano solo realtà su cui speculare, come nella geometria, ma anche realtà che si sperimentano con l'affetto. Nelle altre scienze basta che l'uomo sia perfetto quanto all'intelletto, in queste invece si richiede che lo sia quanto all'intelletto e quanto all'affetto".
Le figure della teologia in Bonaventura e Tommaso sono profondamente diverse, come d'altronde erano differenti i loro temperamenti mentali:  l'esigenza di "riflessione" è maggiore in Tommaso, mentre viva e accesa in Bonaventura è l'inclinazione all'estetica teologica, alla profusione dell'immagine, alla "confessione" e al bisogno della sua esperienza, o forse meglio all'elogio di questo bisogno. Abbiamo parlato di estetica, e infatti egli, quale figlio di san Francesco, non esita a vedere suggestivamente nella Scrittura - e quindi nella struttura della teologia - la forma della croce, o, come la chiama, una "forma di croce intelligibile" (forma crucis intelligibilis), che con i suoi bracci comprende e riassume tutta la realtà e tutta la storia.
Chi voglia conoscere la teologia medievale deve studiare sia Bonaventura sia Tommaso. In ogni caso il teologo francescano e il teologo domenicano si ritrovavano nella persuasione che il teologo deve associare alla perfezione dell'intelletto la perfezione dell'amore.



(©L'Osservatore Romano 15 luglio 2009)
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