Quarant'anni fa moriva Giovanni Urbani patriarca di Venezia

Il cardinale mediatore


di Gianpaolo Romanato

Èla più piccola delle diocesi venete dal punto di vista territoriale. Inferiore anche a Chioggia. Giuseppe Sarto, patriarca e poi sommo Pontefice, ironizzava scrivendo che pastoralmente era poco più che una sinecura. Eppure Venezia continua a essere una delle diocesi più prestigiose della cristianità, e non solo a motivo della dignità patriarcale - titolo d'onore, ma senza alcun effetto concreto - che spetta ai suoi vescovi.
La storia, la cultura, il fascino della città, il patrimonio d'arte ne fanno una sede alla quale il collegio cardinalizio ha guardato con particolare attenzione quando si è trattato di scegliere i successori di Pietro. Nell'arco del secolo scorso ha dato alla chiesa ben tre Papi:  Pio X (1903-1914), Giovanni xxiii (1958-1963) e Giovanni Paolo I (1978). La tradizione anticuriale e antiromana della Serenissima, capovolta dal passaggio del cattolicesimo veneto attraverso l'intransigenza ottocentesca, ha fatto sì che proprio dalla città di Paolo Sarpi siano usciti Pontefici che hanno esaltato la forza e il diritto della sede pontificia.
Ma nel corso del secolo appena concluso vi sono state altre figure insigni che hanno dato lustro a questa diocesi. Una di queste è Giovanni Urbani - "il prete veneziano più illustre del Novecento", per riprendere il giudizio di Bruno Bertoli, lo storico lagunare che ha raccolto l'eredità del compianto don Silvio Tramontin - morto improvvisamente il 17 settembre di quarant'anni fa, nel 1969, dopo essere stato per undici anni alla guida della diocesi di San Marco. Un patriarcato, il suo, che non è stato ancora dimenticato, così come non si è persa la memoria della figura umana del patriarca, tanto che lo Studium Cattolico Veneziano - benemerita fondazione culturale alla quale si deve la pregevole iniziativa della ricostruzione della storia della diocesi nei dieci volumi miscellanei intitolati Contributi alla storia della Chiesa veneziana, apparsi fra il 1987 e il 1997 - gli dedicò un nutrito convegno di studio nel 2000, in occasione del centenario della nascita. Gli atti di quel convegno  furono  poi pubblicati a cura del  medesimo  Bertoli (Giovanni Urbani patriarca di Venezia, Venezia, Edizioni Studium Cattolico Veneziano, 2003).
Urbani aveva studiato dai Cavanis e poi nel locale seminario, ricevendone una preparazione culturale solida ma prevalentemente manualistica, secondo l'indirizzo allora prevalente nelle scuole ecclesiastiche. Con i pregi e i limiti di tale formazione divenne un prete di alta spiritualità, totalmente e indefessamente dedito alla salus animarum. Il progressivo cursus honorum in laguna, attraverso insegnamento, in seminario e nelle scuole pubbliche, attività pastorale, conferenze, lavoro in curia ne plasmò definitivamente il profilo di sacerdote e di uomo, meritandogli la stima dei fedeli e la fiducia del cardinale Adeodato Giovanni Piazza, che sarà all'origine della sua chiamata a Roma come Assistente ecclesiastico generale dell'Azione cattolica, nel 1946, una funzione alla quale era connessa l'elevazione all'episcopato.
Sono gli anni del rinnovamento degli statuti, dell'assunzione di un ruolo politico sempre più forte da parte dell'organizzazione laicale, presieduta da Luigi Gedda, della sua crescita di importanza e di iscritti. Ma anche dei conflitti, delle tensioni, delle crisi legate ai nomi di Carlo Carretto, Arturo Paoli, Mario Rossi. Urbani si accreditò come figura di mediazione, attento più alla formazione delle coscienze che alle dimostrazioni di forza. Ciò non fu sufficiente a renderlo accetto a tutti. Visse perciò il suo trasferimento alla sede episcopale di Verona (1955), peraltro una delle maggiori diocesi italiane, come un allontanamento da ruoli direttivi centrali. Due anni prima anche monsignor Giovanni Battista Montini, con il quale aveva maturato una profonda consonanza umana e pastorale, aveva lasciato Roma perché destinato alla guida della diocesi di Milano. Le sue carte private esprimono amarezza, ma anche devozione illimitata ai superiori, nello stile di un prelato accorto e capace di pensare col proprio cervello, ma mai disposto a venir meno all'obbligo dell'obbedienza.
La diocesi scaligera, alla guida della quale, nell'arco di un secolo (1861-1954) si erano avvicendati solo tre vescovi, aveva urgente bisogno di rinnovarsi. Nei tre anni durante i quali la guidò (1955-1958) Urbani non si risparmiò:  costruzione del seminario, missione cittadina - simile a quella avviata a Milano da Montini - rinnovamento dei quadri direttivi diocesani, raduni e congressi del clero e del laicato, potenziamento dell'Azione cattolica locale - che poteva fare riferimento in diocesi a 73.000 tesserati, senza contare le Acli e le associazioni collaterali - iniziative mirate al mondo culturale, a quello politico e amministrativo, alla società civile, all'attività missionaria, già sostenuta dalle numerose congregazioni presenti a Verona. Tutto però condotto con finezza, con tatto, senza scadere nel trionfalismo o nella vuota esibizione.
Il trasferimento a Venezia, che sarebbe stato deciso da Giovanni XXIII il giorno stesso della sua elezione, con la connessa elevazione al cardinalato, portarono così al vertice dell'episcopato italiano una figura di riconosciuto spessore. I diari veneziani di Roncalli, pubblicati recentemente, hanno confermato la grande considerazione in cui era tenuto dal Papa neoeletto, mentre Francesco Carnelutti, uno dei più celebri avvocati del tempo, gli attribuisce il merito della propria conversione. Nella sede lagunare proseguì lo stile che era stato del suo predecessore:  attenzione, discrezione, ma anche salda capacità di guida e di governo. Erano anni difficili, tanto sul versante politico, per la vivacità del mondo locale, in particolare democristiano, quanto su quello ecclesiale, dove si preparava il rivolgimento conciliare. La devozione a Roncalli non ne fece un pedissequo continuatore:  seppe infatti impostare una propria autonoma linea di governo, attenta ai mutamenti, agli spostamenti di popolazione, ai problemi sociali emergenti.
Il concilio Vaticano ii lo vide inizialmente in un ruolo defilato, ruolo che crebbe però dopo l'elevazione al papato di Montini (1963). Paolo VI ne apprezzava la finezza del tratto, la capacità di mediazione, la disponibilità a smussare e a fare passi avanti, a capire le situazioni. Furono queste le doti che gli valsero nel 1966 la nomina alla presidenza della Conferenza episcopale italiana, in sostituzione di Giuseppe Siri. Si avvicinavano le tensioni del postconcilio e l'equilibrio tutto veneziano di Urbani parve più adatto del ben noto piglio di Siri per gestire la situazione. Poi venne il Sessantotto. Un episodio riferito da Bertoli nel volume prima citato, fornisce la misura dello sconcerto che dovettero provocare in uomini pur aperti e intelligenti come Urbani, le trasformazioni di quegli anni. Per rimediare alla "fuga in avanti" di alcuni suoi preti in materia liturgica convocò una riunione in curia, pensando  di risolvere facilmente il conflitto. E invece si accorse che le divisioni erano ormai radicali e inconciliabili. Allargò le braccia e mormorò:  "Non ce la faccio più. Sono stanco. Desidero morire".
Morì il 17 settembre del 1969, colpito da infarto. Il suo successore a capo della diocesi lagunare, come sappiamo, fu Albino Luciani. La sua scomparsa prematura privò la Chiesa italiana di un prelato, urbano di nome e di fatto, che aveva fatto onore a tutti i ruoli ai quali era stato chiamato e che avrebbe potuto dare ancora molto.



(©L'Osservatore Romano 17 settembre 2009)
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