Riscoperto dalla Sagra musicale umbra l'oratorio composto nel 1708 da Alessandro Scarlatti

Cecilia torna a cantare


Committente e librettista fu il cardinale Pietro Ottoboni

di Carla Moreni

Un prezioso tassello appartenente alla straordinaria fioritura dell'arte sacra nella Roma del Settecento è stato recuperato la settimana scorsa a Perugia, nell'ambito della sessantaquattresima Sagra musicale umbra:  si tratta dell'oratorio intitolato Il martirio di santa Cecilia e ne è autore quell'Alessandro Scarlatti che per tradizione, quando si parli di storia della musica, siamo soliti considerare tra i principi del teatro del tempo. Codificatore tra l'altro di alcune forme tipiche dell'opera seria, consegnate poi in eredità a tutto il secolo.
Senza nulla togliere a quanto si conosce del compositore, nato a Palermo e diviso nella professione tra Napoli e Roma, bisogna però dire che Scarlatti nell'oratorio manifestò al meglio talune caratteristiche del suo temperamento e invenzioni di scrittura. Le espresse con maggiore libertà, con più toccante adesione emotiva. Così dimostrava l'ascolto di questa partitura, dedicata alla santa patrona della musica, e scritta per Roma, dietro commissione del cardinale Pietro Ottoboni, che ne firmava anche il libretto. Il martirio di santa Cecilia aprì allora un incredibile mese quaresimale:  si era nel 1708 e persino nei palazzi privati, in concorrenza tra loro, si assistette a una serrata concentrazione di esecuzioni di musica sacra. Il tutto culminò nel debutto di un'altra primizia assoluta, quella dell'oratorio La resurrezione di Georg Friedrich Händel. Il compositore sassone, che sarebbe diventato il padre conclamato degli oratori a Londra, aveva in quel momento 23 anni e svolgeva il classico viaggio di apprendistato in Italia. Martirio e resurrezione vennero a formare gli estremi di un inedito polittico musicale:  la fede della giovane vergine, inamovibile dal fermo proposito di essere sposa sempre e solo di Cristo, fino alla morte, diventava esemplare testimonianza dottrinale, portata poi a confluire nel trionfo pasquale. Proprio al giorno di Pasqua era infatti destinato l'oratorio di Händel, scritto su testo di uno dei migliori librettisti a Roma, Carlo Sigismondo Capeci. Venne eseguito con ogni sfarzo nel teatro privato, appositamente fatto costruire da marchese Francesco Ruspoli nel proprio palazzo, l'8 aprile del 1708. Poco più di un mese prima invece, il 1° di marzo, nell'oratorio di Santa Maria della Vallicella, Scarlatti aveva presentato il suo ritratto delle ultime ore di vita della santa.
Da allora, seguendo il destino di tanti altri capolavori, Il martirio di santa Cecilia non era stato più eseguito in Italia. E vi è ritornato solo adesso, grazie alla cultura e alla sensibilità di Alberto Batisti, direttore artistico della Sagra, che ha chiamato domenica scorsa a Foligno, nell'ideale cornice dell'Auditorium di San Domenico, il gruppo svizzero dei Barocchisti, diretti da Diego Fasolis. A loro spetta la prima riproposta in disco dell'oratorio (due cd etichetta Cpo), approdato in una collezione elvetica, dopo essere rimasto per due secoli sepolto, all'insaputa di tutti, in una biblioteca privata inglese. Nemmeno i più autorevoli studiosi di Scarlatti (Lino Bianchi, Edward Dent) ne erano a conoscenza e non potevano far altro che rammaricarsi della perdita della parte musicale di questa che si sospettava potesse essere una incomparabile tragedia sacra, di cui sembrava sopravvissuto solamente il testo. Invece non era andata distrutta la partitura. Anzi, se ne conservava perfettamente intatto il manoscritto autografo, acquistato abilmente, insieme a una parte cospicua della Biblioteca del cardinale Ottoboni, la pregiata Biblioteca Ottoboniana, da un ricco possidente inglese, collezionista appassionato. Si chiamava Charles Jennens ed era stato tra l'altro librettista di Händel, al quale aveva fornito i testi per ben cinque oratori, tra i più famosi, quali The Messiah e Saul.
Comparendo il nome di Händel, è facile ipotizzare una connessione diretta tra il compositore e questo singolare espatrio di arte italiana. Händel infatti aveva certamente assistito all'esecuzione del Martirio ceciliano, e ne serbò memoria, probabilmente fungendo da consigliere presso Jennens, quando nel 1742 venne messa in vendita la Biblioteca Ottoboni. Il cardinale veneziano era stato uno straordinario mecenate. In particolare un autentico paladino dell'oratorio, al quale aveva riservato un piccolo teatro, appositamente fatto costruire nel Palazzo della Cancelleria, dove risiedeva, e disegnato dall'architetto Juvarra. Non aveva badato a spese commissionando ai migliori autori del tempo, sostenendoli poi nell'esecuzione. A capo della sua orchestra aveva chiamato niente meno che Arcangelo Corelli, il più fine violinista di allora. Ogni giovedì presso il suo palazzo si riuniva la Roma più colta e musicale, porporata e aristocratica, per seguire le prime esecuzioni da lui patrocinate. Secondo testimonianze dell'epoca, "seguite da copiosi e lauti rinfreschi".
Ottoboni era stato assai legato alla produzione oratoriale di Scarlatti, per il quale già nel 1700 aveva steso il libretto della Santissima Annunziata, e col quale avrebbe poi collaborato almeno per altri quattro testi, tra cui appunto quello della Cecilia. Ma anche a Händel il cardinale subito si interessò, patrocinandogli - appena arrivato a Roma - il primo Oratorio, Il trionfo del tempo e del disinganno, con libretto del cardinale Pamphili. Nel fastoso 1708 possiamo ricostruire l'esecuzione di ben 22 oratori, nel periodo tra febbraio e la Pasqua dell'8 aprile. E di questi, otto portano la firma di Ottoboni. È chiaro che una simile attività di mecenatismo non poteva che dissanguarne le sostanze. Anche in questo Ottoboni seguiva le orme di Cristina di Svezia, la regina convertita al cattolicesimo e scomparsa a Roma proprio nel 1689, anno della nomina a cardinale di Ottoboni.
A due anni dalla morte, nel 1742, i fondi della sua incomparabile raccolta musicale venivano venduti e dispersi. Ma a dispetto delle previsioni, non per sempre:  la partitura de Il martirio di santa Cecilia è stata ora recuperata:  nell'esecuzione dal vivo ne abbiamo potuto apprezzare tutta la commovente bellezza. Grazie ai documenti del tempo è stato anche ricostruito il grande disegno ad arcata, coi quattro oratori - tre di Scarlatti e uno di Händel - che il colto cardinale aveva progettato e fatto eseguire in successione, per scandire il tempo di Quaresima e l'approdo alla Pasqua. Per poter rivivere in tutta la sua grandezza spirituale quel fecondo 1708 manca ora solo un ultimo passo:  fare tornare a casa i quattro capolavori, riproporli come un restaurato polittico musicale in quella Roma che li vide nascere.



(©L'Osservatore Romano 24 settembre 2009)
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