La memoria del martire romano da Papa Damaso al cardinale Wiseman

Tarsicio e i cani rabbiosi


di Carlo Carletti

Tra i molti aspetti problematici emergenti nelle "storie" e nelle "tradizioni" dei martiri vi è anche quello del diversificato livello di continuità e visibilità nel tempo che può caratterizzare un determinato culto:  fenomeno non sempre afferrabile nelle sue molteplici motivazioni, che lascia tracce di sé, più o meno evidenti, nella lunga durata e talvolta in estensione spaziale anche ampia.
Questa oscillazione tra oblio e visibilità sembra anche contrassegnare la secolare tradizione cultuale legata alla figura di san Tarsicio che, seppure documentata storicamente e celebrata all'interno dello scenario storico-ecclesiale nel quale si manifestò, non sempre - e soprattutto nei primi secoli - sembra aver avuto un "seguito" immediato e continuo in termini di prassi liturgica e diffusione devozionale. Basti considerare che il dies natalis di Tarsicio - assente nel più antico calendario liturgico della Chiesa romana, la Depositio martyrum anteriore al 354, come pure nel martirologio geronimiano - è documentato per la prima volta sotto la rubrica del 15 agosto nei tardi martirologi di Adone (IX secolo) e Usuardo (IX secolo), e di qui nel martirologio romano (Acta Sanctorum. Decembris, Bruxellis 1940, p. 340 n. 2).
La documentazione primaria dell'esistenza di un Tarsicio martire è profondamente radicata nei secoli dell'antichità cristiana. Le prime e uniche informazioni sufficientemente dettagliate che si conoscono sono ancora una volta quelle veicolate dal cultor martyrum per eccellenza, Papa Damaso (366 384), il quale all'incirca tra il 370 e il 380 compose un elogium in onore del santo, accomunandolo al protomartire Stefano. L'originale epigrafico è andato perduto, ma il testo integro dell'iscrizione si è conservato per tradizione indiretta (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, IV, 11078). La composizione è classicamente articolata nella propositio e nella demonstratio, che a sua volta svolge in successione ma distintamente le due storie "parallele" di Stefano e di Tarsicio:  "Chiunque tu sia che leggi, sappi che pari fu il merito dei due (santi), ai quali, dopo il premio, Damaso - il vescovo - rivolge questi elogi. Il popolo giudaico con le pietre aveva colpito a morte Stefano:  lui, che predicava il bene, aveva così trionfato sul nemico. Fu il primo, il fedele diacono, a conquistare il martirio. Una banda inferocita si era scagliata contro Tarsicio per svelare agli infedeli il sacramento di Cristo che portava con se. Ma lui volle perdere la vita dilaniato piuttosto che abbandonare ai cani rabbiosi il corpo celeste (L'Eucarestia)".
L'elogio si apre con il consueto appello al lettore - quicumque legis cognosce - al quale Damaso riferisce di aver voluto onorare il martirio dei due santi (definito praemium) con un elogio, la cui tipologia epigrafica è resa manifesta nella espressione tecnica titulos (...) reddit:  il plurale è ovviamente giustificato dalla duplice dedica. Quindi introduce la storia del fedele diacono Stefano (levita fidelis), che viene lapidato mentre annuncia il Vangelo (meliora monentem) e, con la morte cruenta, conquista la vittoria sul nemico (ex hoste tropaea):  Iudaicus populus Stephanum meliora monentem / perculerat saxis, tulerat qui ex hoste tropaeum. Il forte rilievo del primato di protomartire riconosciuto a Stefano è anche funzionale ad enfatizzare - per comparazione - la figura e la vicenda di Tarsicio, un martire romano e, comunque, morto a Roma, probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano:  martyrium primus rapuit levita fidelis, laddove il rapuit sottolinea efficacemente il martirio come preda agognata. Se la fonte per Stefano è ovviamente da ricercare nel racconto degli Atti di Luca (7, 51-64), per Tarsicio Damaso non fornisce indicazione alcuna circa l'origine della sua documentazione e, dunque, mette in campo tutta la sua autorità di vescovo a garanzia dei fatti narrati:  l'imperativo iniziale cognosce indica bene che qui parla ex cathedra. Si può comunque plausibilmente ritenere che, come in altre circostanze, Damaso, in mancanza di altro, abbia qui raccolto le sue informazioni da una ancora viva tradizione orale, che doveva aver conservato integre almeno le coordinate essenziali dell'evento:  nome del protagonista, epoca e circostanze del martirio. Damaso lascia intendere che il tratto comune tra Stefano e Tarsicio è costituito dal ministero esercitato (levita = diacono) e dal tipo si supplizio subito (la lapidazione):  era ovviamente funzionale alla intenctio di Damaso la ricerca di un plausibile prestigioso parallelismo, che agli occhi dei fedeli recasse un valore aggiunto alla figura e alla storia di un martire romano. In questa direzione appare peraltro realistica la scena drammatica conclusiva con Tarsicio, che difende fino alla morte le sacre specie (caelestia membra) dall'attacco degli infedeli (profanis), qui evocati con lo sprezzante canibus rabidis, che rientra nel tipico repertorio espressivo damasiano riservato ai persecutori:  per esempio "la rabbia del tiranno", "il rabbioso carnefice", "l'impaziente ferocia", "la ferocia del tiranno", "la rabbia delle belve" (Epigrammata damasiana, ed. Antonio Ferrua , Città del Vaticano 1942, nn. 37, 28, 17, 18, 40, 43 1). L'immagine di Tarsicio che reca l'Eucarestia non è pura immagine edificante creata dalla fantasia di Damaso, ma riflette una situazione reale. È infatti ben documentato nei primi secoli della Chiesa l'ufficio diaconale di assicurare l'Eucarestia - in tempo di persecuzione - agli assenti della celebrazione liturgica e ai confessori:  una pratica documentata fin dal II-III secolo da Giustino (Apologia 65) e Tertulliano (De lapsis 13).
Il racconto di Damaso nel VI secolo fu integralmente ripreso nella Passio sancti Stephani martyris et papae (Bibliotheca Hagiographica Latina II, p. 1136 n. 7845), ma variamente integrato con elementi di fantasia, come era nella prassi abituale degli agiografi della fine del mondo antico. La anacronistica presenza di Tarsicio in questo testo agiografico nel ruolo di accolito nasce da un fraintendimento dell'elogio damasiano:  Stefano protomartire viene infatti confuso - forse volutamente, per costruire una storia "tutta romana" - con l'omonimo vescovo di Roma (254-257), che insieme a Tarsicio, secondo l'agiografo, sarebbe stato vittima della persecuzione di Valeriano. Il ministero di accolito che gli viene attribuito si può spiegare agevolmente:  al tempo della redazione della passio (VI secolo) a Roma era ormai istituzionalizzato il rito del fermentum:  la distribuzione ai presbiteri dei titoli del pane consacrato durante la celebrazione episcopale. Questa pratica rituale - avviata proprio al tempo di Damaso - era riservata agli accoliti, come confermato dalla celebre lettera di Innocenzo I a Decenzio vescovo di Gubbio (Robert Cabié, La lettre du pape Innocent I à Décentius de Gubbio, Louvain 1973):  di qui l'anacronismo veicolato nella passio.
Di poco posteriore alla Passio leggendaria è un importante e storicamente fondato documento dell'epoca di Gregorio Magno (590-604). La menzione di Tarsicio è infatti registrata in uno dei pittacia (etichette pergamenacee), che il diacono Giovanni - su incarico della neofita regina dei Longobardi Teodolinda - aveva applicato sulle ampolle vitree che contenevano l'olio, prelevato dalle lampade che ardevano nei santuari dei martiri presso le catacombe (Corpus Christianorum, CLXXV, p. 290):  ciò significa che l'area sacra dove si conservava la memoria funeraria di Tarsicio, quando vi si recò il monaco Giovanni, era accessibile e fruibile ai visitatori. Questa informazione trova la sua contestualizzazione topografica in due fondamentali documenti (De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae e Notitia ecclesiarum urbis Romae), redatti tra l'età di Onorio I (625-638) e quella di Teodoro i (642-649), che - come vere e proprie guide - indicavano ai pellegrini la dislocazione nel suburbio delle cripte dei martiri. Dalla integrazione delle informazioni fornite dalle due guide si ricava senza ombra di dubbio, che i visitatori che procedevano lungo l'Appia incontravano la memoria funeraria di Tarsicio in un mausoleo del sopratterra (sursum) della catacomba di San Callisto, dove già all'inizio del III secolo aveva trovato sepoltura Papa Zefirino (199-217):  et ibi (via Appia) sanctus Tarsicius et sanctus Geferinus (sic!) in uno tumulo iacent; Zeferinus papa et confessor sursum quiescit (Corpus Christianorum, CLXXV, pp. 308, 317).
Le indicazioni fornite dagli Itinerari sembrano aver trovato una possibile conferma nella concretezza del dato archeologico. Nell'area sovrastante la catacomba di San Callisto gli scavi condotti nel 1979-80 dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sotto la direzione del padre Umberto M. Fasola all'interno della tricora occidentale (un mausoleo triabsidato tuttora esistente nel sopratterra) hanno riportato alla luce una struttura sepolcrale con fenestella confessionis sul lato est:  prova non trascurabile che presso questo impianto funerario si praticava una attività devozionale, peraltro confermata dal rinvenimento di otto mausolei privati addossati alla tricora, che sembrano rivestire - come nelle basiliche circiformi - carattere di tombe devozionali. Si può plausibilmente ritenere che all'interno di questo ambiente sepolcrale avesse trovato adeguata sistemazione l'elogio damasiano e che, dunque, quanto rimane dell'impianto sepolcrale, potrebbe identificarsi con quello originario che accolse in successione le spoglie di Zefirino e Tarsicio. D'altra parte le monumentali iscrizioni damasiane altra destinazione non avevano se non quella di essere materialmente collocate sopra le tombe venerate.
La frequentazione di questa area sacra e la connessa devozione a san Tarsicio, non sembra comunque avessero raggiunto particolare intensità e diffusione. E forse non a caso il nome del martire - un etnico derivato da Tarso, la città della Cilicia - nella onomastica del tempo non sembra aver avuto diffusione alcuna:  nelle circa trentamila iscrizioni cristiane di Roma, tra l'età damasiana e la fine del VI secolo, il nome Tarsicio ricorre una sola volta:  in una iscrizione funeraria conservata nei Musei Vaticani (Inscriptiones Christianae Urbis Romae I, 2419) databile tra la fine del IV e l'inizio del v secolo, nella quale una tale Ursa dedica la sepoltura al proprio marito (compar), con lei vissuto per ventinove anni, che recava - forse per devozione al santo - il nome di Tarsicio:  Ursa se biva fecit sibi et compari suo Tarsicio / qui vixit mecum ann(is) XXVIIII. D(epositus) III non(as) nov(embres) in pa(ce) (cioè il tre novembre).
Tra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo si avvia un fenomeno epocale per la storia e la diffusione del culto dei martiri. Per iniziativa dell'episcopato romano, le reliquie dei martiri abbandonarono le originarie sedi di deposizione per essere collocate all'interno delle chiese urbane. Ne è irrefutabile testimonianza - in specifico riferimento a san Tarsicio - una monumentale iscrizione del tempo di Paolo I (757-767) tuttora conservata nella chiesa di San Silvestro in Capite (Monumenta Epigraphica Christiana, i, tav. XXXVII, 1), nella quale l'emblematica "rubrica" in n(omine) D(omi)n(i). Notitia nataliciorum / s(an)c(t)orum hic requiescentium introduce un lungo elenco di martiri dei quali erano state asportate (interamente o in parte) le reliquie dalle catacombe:  alcuni (circa cinquanta) sono individualmente richiamati con il proprio nome, altri (ma quanti?) sono invece menzionati collettivamente, come per i santi dell'8 marzo, i cui nomi - è detto - "conosce solo Dio":  n(atalis) sanctorum quor(um) nom(ina) d(eu)s scit. Sotto l'erroneo lemma del 26 luglio (invece che 15 agosto) viene registrata la congiunta inventio e acquisizione delle reliquie dei santi Zefirino e Tarsicio.
L'iscrizione di San Silvestro in Capite si propone come cesura, temporanea seppur secolare, nella storia del culto di san Tarsicio, che per circa quattro secoli rimane avvolto nel silenzio. Una ripresa comincia ad avvertirsi a partire dal XIII secolo - con epicentro evidentemente nella chiesa di San Silvestro in Capite - quando si avvia l'esecrabile e deleterio fenomeno della moltiplicazione e distribuzione di reliquie autentiche o presunte tali:  vi furono dapprima traslazioni interne nella stessa chiesa di San Silvestro e quindi, in epoca imprecisata, anche nella basilica Vaticana, come attestato da un iscrizione trasmessa in un codice della Biblioteca Apostolica Vaticana (Vaticano Barberiniano Latino, 2733, f. 238). Questa peregrinazione di reliquie superò i confini di Roma e andò a localizzarsi nel 1646 a Napoli presso la chiesa di San Domenico Maggiore dove si rivendicava addirittura il possesso dell'intero corpo di san Tarsicio. Ma questo fenomeno di pubblica esposizione non sembra avesse sollecitato più di tanto una ripresa della devozione, che sembra rimasta "discretamente" circoscritta a Roma e, pare, a Napoli.
Una forte e durature ripresa della devozione per il santo dell'Eucarestia si riaccende - si potrebbe dire - all'improvviso, in seguito alla pubblicazione del romanzo epico Fabiola, o la Chiesa delle catacombe (Londra, 1855) del cardinale Nicholas Patrick Wiseman, nel quale è dedicato un largo spazio (l'intero capitolo XII) a Tarsicio e alla vicenda che lo condusse al martirio. Dal romanzo poi, nel 1948, fu liberamente tratto un film, diretto da Alessandro Blasetti:  un vero e proprio kolossal del cinema italiano del dopoguerra - costò 500 milioni dell'epoca - cui fornì consulenza artistica e letteraria l'allora direttore de "L'Osservatore Romano", conte Giuseppe Dalla Torre. Anche nella versione cinematografica viene ripresa la vicenda di Tarsicio, rappresentato quasi adolescente nella interpretazione dell'attore Maurizio Di Nardo. Va ricordato che il film, era preceduto da una vera e propria "epigrafe dedicatoria", alla quale si consegnò la propositio, che soggiace all'intero racconto filmico:  "Il film è dedicato ai perseguitati, agli offesi, alle vittime di ogni violenza". Sul piano della ricostruzione storica proposta, va almeno rilevato, che l'ambientazione in cui si colloca e si svolge la vicenda del gladiatore cristiano Rhual, di Fabiola e di Tarsicio, è quella storiograficamente più accreditata e sostenuta in primis anche da un grande specialista come Pio Franchi de'Cavalieri, il quale, contrariamente da quanto riportato dalla tarda Passio sancti Stephani, riteneva che la testimonianza di Tarsicio si fosse consumata sotto Diocleziano. Il quadro complessivo entro il quale si svolge il racconto cinematografico è quello della fase ultima della Roma di Diocleziano e, infatti, le sequenze conclusive presentano l'arrivo delle avanguardie vittoriose di Costantino, che recano sui loro vessilli il prototipo - si buon ben dire - del signum Christi.
La straordinaria risonanza del romanzo del cardinale Wiseman, oltre a ispirare il film di Blasetti, si propose di fatto come vero e proprio vettore di incentivazione devozionale:  a Roma furono dedicate a Tarsicio una cappella presso la parrocchia del Sacro Cuore al Lungotevere Prati (1894-1917) e una chiesa al IV miglio della Via Appia Nuova (1939). Al patronato del santo furono affidati i chierichetti - oggi diciamo i ministranti - i paggi del Santissimo Sacramento e gli aspiranti della Gioventù Italiana dell'Azione Cattolica.
L'intermittente fortuna della devozione a san Tarsicio giustifica ampiamente la totale assenza in età tardo antica e medievale di una specifica iconografia ricollegabile a san Tarsicio. Allo stato attuale il prototipo figurativo del martire si riconosce in una statua marmorea dello scultore francese Alexandre Falguière (1831-1900:  Parigi, Museo del Louvre), che rappresenta il martire morente mentre stringe al petto le Specie eucaristiche. A questo modello si ispirano, con ovvie varianti - per esempio il santo in posizione eretta che reca una pisside - prodotti scultorei e pittorici successivi, come la statua dello scultore Enrico Del Monte (1916) nella chiesa di San Lorenzo a Faenza e a Roma la pala d'altare nella chiesa del Corpus Domini sulla Nomentana nonché alcuni quadri nelle chiese di San Sebastiano, di Santa Maria in Monte Santo, di San Silvestro in Capite.
Oggi la figura e il nome del martire dell'Eucarestia non si può dire che abbia conservato il livello di diffusione raggiunto tra la metà dell'Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento. Il dogma dell'Assunta, proclamato da Pio XII alla fine dell'Anno Santo del 1950 (1 novembre) con la bolla Munificentissimus Deus e inserito nel calendario liturgico al 15 agosto, contribuì indubbiamente a lasciare nell'ombra il Tarsicium sanctum Christi sacramenta gerentem. Ma... ubi Maior...



(©L'Osservatore Romano 15 agosto 2009)
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