Il secondo conflitto mondiale nel cinema

Ciak si spara


di Emilio Ranzato

Enfatici o realistici, costruiti su documenti storici o sulla retorica nazionalista, i film che affrontano il tema della guerra puntano spesso a rappresentare non solo gli avvenimenti drammatici, ma anche le motivazioni che hanno portato al conflitto. Che siano reduci disillusi o generali patriottici, eroi senza macchia o incalliti antimilitaristi, i protagonisti deducono dal loro punto di vista parziale un giudizio più generale su una tragedia che li supera e li travolge.
Fra le cinematografie principali quella americana è l'unica in cui la produzione di film sulla seconda guerra mondiale ha assunto un carattere, per così dire, istituzionale. Al fine di piegare il ferreo isolazionismo della società di fine anni Trenta, infatti, l'amministrazione Roosevelt necessita dell'insostituibile potenziale di persuasione del grande schermo, e pur di accaparrarselo scende a compromessi con l'industria cinematografica sospendendo le vertenze giuridiche riguardanti la presunta posizione di monopolio delle majors.
L'idillio fra Hollywood e governo si riflette soprattutto nella produzione che va dall'attacco di Pearl Harbor del 1941 alla fine delle ostilità e poco oltre. In questo lustro scarso i film bellici - come Obiettivo Burma! di Raoul Walsh, Missione segreta di Mervyn LeRoy, I sacrificati di Bataan di John Ford - presentano quasi tutti caratteristiche simili e in linea con i precetti della propaganda governativa:  l'azione deve contemperare la necessità di mostrare le imprese delle forze armate con quella di non presentare la guerra come qualcosa di orribile e sbagliato, e quindi di non indugiare su dettagli particolarmente cruenti. Un altro aspetto che aiuta a denotare la scelta interventista come qualcosa di giusto e largamente accettato è l'atmosfera di perfetta armonia fra il plotone protagonista - selezionato salomonicamente fra tutte le etnie e le estrazioni sociali che compongono la comunità americana - e il leader di grado più alto, il quale assume il proprio ruolo con piglio paterno e ispirato ai principi di uguaglianza, sensibilità e giustizia.
Le cose però cambiano in modo sottile già a partire dalla fine degli anni Quaranta, ossia quando si comincia a respirare quell'atmosfera da guerra fredda che porterà allo stillicidio di altri conflitti, fra l'altro non più ampiamente condivisi come quello contro il nemico nazista. In film come Bastogne di William Wellman, Cielo di fuoco di Henry King, Iwo Jima, deserto di fuoco di Allan Dwan, c'è un'enfasi particolare nel modo in cui i personaggi che rappresentano le gerarchie militari sono costretti a insistere sulla necessità di combattere; e i soldati del plotone se ne addossano il compito non più ispirati da un sacro fuoco, ma semplicemente con la filosofia di chi affronta uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. In Da qui all'eternità di Fred Zinnemann realizzato nel 1953 durante la guerra di Corea - la prima conseguenza delle tensioni con il mondo comunista - la rappresentazione del conflitto mondiale scivola addirittura sullo sfondo, mentre in primo piano rimangono i dissapori all'interno dell'esercito.
Allo stesso stato d'animo devono ascriversi i primi film che parlano del difficile rientro dei reduci alla vita civile. Pur partendo da intenti propagandistici e mantenendo sicuramente sempre un tono patriottico, I migliori anni della nostra vita di William Wyler è forse la prima opera a sfondo bellico che ha il coraggio di mostrare tanto le difficoltà del reinserimento dei militari in società, almeno dal punto di vista psicologico, quanto, ben più concretamente, le mutilazioni che i reduci portano sul proprio corpo, sottolineando così le ombre di una guerra considerata comunque giusta.
Ma nell'immediato dopoguerra anche un genere di film che non si interessa direttamente della rappresentazione del conflitto dice qualcosa sulla difficile situazione dei reduci:  si tratta del noir. Capostipiti del genere come la Dalia azzurra di George Marshall o Solo chi cade può risorgere di John Cromwell, oppure epigoni più misconosciuti come Il bandito senza nome di Joseph L. Mankiewicz, fanno del reduce una congeniale variante di antieroe.
Di recente, infine, la seconda guerra mondiale è tornata sugli schermi hollywoodiani più che altro come pretesto per riflessioni più ampie, di carattere esistenziale, come in La sottile linea rossa di Terrence Malick, o di revisionismo storico alla luce di un esame di coscienza, come nel dittico di Clint Eastwood Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, in cui emblematicamente la stessa battaglia viene raccontata dal punto di vista delle opposte fazioni. Ma non sono mancati anche revival più classici e patriottici come Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg.
In Italia invece si è passati direttamente da una produzione propagandistica, di poco conto, durante i primi anni della guerra, alla breve ma intensa stagione del neoralismo. Se i film di Vittorio De Sica di questi anni si concentrano più sulle conseguenze del conflitto, Roma città aperta e Paisà di Roberto Rossellini affrontano direttamente il tema della resistenza all'occupazione nazista e della liberazione con lo stile partecipato ma mai melodrammatico che farà scuola.
De Sica e Rossellini torneranno molti anni dopo a parlare della guerra rispettivamente con La ciociara e Il generale Della Rovere, dove però la maggior professionalità della confezione coincide anche con una maggiore retorica. Sempre intorno agli anni Sessanta escono invece buoni film di retrospettiva e in alcuni casi di revisionismo come La lunga notte del '43 di Florestano Vancini, Tutti a casa di Luigi Comencini, Estate violenta di Valerio Zurlini, Il processo di Verona di Carlo Lizzani.
Un argomento sul quale il cinema italiano è tornato più d'una volta è stato quello della Shoah. In Kapò di Gillo Pontecorvo l'atto di accusa contro la corruzione morale, oltre che fisica, dei campi di sterminio viene annacquata a tratti da toni sensazionalistici. Ne Il giardino dei Finzi Contini un De Sica ormai lontano dai suoi momenti migliori mette in scena il dramma delle deportazioni senza slanci di sincerità e con uno stile che indulge alla maniera e al calligrafismo. Pasqualino settebellezze di Lina Wertmüller, storia di un guappo che attraversa tutti i drammi della guerra, compresi i lager, con un ambiguo spirito di sopravvivenza, ha il coraggio di mettere in scena le bassezze morali dell'individuo di fronte al dolore altrui, ma rischia continuamente di scivolare nel nichilismo. Più di recente Roberto Benigni con il suo La vita è bella ha giocato la rischiosa carta dell'umorismo poetico chapliniano per parlare della persecuzione contro gli ebrei. Al di là di alcune mancanze dal punto di vista registico, è forse l'opera più delicata sull'argomento del nostro cinema, anche se ha ricevuto alcune sporadiche critiche da esponenti del mondo ebraico, come Steven Spielberg. Pochi anni prima anche Roberto Faenza aveva affrontato il tema della Shoah con il suo misconosciuto Jona che visse nella balena, opera pudica e sincera.
Anche la produzione francese è caratterizzata da pellicole complesse che per lo più si prefiggono di rendere conto delle luci e delle ombre della guerra senza troppi intenti retorici. René Clément ha dedicato all'argomento una mezza dozzina di film, fra i quali è giusto ricordare Operazione Apfelkern, caso raro di film bellico in cui la finzione si mescola con la realtà documentaria, e Giochi proibiti, in cui il dramma della guerra viene amplificato dallo sguardo infantile dei due giovanissimi protagonisti. Alain Resnais, prima ancora d'esordire nel cinema di finzione con Hiroshima mon amour, storia d'amore sul filo della memoria che però non manca di sottolineare le atrocità della guerra, aveva firmato uno dei primi grandi documentari sulle deportazioni antisemite con Notte e nebbia. Un altro regista d'oltralpe che è tornato più d'una volta sull'argomento è Jean-Pierre Melville. Noto più che altro per i suoi noir, Melville ha adattato la sua visione pessimista a un film di guerra particolarmente duro e senza speranza:  L'armata degli eroi. Ma ha anche firmato un'opera più raccolta e delicata con Il silenzio del mare.
Altri film francesi che mettono in scena la seconda guerra mondiale senza alcuna concessione all'eroismo sono Weekend a Zuydcoote di Henri Verneuil e Cognome e nome:  Lacombe Lucien di Louis Malle, il quale a sua volta firmerà un toccante film sul dramma ebraico con Arrivederci ragazzi.
Meno sfumature presenta la cinematografia britannica, quasi sempre declinata in toni patriottici e spettacolari ma comunque coinvolgenti, come nel caso di Eroi del mare di Noël Coward e David Lean, La primula Smith di Leslie Howard e naturalmente Il ponte sul fiume Kwai, sempre di Lean. Ci sono comunque film misconosciuti che vanno controcorrente, come l'antimilitarista La mia vita comincia in Malesia di Jack Lee.
Film giapponesi sull'argomento, pur riscuotendo un grande successo all'interno dei confini nazionali, raramente li hanno oltrepassati a causa del loro taglio fortemente nazionalista. Fra le poche eccezioni c'è L'arpa birmana di Kon Ichikawa, canto antimilitarista in cui l'azione bellica gradualmente si scioglie in favore di una superiore contemplazione da parte del bonzo cui appartiene la voce narrante.
Lo stesso discorso vale per la filmografia sovietica, dove non a caso uno dei pochi film memorabili è anche quello più pacifista:  L'infanzia di Ivan, opera prima di Andrej Tarkovskij.



(©L'Osservatore Romano 30 agosto 2009)
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