Religione e politica negli Stati Uniti

La preghiera laica
di Mr President


di Giulia Galeotti

Negli Stati Uniti è complesso il rapporto tra politica e religione. Con gli anni, Dio è arrivato ovunque:  dalle banconote (In God we trust), alle chiose finali dei discorsi presidenziali (God bless America), dal giuramento alla bandiera (One Nation under God) introdotto nel 1954 in piena guerra fredda, a quello di insediamento (So help me God), tradizione divenuta prassi a partire da Roosevelt nel 1933. Eppure la libertà religiosa è un dogma incontestato dell'illuminismo americano, ribadito formalmente già dal terzo presidente:  autore di una celebre traduzione del Nuovo Testamento - la cosiddetta Jefferson Bible - già prima di esser eletto, il colto Jefferson si batté per la libertà religiosa in Virginia. Sulla sua lapide a Monticello, volle essere ricordato per aver scritto la Dichiarazione d'indipendenza e lo Statuto della Virginia per la libertà religiosa (nonché per essere stato padre dell'Università della Virginia). Nessun accenno, invece, alla sua lunga presidenza.
Alcuni presidenti sono stati criticati per aver troppo citato la fede facendo politica, come nel caso di John Adams. James Madison, per otto anni segretario di Stato con Jefferson, era molto critico su questo argomento:  il punto non era che mescolare Stato e religione fosse dannoso per la politica - o irrispettoso verso atei e minoranze religiose - quanto piuttosto che ciò avrebbe finito per indebolire la stessa religione. Madison era inoltre convinto che la scelta di guidare il Paese con la preghiera violasse lo spirito della Costituzione, giacché induceva a credere che esistesse una religione nazionale. E quando, nel 1812, fu messo alle strette dall'opinione pubblica che, in occasione della guerra contro la Gran Bretagna, reclamava una pubblica preghiera, Madison fissò un giorno in cui le diverse religioni avrebbero potuto, volendolo, pregare per il Paese.
Fatto sta che la preghiera alla Casa Bianca compare non appena il nuovo inquilino è investito del compito, assumendo un ruolo importante già al momento del giuramento. Quando Obama ha chiamato sul palco il pastore Rick Warren (per l'invocazione) e il reverendo Joseph Echols Lowery (per la benedizione) al giuramento del 20 gennaio, si è inserito in una lunga tradizione. La prima preghiera inaugurale si ebbe infatti nel lontano 1937, quando nell'invocazione il padre cattolico John A. Ryan chiese a Dio di dare a Roosevelt la luce e la forza per svolgere bene il suo lavoro, la benedizione la diede invece il protestante ZeBarney Phillips.
La scelta dei due religiosi da parte del 44° presidente è stata valutata in modo diverso. Secondo alcuni, scegliendo un conservatore e un progressista, Obama ha voluto subito ribadire la necessità di sanare le contrapposizioni religiose. Per esempio secondo Diana Butler Bass - esperta di religione americana e autrice di diversi saggi, tra cui A People's History of Christianity (New York, HarperOne, 2009, pagine 353, dollari 25,99) - avendo accorpato protestanti liberal, evangelici e afro-americani, Obama ha implicitamente affermato che le divisioni di credo non debbono in alcun modo intralciare la vita del Paese.
Del tutto diverso il giudizio di Steven Waldman, autore di Founding Faith:  Providence, Politics and the Birth of Religious Freedom in America (New York, Random House, 2009, pagine 304, dollari 26). A suo avviso man mano che gli Usa sono diventati più multireligiosi al loro interno, la preghiera inaugurale è diventata meno inclusiva, con effetti non secondari. Secondo Waldman il Paese ha attraversato tre fasi. Nella prima, dal 1937 al 1985, si è avuto quello che egli definisce il modello della diversità religiosa:  con la sola eccezione del 1981, i presidenti chiamarono per il giuramento esponenti di credi diversi. Nel 1949, per esempio, sebbene gli Stati Uniti fossero molto meno tolleranti e più omogenei nel campo religioso di quanto non lo siano oggi, Truman volle un pastore protestante, un sacerdote cattolico e un rabbino.
Nel 1989 e nel 1993 si ebbe invece il modello del pastore americano:  lo stesso uomo, il reverendo battista Billy Graham, pronunciò l'invocazione e diede la benedizione ai presidenti George Bush e Bill Clinton. Secondo Waldman, le ragioni di questo cambiamento furono sostanzialmente due. Da un lato, essendo cresciuta la varietà religiosa nel Paese con la comparsa di nuove fedi anche non cristiane, risultò impossibile rappresentarle tutte. Dall'altro, vi fu un aspetto politico. Se Bush senior, visto con sospetto dagli evangelici conservatori - allora in crescita - volle così dare "una lucidata alle sue credenziali cristiane", anche Clinton ebbe le sue buone ragioni. Confermando il reverendo Graham nel 1993, tentò di superare lo scetticismo dei religiosi americani che lo vedevano come un liberal dalla dubbia moralità.
Il terzo modello è invece quello che Waldman chiama "solo protestante". Sia Clinton nel 1997, che George W. Bush nel 2001 e nel 2005 ritornarono infatti a voci diverse per l'invocazione e la benedizione, affidandole però entrambe a esponenti protestanti. Esattamente la scelta compiuta qualche mese fa da Obama. Ebbene, a differenza del primo e del secondo modello, secondo Waldman questo terzo viola lo spirito della Costituzione e dei padri fondatori giacché privilegia una confessione religiosa a discapito delle altre.
Interessante è anche la domanda che Randall Balmer, professore di storia religiosa americana alla Columbia University, pone al centro del suo ultimo saggio God in the White House. A History. How faith shaped the Presidency from John F. Kennedy to George W. Bush (New York, HarperCollins, 2008):  come mai la politica americana è passata dalla celebre dichiarazione di Kennedy, secondo cui il credo religioso non dovrebbe giocare alcun ruolo nelle scelte elettorali, ai continui riferimenti di George W. Bush a Dio? Anche nella campagna presidenziale del 2008 si è parlato molto della fede dei candidati, in particolare di quella di Obama. Cos'è successo tra il comizio al Rice Hotel di Houston del 12 settembre 1960, e la granitica certezza con cui, poco più di quarant'anni dopo, Bush junior pubblicamente ripeteva "Dio vuole che io sia presidente"?
Il paradigma kennediano di indifferenza verso la religione presidenziale - facilmente spiegabile alla luce della necessità per il primo candidato cattolico alla Casa Bianca di tranquillizzare l'establishment protestante - è durato fino alle elezioni del 1976, quando Jimmy Carter ha reintrodotto il tema nel discorso pubblico. Secondo Balmer, dopo lo scandalo del Watergate (e la guerra del Vietnam) il muro kennediano tra credo personale del primo cittadino e vita politica americana venne drammaticamente abbattuto come reazione all'amministrazione Nixon. Così, il fatto di conoscere e, quindi, poter valutare la fede personale del candidato presidenziale, è tornato a essere un'assoluta necessità per l'elettorato statunitense:  la promessa del battista Carter di riportare in politica rettitudine e onestà - e di non mentire mai al popolo americano - è stata creduta anche perché inserita in una dimensione religiosa. Lungo la stessa scia, nelle successive elezioni del 1980 i tre maggiori candidati hanno costantemente ribadito il loro essere cristiani evangelici. In un caso, invece, il credo del presidente si sarebbe ritorto contro di lui:  se il perdono che Ford accordò a Nixon fu espressione delle sue convinzioni religiose - sostiene Balmer - tale scelta, non condivisa dalla maggior parte degli americani, ne segnò la fine politica. Oggi, dunque, l'elettorato si aspetta che i candidati alla presidenza rivelino il loro credo. Il che determina, conclude Balmer, la paradossale situazione per cui se il presidente deve essere adamantino nel dichiararlo, la separazione tra Chiesa e Stato deve invece rimanere un aspetto irrinunciabile della sua politica. "È legittimo considerare anche la fede (o la mancanza di fede) di un candidato come indicatore del suo carattere, ma essa deve però essere solo uno tra i tanti elementi da valutare".
Resta che alle 10.15 del 4 marzo 1933, prima del giuramento, partecipando alla messa nella chiesa di Saint John vicino alla Casa Bianca, Roosevelt ha inaugurato una prassi che ancora continua. Resta che quasi tutti i presidenti hanno giurato sulla Bibbia e che tutti si sono in qualche modo richiamati all'Altissimo nei loro discorsi inaugurali (con la sola eccezione di Washington al secondo mandato:  quel discorso, però, è passato alla storia anche per essere stato il più breve di tutti, 135 parole). Resta che, guadagnando l'indipendenza dall'anglicana madrepatria, gli Stati Uniti d'America fecero la loro scelta. A tutt'oggi, complessa ma senza dubbio vitalmente religiosa.



(©L'Osservatore Romano 19 luglio 2009)
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