Alle origini del secondo conflitto mondiale

Non fu solo la guerra di Hitler


di Gaetano Vallini

La seconda guerra mondiale non fu in nessun senso predeterminata. La causa non fu semplicemente Hitler:  fu provocata dall'interazione di fattori specifici, dei quali Hitler era uno, e da cause più generali responsabili dell'instabilità nel sistema internazionale. Ma altri esiti sarebbero stati possibili. E solo l'intervento dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarla.
Con la consueta chiarezza, lo storico inglese Richard Overy nel libro Le origini della seconda guerra mondiale (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 206, euro 13) offre la sua interpretazione di come si giunse al tragico esito del primo settembre 1939. Tenendo conto della complessa realtà dell'ordine internazionale scaturito dalla grande guerra, vengono proposte alcune valutazioni che, senza indulgere alla storia fatta con i "se", evidenziano le opzioni - poche per la verità - a disposizione dei politici del tempo per evitare o circoscrivere il conflitto.
L'opera, agile ma rigorosa, pensata anche per i non addetti ai lavori, non è del tutto nuova; le edizioni in lingua originale sono tre (1987, 1998, 2008) ma i decenni che le separano sono stati caratterizzati da ulteriori discussioni accademiche sulle questioni che circondano le origini del conflitto. Discussioni di cui l'autore ha saputo cogliere le novità. "La storia diplomatica e militare - scrive nella prefazione - non monopolizza più l'attenzione come faceva quando questo volume fu scritto per la prima volta, poiché la storiografia si è allargata ad abbracciare molte aree di esperienza che toccano le questioni belliche solo in modo incidentale. Ci sono stati inoltre importanti spostamenti di punto focale:  il ruolo dell'Italia nelle fasi preliminari della guerra è stato più di ogni altro oggetto di una profonda riconsiderazione; si sono aggiunte rivelazioni sulla politica sovietica negli anni Trenta".
"Ma soprattutto - aggiunge - i primi studi seri sulla pianificazione e i preparativi militari sovietici; le discussioni su Chamberlain e l'appeasement sono diventate più sofisticate e, in un'epoca in cui la guerra mondiale sembra remota e inconcepibile, una nuova generazione potrà forse guardare con più generosità alla sua profonda convinzione che la guerra fosse al di là di ogni ragione umana".
Ciò detto, Overy sostiene che oggi l'unico interrogativo che potrebbe sollecitare la curiosità degli storici è:  perché, se la stragrande maggioranza della gente e dei governanti non voleva la guerra, i loro sforzi collettivi non riuscirono a evitarla? In generale, tuttavia, l'approccio al soggetto non è cambiato:  "Gli storici, favorevoli o meno alle scelte compiute dalla Gran Bretagna e dalla Francia negli anni Trenta, concordano generalmente sul ruolo che i vincoli interni ebbero nel determinare tali scelte. Le conseguenze della grande depressione e del declino imperiale sono ora elementi chiave di qualsiasi spiegazione della crisi internazionale degli anni Trenta, e in particolare dell'atteggiamento dei governi occidentali di fronte al mutamento dell'equilibrio di potenza provocato dalla rinascita della Germania e dall'espansionismo dell'Italia e del Giappone".
La ricostruzione parte dalle tensioni create nel mondo diplomatico alla fine dell'Ottocento dall'ascesa del nazionalismo, dell'imperialismo e del grande capitale. "Alla fine della Grande guerra - sostiene Overy - i maggiori vincitori, la Gran Bretagna e la Francia, ridisegnarono la mappa d'Europa nel tentativo di ristabilire l'equilibrio negli affari mondiali; avendo creato questo nuovo assetto esse divennero le custodi, con qualche riserva, dello status quo. Ma indebolite com'erano dalla guerra e minacciate da un relativo declino in termini di potenza economica, entrambe si trovarono a confrontarsi con una galassia di stati e di forze politiche che si opponevano, per una ragione o per l'altra, a tale status quo:  fra queste non solo le potenze sconfitte, ma anche il Giappone in Estremo Oriente, l'Italia nel Mediterraneo e, dato assai più rilevante, l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti".
In America l'assetto scaturito dal primo conflitto mondiale venne considerato una vittoria dell'imperialismo vecchio stampo. Anche se con meno brutale franchezza, gli statisti d'oltreoceano condivisero la posizione di Stalin sulla necessità di cambiare il vecchio equilibrio eliminando il colonialismo e riorganizzando il sistema economico mondiale. Ma perché l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti non imposero la loro idea di equilibrio prima del 1945? "Parte della spiegazione - secondo lo storico - sta nel fatto che solo la grande depressione rivelò in modo inequivocabile che la Francia e la Gran Bretagna, in collaborazione con altre potenze della Società delle Nazioni, non erano in grado di far funzionare il sistema di Versailles:  fino ad allora entrambe erano considerate, a torto o a ragione, le "superpotenze" del loro tempo".
Ma la spiegazione sta principalmente nel fatto che, "per importanti ragioni di politica interna, né l'Unione Sovietica né gli Stati Uniti erano in grado di esercitare un'influenza profonda sugli affari mondiali; l'isolazionismo americano e, dopo il 1935, l'aperta neutralità dell'Urss e la necessità di consolidare il potere comunista al suo interno tennero infatti entrambi gli Stati lontano da qualsiasi intervento determinante nella politica internazionale".
Dopo il 1932 l'assetto scaturito dagli accordi di Versailles cominciò a sgretolarsi. Un processo di riorganizzazione si attivò sotto la spinta della crisi economica e dei rancori generati da politiche aggressive. In Germania, Giappone e Italia c'erano forze politiche influenzate da un'ideologia nazionalistica, ansiose di avvalersi di qualsiasi cambiamento nella distribuzione internazionale del potere. "L'idea di fondo diffusa in ciascun Paese, e non solo a livello di dirigenza politica, era - sottolinea Overy - che le colonie, la creazione di un impero, la lotta per il possesso delle prede economiche, fossero aspetti perenni del sistema mondiale".
Così, via via che le debolezze del sistema emergevano, alcuni Stati che aspiravano ad ampliare i propri confini furono tentati a osare:  la Germania puntò sulla Cecoslovacchia e sulla Polonia; l'Italia sull'Etiopia, il Giappone sulla Cina. L'isolamento dell'America e dell'Unione Sovietica, con la loro tacita approvazione di modifiche allo scacchiere internazionale, non fece altro che incoraggiare questa frenetica corsa espansionistica.
Gran Bretagna e Francia furono costrette a decidere se accettare questa sfida, ma senza un riarmo potevano ben poco. Tuttavia, secondo lo studioso, c'era una certa flessibilità nel sistema che lasciava spazio per alcune concessioni ai tre Stati aggressori che fossero compatibili con gli interessi britannici e francesi. Così facendo, "lo scontro attivo fu rimandato quanto più a lungo possibile per consentire alle due potenze democratiche di completare il loro riarmo militare e di evitare crisi interne, ma anche perché non era così chiaro allora, come lo è oggi per gli storici, quali fossero le ambizioni dei tre Paesi dell'Asse".
Che la guerra fosse necessaria fu chiaro a britannici e francesi solo quando ci si rese conto che la Germania costituiva una reale minaccia ai loro interessi e che le sue richieste non potevano più essere accolte senza che ciò pregiudicasse irreversibilmente il loro storico status di grandi potenze.
Eppure, se il Führer non avesse deciso di risolvere il suo "problema polacco" nel 1939, nella previsione che le potenze occidentali avrebbero rinunciato a un intervento e accettato i nuovi equilibri, queste non sarebbero entrate in guerra in quel settembre. Secondo Overy, "la Gran Bretagna e la Francia erano decise ad affrontare Hitler e a imporre limiti alla sua azione nel 1939 o 1940 e avevano l'appoggio popolare interno per farlo. Se tutto fosse andato secondo i piani e la Germania avesse fatto marcia indietro o fosse stata sconfitta dalla strategia di blocco navale e bombardamenti - una speranza non del tutto chimerica nel 1939 - Chamberlain avrebbe potuto realizzare tutto sommato la sua grande conciliazione".
A questo punto torna l'interrogativo:  la guerra poteva essere evitata? Lo storico analizza le letture storiografiche più accreditate. La prima ritiene che se la Francia e l'Inghilterra fossero state pronte a contrapporsi prima ai dittatori, anche al punto di combattere per la Renania nel 1936 o per i Sudeti nel 1938, una guerra totale non sarebbe stata necessaria. Secondo Overy, invece, "supporre che una prova di forza nel marzo 1936 da parte delle potenze occidentali - anche se fosse stata politicamente praticabile - o un più alto livello di spesa per gli armamenti nel biennio 1936-1937 avrebbero ridotto sensibilmente queste pressioni è un'illusione:  in realtà il difetto non fu la mancanza di autorevolezza politica, ma la fondamentale debolezza della struttura internazionale che l'Inghilterra e la Francia cercavano di salvare".
Altri sostengono che ci fu una erronea valutazione della crisi polacca da parte delle potenze occidentali, che avrebbero dovuto lasciare a Hitler mano libera nell'Europa orientale - il che l'avrebbe portato inevitabilmente in contrasto con l'Unione Sovietica - affidandosi agli Stati Uniti per riportare la stabilità in Europa e in Estremo Oriente, cosa che sarebbe poi effettivamente avvenuta in seguito. "Questa opinione però ignora un fattore cruciale, ossia - sottolinea l'autore - che l'Inghilterra e la Francia erano decise a difendere il loro status di grandi potenze senza ricorrere né alla Russia né all'America. Il loro era un ruolo storico, a cui non potevano rinunciare così facilmente:  per secoli arbitri degli eventi mondiali, ricchi possessori di vasti imperi, entrambi i Paesi avevano una responsabilità, un imperativo morale che li impegnava a scegliere la guerra piuttosto che il disonore". Overy ritiene che soltanto l'intervento "attivo e potente" dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti avrebbe potuto evitare la guerra nel 1939. "Invece, mentre la crisi si inaspriva, Stalin diede il via agli anni di purghe e di sovvertimenti politici che indebolirono fatalmente l'Armata rossa agli occhi della Germania e del Giappone, e Roosevelt si piegò alle pressioni interne a favore della neutralità. Entrambi assunsero un atteggiamento attendista nel 1939, consapevoli del fatto che una revisione del sistema internazionale era ormai inevitabile, ma desiderosi di evitare la guerra il più a lungo possibile".
Ma gli eventi successivi fecero comprendere a Germania, Italia e Giappone l'impossibilità di creare un nuovo equilibrio senza la sconfitta militare dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti, il che voleva dire scatenare una guerra mondiale. "Le potenze dell'Asse - si legge - furono costrette a prendere atto di quello che Francia e Inghilterra erano state riluttanti ad accettare nel 1939:  vale a dire che nessuna difesa o revisione dello status quo, che si trattasse di Europa orientale, di Cina o di Medio Oriente, era possibile senza coinvolgere gli interessi sovietici e americani".
Ciò nonostante, è la conclusione di Overy, "non era automaticamente certo che il coinvolgimento finale dell'Urss e degli Usa nella guerra avrebbe posto fine al breve periodo di trionfi dell'Asse, ma qualsiasi valutazione realistica della forza dei due fronti - tenuto conto che lo stesso sforzo bellico della Gran Bretagna non fu affatto trascurabile - doveva portare a concludere che, se gli alleati avessero coordinato le loro linee d'azione e imparato a combattere efficacemente (il che non era per nulla scontato), si sarebbe ripristinata una relativa stabilità nel sistema internazionale".



(©L'Osservatore Romano 12 settembre 2009)
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