Ragioni e necessità dell'impegno cristiano

L'Europa e il sogno di Paolo VI


Pubblichiamo alcuni stralci dell'intervento del vescovo di Reggio Emilia - Guastalla che ha chiuso i lavori della XXXI Settimana Europea organizzata dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI e dall'Università Cattolica del Sacro Cuore a Villa Cagnola di Gazzada (Varese).

di Adriano Caprioli

Con distinta lettera del 25 settembre 1977, monsignor Carlo Colombo, presidente della Fondazione ambrosiana Paolo VI da poco istituita con sede a Villa Cagnola di Gazzada, informava la Santa Sede dell'intenzione di costituire un Centro per l'Europa cristiana, inviando un promemoria al riguardo. Il progetto del centro avrebbe avuto come specifica finalità quella di stimolare nelle coscienze, specialmente giovanili, l'ideale della unificazione europea, attingendone motivazioni e orientamenti dal patrimonio di valori cristiani, tuttora operanti nella nostra cultura.
Il 5 novembre 1977 Paolo VI accordava il suo apprezzamento all'ambiziosa proposta, giudicandone il contenuto veramente suggestivo, anche se, al momento, di non facile attuazione. Ma Colombo non era tipo da scoraggiarsi così facilmente, quando si profilava in lui la forza di una idea. E l'idea che doveva sollecitare il "teologo di Paolo VI" veniva da lontano, precisamente da un sogno montiniano. Montini, quand'era arcivescovo di Milano, in occasione della benedizione della statua dedicata a Nostra Signora d'Europa alla casa alpina di Motta, il 12 settembre 1958, in uno storico discorso così si esprimeva:  "Questa unione europea che sta delineandosi e che oscilla, da stagione a stagione, tra una conclusione che sembra felice e una delusione che sembra mortale, è fragile e precaria, prodotta piuttosto da forze estrinseche che la vogliono, che non palpitante da interiore vitalità propria e autonoma. I responsabili di questa unità non intendono cedere nulla della loro sovranità; andiamo quindi verso una pace che può essere equivoca e friabile, ma il giorno in cui una circolazione libera di pensiero e di amicizia, di una cultura comune dovesse fondere i diversi popoli, l'unità spirituale diverrebbe realtà (...). Abbiamo bisogno che un'anima unica componga l'Europa, perché davvero la sua  unità  sia  forte, coerente, sia cosciente e benefica". Nel saggio di Thomas Luckmann, La religione invisibile, pubblicato agli inizi degli anni Sessanta, non si esitava ad affermare che la religione era divenuta "una faccenda privata". In verità, già a partire dagli anni Ottanta la situazione appare diversa:  la religione riprende una certa soggettività pubblica, guidando molti movimenti di società civile verso la conquista della democrazia:  si pensi ai casi della Polonia, dei Paesi dell'ex blocco sovietico. Si assiste così a un risveglio e a una rinnovata coscienza della identità religiosa e culturale cristiana, a livello di popolo e anche in una parte ampia e significativa della cultura laica.
Secondo Karl Löwith, il cristianesimo è stata l'anima profonda, l'intenzione segreta degli sviluppi culturali-filosofici, ma anche letterari-artistici che hanno caratterizzato il secolo xix. Si ha così, tendenzialmente, il superamento della fase storica del laicismo e del secolarismo. Alla base della privatizzazione della religione era il principio di laicità di stampo illuminista. Questo tipo di laicità considera la religione come faccenda privata, perché l'eventuale risvolto della religione sulla sfera pubblica è ritenuto un ostacolo o almeno un disturbo per la democrazia, in quanto ogni differenziazione religiosa minerebbe l'eguaglianza dei cittadini nei loro diritti. Ma non è così.
L'inadeguatezza del modello privatistico nel modo di concepire il rapporto religione-democrazia, tuttavia, diventa subito evidente non appena si coglie che termini come "uguaglianza", "diritti", "democrazia" non si riferiscono solo a degli individui separati gli uni dagli altri - prospettiva questa tutto sommato formale e astratta - ma propriamente alle persone in relazione:  a gruppi, movimenti e soggetti, cioè, non in partenza già privati delle proprie appartenenze religiose, ma qualificati da tali appartenenze con i loro valori e stili di vita.
Quale il compito della Chiesa? La Chiesa è oggi chiamata a vivere questa nuova situazione di "incontro-confronto" tra cittadini di tradizione cattolica e gruppi nuovi di persone portatrici di altre culture fiorite in un pensiero religioso diverso. Il disagio della convivenza non giustifica in nessun modo il rifiuto pregiudiziale del "diverso da noi". Anzi, questo impatto nuovo, ma obbligato, potrebbe offrire, all'interno del mondo cattolico, l'occasione propizia per una riscoperta della propria identità originaria che, in un contesto sociale omogeneo, veniva data troppo per scontata.
Certamente non è compito della Chiesa ordinare il flusso dei nuovi immigrati e tanto meno vigilare sulla loro posizione giuridica. Per noi sono persone da accogliere con i loro problemi e i loro drammi di lavoro, di inserimento sociale, di diritto alla presenza familiare. Noi possiamo offrire i nostri punti di forza tradizionali della convivialità e della solidarietà. Ma la sfida va oltre l'aiuto fraterno e la convivenza pacifica. Tocca l'offerta ai cittadini di un patrimonio di spiritualità. Il mondo cattolico non ha dubbi sulla validità perenne e sulla attualità del Vangelo di Gesù di Nazaret. Nel rispetto delle coscienze, come in ogni tempo della Chiesa, continueremo a offrire il Vangelo a tutti:  ai fedeli cristiani, agli indifferenti e anche ai nuovi arrivati di altre religioni.
In particolare, l'incontro con le altre confessioni cristiane va collocato nell'ottica dello "scambio di doni" da iscrivere dentro il cammino ecumenico teso a ritrovare l'unità della grande famiglia cristiana. L'incontro con le religioni non cristiane, oltre a occasione di ripensamento dei fondamenti spirituali della nostra identità, stimola le nostre comunità cattoliche a dare testimonianza pubblica e compatta dei valori fondanti la nostra cultura tradizionale. La nostra offerta di stile di vita civile e religiosa dovrebbe interpellare chi non è cristiano come invito a intraprendere un cammino di integrazione nel tessuto civile e sociale esistente.
Oggi, questa radice cristiana della cultura sembra ignorata, se non addirittura osteggiata dagli attuali padri fondatori della futura Europa. Ricordiamo la vicenda della Carta costituzionale europea (peraltro mai approvata), dove tra i fondamenti figuravano la civiltà greca e quella romana, le correnti filosofiche dei Lumi, alludendo fra le une e le altre a un anonimo "slancio spirituale", non solo non detto cristiano, ma neanche religioso. Strano, ma vero, in tutte le pagine della Costituzione Europea (più di 400) mai una volta si faceva il minimo accenno alla parola "cristiano", a incominciare dal discusso Preambolo.
Ebbene, già Romano Guardini, nella sua critica dell'epoca moderna, parlava di "peccato di slealtà" della nostra epoca:  pressappoco simile a quello del contadino che pretende di tenere i frutti dell'albero, tagliando al tempo stesso le radici dell'albero come dannose perché occuperebbero inutilmente spazio. C'è come un "odio, un disprezzo di sé" della cultura occidentale che è strano. L'Occidente tenta sì di aprirsi a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.
È noto, per chi non vuole perdere la memoria, che tanti valori che oggi sono qualificati come civili, moderni, comuni, sono il frutto di una tradizione e cultura cristiana. È perciò da mettere in particolare rilievo anzitutto il peso sociale che assume la vita complessiva delle comunità cristiane. All'interno della società civile caratterizzata dalla frammentazione e dai particolarismi, le comunità cristiane - si dovrebbe dire "cattoliche" cioè universali nel senso più alto del termine - sono chiamate a essere quasi segno profetico di quella convivenza umana e fraterna che costituisce il termine ideale di ogni società umana.



(©L'Osservatore Romano 13 settembre 2009)
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