Le atmosfere di Dickens nelle acqueforti di Mirando Haz

Gli esorcismi dell'incisore infelice


di Giorgio Fossaluzza
Università di Verona

L'illustrazione, per sua natura, gode della più vasta libertà nel rapportarsi a un testo letterario. Il più delle volte si spinge ben oltre la pura complementarietà, per spingersi volentieri in intrecci inediti, in percorsi autonomi entro i quali si possono comunque individuare stimolanti direzioni persino per comprendere il testo sotto ottiche prima inedite, anche rispetto a quelle degli stessi critici letterari.
Perciò è stato sicuramente utile il confronto che gli esperti dell'opera di Charles Dickens - riuniti all'università di Verona per un convegno internazionale di studi - hanno avuto con le opere dedicate dall'artista Mirando Haz al grande scrittore inglese (la mostra di incisioni è aperta nella biblioteca universitaria fino al 15 agosto).
L'impegno e l'orizzonte di Haz nella sua opera di illustratore di Dickens e di altri poeti vennero del resto riconosciuti già da Giulio Carlo Argan nel 1989 al Premio Feltrinelli per la grafica dell'Accademia dei Lincei:  "Haz non concepisce l'illustrazione del libro come un'applicazione, ma come un movente e un indirizzo della ricerca grafica. Non raffigura o visualizza un racconto, ma lo interpreta traducendone il senso poetico nella qualità del segno grafico, nei ritmi compositivi (...) il suo obiettivo è la relazione profonda tra testo letterario e testo figurativo, come per una reciproca complementarietà e integrazione".
Haz, allievo di Alberto Vitali, appare un classico se si tiene conto che le sue fonti d'ispirazione si rintracciano nei grandi espressionisti del secolo scorso:  Kubin, Ensor e Kokoscka. Per di più, a fronte di una tale nobiltà di ascendenze stilistiche, altrettanto grandi sono gli scrittori da lui illustrati:  oltre a Dickens, Hans Christian Andersen, Federico García Lorca, Marcel Proust, Thomas Mann e Aleksandr Puskin.
Sono molteplici i registri espressivi toccati da Mirando Haz tra originale complementarietà e sorprendente libertà interpretativa dei testi. Il primo registro si pone, tuttavia, sulla linea della rievocazione della storia che, senza l'obbligo dell'ossequio a ingombranti fonti scritte, passa a una sorta di narrazione visionaria di remoti fatti familiari e del nostalgico ricordo personale. Un intreccio che si ritrova, ad esempio, nelle opere proposte per la mostra a Camerino nel 2005. Haz (pseudonimo di Amedeo Pieragostini) ricordò per immagini la crociata del 1344 indetta da Papa Clemente vi. L'avo Pieragostini, capitano della compagnia di Muralto, partecipando a quell'evento, secondo tradizione portò con sé da Smirne la preziosa tavola della Vergine di Santa Maria in Via. Mirando, alias Amedeo, la "ricorda" e la ritrae nella sua opera, aggiungendo così ai fatti il senso del mistero che quella tradizione devota porta con sé.
A proposito de La Donna di Picche di Puskin, edita nella traduzione di Leone Ginzburg (Milano, Nuages, 2007, pagine 61, euro 22), Mirando Haz si può indicare ancora una volta come un visionario appassionato di storie, ma in questo caso il registro è quello degli intrecci soprattutto psicologici. Lo scenario è dato dagli ambienti decadenti e neogotici descritti nel racconto, che sollecitano l'artista ad abbondare col nero delle inchiostrazioni tra i personaggi in maschera. Sarebbe certo riduttivo definire Haz, in questo caso, semplicemente come incisore di ambientazioni. Equivarrebbe a disconoscere il valore che le situazioni spaziali - o le assenze di spazio ottenute attraverso l'uso del nero - assumono proprio nel manifestare i risvolti psicologici complessi e talora sotterranei delle scene raffigurate.
Per quanto riguarda Dickens, interessa sottolineare come nella mostra veronese si espongano, in particolare, le dodici acqueforti "Dickens-Christmas" edite in cartella da Vanni Scheiwiller. L'editore le pubblica anche nel 1981 in volume col suo celebre marchio tipografico "All'insegna del pesce d'oro". Il racconto Un albero di Natale - tra i meno noti di Dickens - nell'occasione venne tradotto per la prima volta in italiano da Valentina Poggi-Ghigi. A corredo del volume, i saggi di Ada Nisbet, Guido Almansi, Vito Amoruso, Marisa Bulgheroni, Alberto Castoldi e Valentina Poggi-Ghigi.
In quel testo si trova, forse più sorprendentemente, uno "Scritto per la cartella di dodici acqueforti Dickens-Christmas" dello stesso Mirando Haz. Quel rapporto di complementarietà e libertà interpretativa che si instaura ogni volta rinnovato fra scrittore e illustratore è dunque destinato in questo caso specifico a complicarsi ulteriormente. Haz non vuole assumere, ovviamente e intelligentemente, le vesti di un critico o di un erudito, di un insegnante o di cronista, come osserva nella sua introduzione Valentina Poggi-Ghigi. Si dà il caso, anzi, che anche in questo scritto, come nelle sue acqueforti, Haz sia "artista che risponde alle creazioni di un altro artista, in un rapporto  esclusivo  che  ha sempre qualcosa di misterioso, che non si può condividere o comprendere del tutto da terzi".
Fatte salve queste premesse di metodo, a leggere lo scritto di Haz e a osservare la dimensione visionaria e persino  conturbante  delle dodici acqueforti  che  accompagnano il testo di Dickens, si trova un'adesione al disagio del vivere i miti più che i riti del Natale, perché coinvolti nell'ottica di un consumismo egoista spesso inconsapevole che ne ottenebra il vero significato, o addirittura lo fa vivere in modo contraddittorio e vano, o infine addirittura lo nega.
Tutto questo si esprime con una sensibilità propriamente contemporanea che è quasi dilaniante. Se la noia, osserva Haz, "avvolge in nebbia e ghiaccio qualsiasi giornata di festa, [nel periodo di Natale] il genere umano sembra muoversi più velocemente verso qualcosa di cui non ha mai conosciuto il significato". Finalità è il tavolo da pranzo "da dove chi non fa parte del gruppo (...) viene escluso con i "no" più gentili, vili e micidiali".
La descrizione del giorno di festa di Haz è perfettamente immaginifica:  "È in questa giornata centrale dell'anno che sembra concentrarsi, avvolgendosi e contorcendosi, negli arabeschi più intricati e misteriosi, nei suoni più flautati e modulati, nelle luci più bianche di specchi e argenterie, il monosillabo terribile, velenoso e intransigente, su cui si annidano i delitti degli uomini contro il prossimo, quel monosillabo secco, imperativo e decisivo che è il no. Questo aspro preambolo è necessario per scandagliare, nel profondo e nell'essenza, il clima natalizio delle opere di Charles Dickens".
Le immagini di Haz esorcizzano questa negatività, contengono strane creature appollaiate sui rami dell'albero. L'albero stesso è in movimento e mutazione, passando dal vero all'irreale. Lo spazio buio è popolato di maschere, occhi incavati, bocche aperte, mani tese e capelli sciolti. Anche se sono molte le candele accese, l'albero non ha splendore. Se l'escluso è il bambino, gli oggetti dell'albero assumono per lui una dimensione addirittura spettrale e minacciosa.
Il valore esorcizzante di tutto questo è dichiarato da Haz:  "Un clima d'angoscia e di solitudine che, nelle notti avare d'amore, l'infelice acquafortista ha cesellato con intrecci spinosi, con maschere arroventate, con pugnali avvelenati, per esorcizzare le vibrazioni negative del giorno più solenne dell'anno".
In questo modo si esprime in immagini la consapevolezza che Dickens "ha analizzato, combattuto e dissacrato il rituale delle negazioni". Nei suoi scritti avvertiamo distinzioni esasperate e cristalline tra ciò che è positivo e negativo, tra il mondo del sì e quello del no, tra luce e tenebre, tra bianco e nero, tra "angeli buoni e angeli cattivi".
Per lo scrittore inglese l'esclusione, la negazione del rapporto caritatevole è simbolo del potere e si manifesta a ogni livello e categoria sociale, la società vittoriana come pure la nostra cosiddetta "buona società", il cui benpensante è il mascherato. Il "non c'è posto" riguarda poi i bambini nei cui confronti la perversità e falsità del meccanismo si manifesta con risultati della massima angoscia.
Questa atmosfera natalizia è in Dickens stesso descritta a un tempo con realismo e visionarietà:  "Tutto assume - osserva Haz - una forma secca che si frantuma, si muta in qualcosa oltre il significato, senza confine tra persone, oggetti, e paesaggio, nel più sfrenato scambio dei ruoli". Per l'acquafortista questo genera la convinzione che è tempo di "sgretolare lo schema della tradizione figurativa", pena "un'arte che fa la parodia di se stessa".



(©L'Osservatore Romano 13 agosto 2009)
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