La basilica di San Pietro e Roma, città dell'Apocalisse

Con gli occhi puntati
dove confluisce la storia


di Timothy Verdon

Città eterna, Roma è anche la città dell'Apocalisse che - nello sfarzo delle sue chiese - s'identifica evidentemente con colui che, immolato, è ora "degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione" (Apocalisse, 5, 12). Sin dai primi secoli cristiani, ha occupato, trasformandoli, gli spazi architettonici e concettuali dell'antico impero, riconoscendo in questo stesso processo una forma di rivelazione divina - come se Dio, oltre a manifestarsi nella grandezza morale d'Israele, si fosse manifestato anche nello splendore materiale di Roma.
Anzi, la marmorea magnificenza della capitale dell'impero è finita per sembrare adombramento della Gerusalemme celeste, le cui mura saranno rivestite di pietre rare e preziose (Isaia, 54, 11-12; Apocalisse, 21, 18-21) - come se Cristo, venuto non per abolire ma adempire la legge ebraica (Matteo, 5, 17-19), avesse inteso similmente portare a compimento la gloria di Roma, purificandone il senso morale, completandone la missione culturale.
Roma è la città dello svelamento del senso nascosto della storia e dal v secolo in avanti i programmi iconografici delle più importanti chiese romane hanno collocato messaggi apocalittici davanti agli occhi dei credenti. Cristo nella toga dorata rivelato come Dominus dominantium, Signore dei signori, seduto sul trono o in piedi col rescritto del suo potere divino in mano e, davanti a lui, i ventiquattro vegliardi che giorno e notte l'adorano, versando incensi che simboleggiano le preghiere dei santi:  sono queste le immagini dominanti. In diverse delle basiliche, poi, queste scene rivelatrici dell'eternità completavano grandiosi cicli storici sulle pareti laterali, con episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, insistendo così sulla gloria celeste come risoluzione della storia terrestre.
A San Pietro, nel medioevo, questo messaggio venne anticipato anche all'esterno, con un monumentale mosaico che ricopriva la parte superiore della facciata della basilica, mettendo davanti agli occhi di fedeli e pellegrini l'Agnello, i vegliardi e la moltitudine senza numero di coloro che stanno "in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide" (Apocalisse, 7, 9).
Pure questa caratteristica dell'antica capitale, la moltitudine, assumerà connotati apocalittici nella Roma cristiana. La città i cui teatri ed anfiteatri avevano accolto folle immense diventa la Roma papale che regolarmente accoglie moltitudini di uomini e donne "di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Apocalisse, 7, 9). Fenomeno, questo, che spiega la creazione - prima in Laterano e poi in Vaticano - di spazi adeguati ad accogliere le folle di pellegrini provenienti da tutto il mondo:  uno sforzo plurisecolare che si risolve dal XVI secolo in poi con la nuova basilica Vaticana, la piazza del Bernini e, nel Novecento, la Sala Nervi; anche questo rientra nel senso di continuità con l'antico impero e ne costituisce l'elemento forse più impressionante.
Oggi come in passato, chiunque visiti Roma, contemplando prima la maestosità degli spazi di vita collettiva della città antica - i fori, gli anfiteatri, le terme - e poi piazza San Pietro gremita nell'occasione di qualche celebrazione liturgica, non può sfuggire dall'impressione di qualcosa d'eterno:  qualcosa che, nonostante epocali mutamenti di cultura e fede religiosa, in questo luogo continui nel tempo.
Tale impressione viene poi rafforzata da altri fattori che condizionano l'esperienza dei visitatori in Vaticano. Il primo deriva dal carattere stesso della moltitudine che occupa la basilica e la piazza in determinate occasioni:  è un fattore liturgico, e più che di moltitudine dovremmo parlare di assemblea. Migliaia di fedeli che, attorno al Papa, possono trovare posto nella basilica o in piazza. Una tale confluenza di autonomie personali, un tale convergere di aspirazioni individuali eleva lo spirito oltre il presente, perché i partecipanti hanno così tante provenienze e tante storie distinte che l'assemblea sembra affondare le sue radici nel passato del mondo intero. Il fatto poi che l'assemblea qui radunata celebri un rito, e specificamente un rito liturgico cristiano, rafforza al massimo tale senso di continuità.
Sul piano meramente antropologico, le azioni rituali per loro stessa natura portano fuori dal tempo per introdurre nell'ambito dell'eterno. Sul piano teologico, poi, la liturgia cattolica - in cui Cristo è creduto realmente presente ed operante - abolisce il limite temporale, aprendo il presente al remoto passato come al futuro ultimo. E sul piano della traditio, la liturgia specificamente papale - il cui celebrante è considerato lineare successore dell'apostolo Pietro - mette quasi tangibilmente a contatto con il passato in cui Pietro ricevette potere da Cristo, come anche con il futuro che tale potere di legare o sciogliere dal peccato determina.
Simili intuizioni, che al non credente possono sembrare laboriose ed astruse, ai fedeli appaiono semplici e chiare. Come successe il giorno della prima Pentecoste, quando, ascoltando la predicazione di San Pietro sul perdono dei peccati, molti si sentirono trafiggere il cuore (Atti, 2, 37), così i cattolici davanti al successore di Pietro:  la ricerca di perdono schiarisce lo sguardo di chi partecipa con fede alle grandi liturgie nella basilica Vaticana e nella piazza. Solo Dio può perdonare, ma in Cristo Dio ha fatto entrare il suo perdono nella storia, e in Pietro Cristo ha esteso tale potere, che perdura nei suoi successori, i vescovi di Roma. Prendere parte ai riti celebrati dal successore di Pietro, nel luogo dove l'impero che l'aveva messo a morte ha essa stessa trovato perdono, ha pertanto un impatto profondo sulle persone - come se fossero le stesse pietre dell'antica capitale a confermare ai credenti:  "La conversione è possibile, morendo si rinasce a vita nuova, la sconfitta del peccato prepara il trionfo di Cristo".
Molti sarebbero gli esempi di questa eloquente sovrapposizione di periodi e di messaggi. Quando il fedele cattolico è presente a una liturgia papale in San Pietro e vede il Pontefice sotto il baldacchino di Gianlorenzo Bernini, ad esempio, tutta la storia dell'Occidente gli sembra confluire in quell'unico punto. La forma tortile delle colonne deriva da colonne marmoree già presenti nella basilica nel medioevo e piamente credute provenire dall'antico Tempio gerosolimitano, mentre il bronzo del baldacchino è quello che Urbano viii Barberini autorizzò il Bernini a togliere dal portico del Pantheon (donde la pasquinata Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini).
La Gerusalemme ebraica e la Roma pagana si sovrappongono e s'intrecciano, cioè, prolungandosi nel tempo, mutandosi nella forma, in analogia col mistero celebrato sotto il baldacchino:  Cristo morto duemila anni fa ma presente oggi nel pane transustanziato tra le mani del successore di Pietro e vicario in terra dell'eterno Cristo.
O ancora:  quando il Papa pronuncia sulla folla in piazza le parole Urbi et orbi - la benedizione papale "Alla città e al mondo" - i vari filoni s'intrecciano e si sovrappongono:  è benedetta la città nell'intera gamma della sua vita pagana e cristiana, da una vocazione unificatrice a servizio di tutte le razze e tutti i popoli; ed è benedetto il mondo - non solo quello fisico un tempo retto dai Cesari, ma il mondo interiore d'ogni uomo che col perdono rinasce alla speranza.
La maestosa antichità della cornice in cui questa benedizione viene impartita suggerisce poi un progetto immutabile, iscritto nell'identità profonda del papato, come nella miniatura medievale del Vangelo di Echternach, dove la chiave affidata da Cristo a Cefa ha la forma del nome nuovo petrus; un progetto poi che continua nei successori di Pietro, come si vede sulla porta maggiore della basilica, quella eseguita dal Filarete nel xv secolo, dove Papa Eugenio iv riceve le chiavi direttamente dal Principe degli Apostoli.



(©L'Osservatore Romano 12 agosto 2009)
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