Storie di conversione:  Federigo Tozzi

In cerca di senso
dove dominano le tenebre


di Marco Testi

"Quando si comprenderà che la religione è la nostra anima, una parte profonda della nostra rivelazione, un mistero di meno, tornerà in onore di servirsi di Tommaso d'Aquino per interpretare più esattamente la nostra anima. Noi non possiamo negare  le  scoperte scientifiche, siano esteriori o interiori,  anzi  dobbiamo  prenderle  e  dare nuovo  nutrimento  alla  complessità  fondamentale della nostra fede:  le scoperte passano e si oltrepassano, e si superano; e la nostra religiosità si fa sempre più decisa  e più profonda, quasi trasportata dalla voluttà intellettuale di sempre più rinnovare e modificare le nostre conoscenze. (...) Non si capisce perché la scienza della forza elettrica debba diminuire la nostra anima!".
Se non fosse per il linguaggio datato si potrebbe pensare a un intervento dei nostri giorni sulla questione dei rapporti tra fede e scienza. In realtà chi scriveva queste righe non aveva ancora potuto leggere i fondamenti della relatività generale, che sarebbero stati divulgati nel 1916, e neanche, ovviamente, i nuovi princìpi della scuola di Copenaghen culminati con il Nobel per la fisica ad Heisenberg.
Il fatto è che Federigo Tozzi, scrittore a quel tempo isolato nella letteratura e nella vita, scriveva Quel che manca all'intelligenza nel 1913. Il saggio, da cui è estratto il brano citato, veniva pubblicato su "La Torre", rivista uscita a Siena quell'anno e diretta proprio da Tozzi e da Domenico Giuliotti, altro  isolato, che aveva avuto il merito di trascinare il  giovane senese Federigo nell'avventura dell'"organo  della reazione italiana", giudicato dai futuristi forcaiolo, retrivo, conservatore e "passatista".
Nel 1913 il futuro autore di uno dei capolavori della narrativa del Novecento italiano, Con gli occhi chiusi, era impegnato in una battaglia campale contro la società a lui contemporanea, accusata tra l'altro di ateismo e materialismo.
Scriveva la coppia Tozzi-Giuliotti sul primo numero de "La Torre", dal sintomatico titolo "La nostra fede":  "Noi vediamo che, quando l'uomo respinge Dio, diventa servo delle passioni, tiranneggiato dalla bestia interna, affumicato dall'ignoranza, pazzo. (...) Noi dopo avere ansimato, in una notte afosa, per viottoli serpeggianti che sboccavan su precipizi e in paludi, abbiamo ritrovato la Via, la Verità e la Vita. Per questo ci arroghiamo il diritto di rampognare gli erranti".
Facciamo grazia al lettore di alcuni passi, spesso giudicati scandalosi, di questa sorta di manifesto di un certo modo di intendere i rapporti tra cattolicesimo e mondo - come "la necessità del boia", la fede non come "inginocchiatoio", bensì come più pericoloso "coltello", l'elogio dell'intolleranza ("noi siamo intolleranti") - per soffermarci sull'aver "ansimato per viottoli serpeggianti che sboccavan su precipizi e in paludi". Questa caduta sulla strada di Damasco ci aiuta a capire come un socialista massimalista come Tozzi - appartenente cioè alla corrente di estrema sinistra dell'allora partito socialista, materialista e darwiniano dichiarato, spregiatore della borghesia tutta casa, famiglia e chiesa - sia potuto divenire il difensore a oltranza proprio di quella accezione della fede che egli aveva così tanto disprezzato da più giovane, tenendo conto che l'artista è morto nel 1920 a soli trentasette anni.
Dobbiamo ricorrere alla testimonianza di colei che ha contribuito più di altri al suo ritorno alla fede, Emma Palagi Tozzi, la Annalena di Novale, la raccolta di lettere di Federigo alla futura moglie. Secondo Emma, "per accertarsi dell'entità di questa fede sarà bene osservare che il Tozzi veniva da famiglia cattolica praticante, ed era stato da bambino ammesso ai sacramenti. Poi, adolescente, e specie nel periodo dell'entusiasmo socialista, non aveva voluto più credere. (...) Ma è da supporsi che i germi della fede deposti nell'anima del fanciullo, anche se non sembrava, avessero trovato dove mettere radice, perché appena egli riuscì a liberarsi dal socialismo e delle cattive amicizie la fede risorse. Da quel punto, che coincide con la sua malattia agli occhi (1904), torna ad ammettere l'esistenza di Dio; e ciò chiamerà poi conversione (...); ma non è da intendersi conversione nel senso di accettazione concreta del dogma cattolico. A ciò non arriverà che dopo aver imparato, con la propria esperienza, che la fede vuole essere accompagnata dall'azione perché solo in essa è la realtà".
Ma come? Proprio l'autrice del ritorno alla fede del rude, scontroso, estremista Federigo mette in dubbio quella che Tozzi in persona chiamò in un articolo del 1913 "la mia conversione"? Il fatto è che, come avviene anche per altri personaggi della letteratura e dell'arte, Tozzi ha due personalità. Nelle lettere private Verga plaudiva gli interventi dell'esercito contro gli scioperanti in piazza, ma nel cuore rovente della sua grande opera si chinava commosso - e insieme cronista impassibile - sul destino dei suoi poveri pescatori.
Tozzi era nel contempo pieno di Dio, un Dio tenuto dentro di sé, e tormentato dalla melancholia e dal dubbio. Anche nell'ultimo anno della sua vita salutava il padre cappuccino che aveva raccolto la sua confessione, pieno di ansia e di interrogativi. La sua era stata sì una conversione alla fede, ma questa si era innestata su un ceppo tarlato già in partenza da un conflitto insanabile tra individuo e società.
I viottoli serpeggianti, i precipizi e le paludi di cui parlano Tozzi e Giuliotti non sono pure figure retoriche. Per Federigo come per Domenico si trattava di un vero e proprio passaggio, reale e tangibile:  si erano trovati di fronte ai limiti precisi di una concezione della vita meccanicistica, a rapporti umani improntati unicamente al calcolo interessato, e si erano sentiti perduti. Hanno riascoltato una voce antica che non veniva da fuori, ma da dentro. Perché come scrive lo stesso Tozzi "cercare Dio - il corsivo è dell'autore - significa spingere l'anima fin dove le è concesso di arrivare; e più in là non è possibile. E io non temo nessuno, all'infuori di Dio che è in me".
Lo scrittore poneva l'accento su quel cercare:  voleva dire, con quella sottolineatura, che fondamentale era il viaggio, il movimento, la tensione verso, e non la tranquilla meta dove riposarsi una volta per tutte, proprio come, pochi anni prima, aveva scritto Carlo Michelstaedter.
Queste sono le strade della conversione di Tozzi:  quelle di un infinito processo che continua tutta la vita. Questo è, infine, il cristianesimo del senese:  una inesausta ricerca di senso laddove prevalgono le tenebre.
In questo sta il valore e non il limite della fede tozziana, che è pur sempre una dimensione tutta umana, sottoposta a tensioni, a dubbi, a revisioni:  nel cercare non dentro i confini già acquisiti, predicando e scrivendo per i già convertiti, ma spingendosi nelle terribili terre della violenza gratuita, dell'odio senza motivo, del ringhio contro gli altri, che risale alla bestia primigenia, del furore sordo contro se stessi.
Solo con questa sonda è possibile capire come mai un uomo che aveva conosciuto la grazia abbia potuto scrivere racconti nei quali essa sembra assente. Il regno del Podere è quello dello scenario archetipo dell'agnello sacrificale, che va inerme incontro alla morte, come se a quella morte aspirasse profondamente. Ma già in Con gli occhi chiusi lasciava intuire una visione profondamente intrisa di religiosità, anche se proprio questa ha fatto parlare alcuni di visione manichea, di Dio dello spirito contrapposto a quello della materia.
Nel suo capolavoro i nomi sono la chiave del significato perché davvero qui nomina sunt consequentia rerum:  Domenico, il padre, si aspetta che il figlio raccolga la sua eredità produttiva, mentre Pietro, il figlio recalcitrante e fuori dalla realtà, rimanda al tradimento. Quel tradimento continua nei figli che rigettano la realtà del padre, con tutto il portato simbolico che si nasconde dietro questo rifiuto.
A volte sembra che i personaggi tozziani non solo non vedano la realtà, ma vivano in un altro spazio, interiore e abissalmente legato alla psiche. In accordo con tutta una realtà culturale, scienza compresa, che iniziava a presentare il mondo non più come un compatto fuori-di-noi, ma come un magmatico e irrazionale rapporto tra l'io pensante e la materia, senza più precisi confini.
Non che non esistano nella grande narrativa tozziana sprazzi di redenzione:  il fatto è che essi esistono proprio in quanto esiste il grande problema del male. Si prenda la conclusione dell'ultimo suo libro:  Tre croci, una storia sulla dissoluzione di tre fratelli. I due unici personaggi esenti da una primitiva e spesso inspiegabile violenza, le nipotine Lola e Chiarina, "pregavano inginocchiate, con le mani congiunte vicino ai mazzetti di fiori:  e, in mezzo a loro, il morto doventava sempre più buono. Il giorno dopo spaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare da Modesta tre croci eguali:  per metterle al Laterino", il camposanto di Siena.
Ecco dunque l'assoluta incisività di un passo che, pur semplicissimo, attinge a dinamiche profondissime della psiche. Come quel morto che "doventa" più buono, in virtù delle preghiere - le uniche nel romanzo - di due vere e proprie entità salvifiche, la cui apparentemente infima azione di piantare tre croci, tutta chiusa nella pagina finale, dà il titolo all'opera.



(©L'Osservatore Romano 17 luglio 2009)
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