In un libro di Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia una lezione sulla complessità della storia

Chiesa e sessualità


di Andrea Riccardi

Nel luglio 1968, Paolo VI pubblicò l'enciclica Humanae vitae, che chiuse e chiarì il dibattito nel mondo cattolico sugli anticoncezionali, presentando una dottrina sulla sessualità e sul matrimonio in continuità con quella della tradizione e con Pio XI, ma anche offrendo orientamenti nuovi e attuali. Notano Lucetta Scaraffia e Margherita Pelaja nel recente libro, Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia (Roma-Bari, Laterza, 2009, pagine XI, 322, euro 18) che il passaggio centrale dell'enciclica è questo:  "Non arbitri delle sorgenti della vita umana, ma piuttosto ministri del disegno stabilito dal Creatore" (p. 282). Guardiamo le date. Siamo nel 1968, dopo il maggio, una rivoluzione politica fallita, ma una rivoluzione antropologica che ha affermato tra l'altro la liberazione sessuale, intesa come affermazione preminente dell'autonomia del soggetto.
A molti, fuori e dentro il mondo cattolico, questa decisione del Papa apparve come una scelta contro il tempo. Non militavano a favore di questo sentire solo i modelli del Sessantotto, ma una nuova visione - portata dalla scienza e dalla psicanalisi - della sessualità, e soprattutto il problema demografico (e quello della fame caro a settori del mondo cattolico). Paolo VI non era il Papa dell'incontro della Chiesa con la modernità che aveva portato avanti l'aggiornamento conciliare e voleva presentare la Chiesa amica della modernità e attenta all'umano?
Quell'enciclica ribadisce in termini nuovi una posizione che viene da lontano. La coincidenza tra l'enciclica e il Sessantotto è dovuta alla miopia verso i tempi della burocrazia vaticana? È un errore di Montini? Molti lo pensano:  Paolo VI non avrebbe inteso discostarsi dalla posizione di Pio XI, mostrando la continuità della tradizione. Insomma, la svista di un Papa moderno o la fedeltà di un Papa moderno a una tradizione antica, per cui sacrifica un'apertura imposta dai tempi. In realtà non è così. La problematica viene da molto lontano. Il libro di Margherita Pelaja e di Lucetta Scarraffia lo spiega molto bene, mostrando la complessità di una storia bimillenaria tra la Chiesa e la sessualità:  una storia diversificata nelle stagioni culturali e religiose di un tempo così lungo, ma anche percorsa da un'unica tensione fondamentale. Le autrici identificano tale tensione in questo:  "L'ingresso di Dio nel legame  fra  uomini  e donne, la valorizzazione del rapporto sessuale che derivava da quella del corpo umano, indissolubilmente legato allo spirito dall'Incarnazione" (p. 281).
Con passione e con una capacità di affrontare i diversi periodi della storia del cristianesimo tutt'altro che comuni, le due autrici - "due in un libro" come recita il titolo dell'introduzione - dalle sensibilità ideali diverse, dibattono un tema delicato. Mostrano che la storia non è un tribunale o un terreno di scontro gridato o una ridotta apologetica. La storia può anche dare profondità al dibattito attuale. È garanzia dell'impegno a comprendere - per usare le parole di Marc Bloch riguardo al mestiere dello storico - anche la diversa prospettiva delle due autrici. Margherita Pelaja è esperta di questi temi. Ricordo un suo bel libro, quindici anni fa, Matrimonio e sessualità a Roma nell'Ottocento. Lucetta Scaraffia ama il dibattito delle idee in cui si lancia con coraggio, ma coltiva pure la ricerca storica anche su temi e realtà di frontiera:  ricordo i tanti interventi sulla storia delle donne, ma anche il libro Rinnegati, un fenomeno letto in rapporto alla creazione dell'identità occidentale. La diversità di prospettiva delle autrici, che hanno costruito però un libro unico, vuole arricchire il dibattito pubblico, come dichiarano, con "un approccio meno conflittuale al problema, almeno da un punto di vista teorico" (p. 311).
La posizione della Chiesa è stata rapidamente  considerata retriva. Guy Bechtel, nel suo La chair, le diable et le confesseur, riflettendo sul tentativo di controllo della confessione, specie per la vita sessuale, concludeva che la Chiesa ha perso la sua partita. In realtà, l'adattamento ai tempi non è legge suprema per la Chiesa. Questa non intende farsi dettare l'agenda dalla modernità. Non si tratta di chiusura alla sensibilità e ai problemi del proprio tempo - che distanza di linguaggio tra sant'Agostino e Paolo VI su questo stesso tema! - né rinuncia  alla ricerca di linguaggi nuovi  e di soluzioni significative. Ma c'è la  consapevolezza  di essere portatori di un messaggio, pur veicolato attraverso l'esperienza umana di secoli. Il campo  della  sessualità  è, come notano  Scaraffia e Pelaja, uno dei principali in questo senso (non l'unico certo), perché riguarda la concezione dell'uomo e della donna, della vita, del rapporto con il mistero, del senso del limite.
Nelle pagine di questo libro, si vede come il cattolicesimo si muova e porti con sé un messaggio originario, ma lo viva nel cuore di un'esperienza storica; Paolo VI davanti alle Nazioni Unite parla della Chiesa e di se stesso come "esperti di umanità". Infatti le autrici non cadono nella trappola apologetica per cui tutto era uguale fin dalle origini, ma nemmeno spezzettano la storia del cristianesimo, usandola per mostrare come, al massimo, non ci sia che una continuità istituzionale. C'è una storia, che vuol dire tradizione, esperienze nuove, consapevolezze umane emergenti. Secondo Pelaja e Scaraffia, il messaggio cristiano delle origini ha avuto l'impatto di una rivoluzione culturale, "un diverso modo di concepire il sesso, piuttosto che una repressione, come è luogo comune pensare" (p. 3), che sposta l'attenzione dall'atto sessuale all'intenzione individuale.
Nell'alveo di questa storia appaiono, come protagonisti, la donna e il celibe, quasi contestando che lo spazio della sessualità sia il terreno di un solo dominus, il maschio che esercita la sessualità da padrone. Il valore del consenso della donna nello scegliersi il marito, affermato dai canonisti, è un atto di grande libertà. Insomma l'intreccio tra il bonum prolis, il bonum fidei - la fedeltà è la stessa per l'uomo e la donna - e il bonum sacramenti (indissolubilità), trasforma il matrimonio in qualcosa di superiore. Tanto che il linguaggio che riguarda il matrimonio - a partire da Paolo - viene applicato anche ai rapporti tra Cristo e la Chiesa:  e qui le autrici dedicano ampio spazio all'uso della sessualità come metafora per significare  l'amicizia con Dio, dal Cantico dei Cantici sino a santa Teresa d'Avila.
Fin da Paolo, il celibe compare come un protagonista minoritario ma autorevole nell'orizzonte cristiano. È la stessa figura di Gesù. Questa affermazione è di difficile comprensione nella cultura ebraica che esalta la famiglia e la fecondità. Non solo celibato maschile, ma anche femminile, che si ritrova nel monachesimo e nella vita religiosa. Ma, anche, non si tratta di uno stato di purità. Del resto il monachesimo - come si sa - non è fenomeno solo cristiano, bensì riguarda anche l'Oriente buddista e induista, con  orientamenti differenti.
Non c'è dubbio però che il cristianesimo in Europa ha dominato la scena della vita personale e familiare, producendo un modello di famiglia differente dall'islam, che ha l'uomo e i figli maschi al centro. Le due storiche sanno bene che la vita sessuale e familiare è una vicenda millenaria, complessa, a contatto con le situazioni sociali ed economiche le più differenti, quindi realmente dalle molte facce. Sono anche consapevoli che, nella storia di un fatto così personale, la differenza tra il prescritto (o i modelli) e il vissuto può essere grande. Mostrano - a ragione - che si tratta un grande fiume storico che percorre i secoli, ma che fondamentalmente valorizza il corpo e la sessualità, inserendola nel quadro del matrimonio cristiano, come suo luogo naturale. Amore e limite sono legati tra di loro in una concezione dell'uomo così espressa da Gregorio Magno:  "L'uomo è schiavo e libero allo stesso tempo".
Questo libro consente di vedere i problemi dell'ultimo secolo (o degli ultimi due) in una prospettiva storica di lungo periodo. La sessualità infatti è il campo principale della secolarizzazione:  "Il processo di secolarizzazione avviato dagli illuministi, secondo cui la religione costituisce solo un'opinione fra tante (...), ha immediate conseguenze, quindi, sulle norme di comportamento sessuale fino ad allora stabilite dalla Chiesa" (p. 202). Alla rivoluzione soggettivistica si unisce la rivendicazione dello Stato per il controllo del matrimonio, con l'introduzione, tra l'altro, del divorzio. Scienza, medicina, psicologia e psicanalisi si inseriscono in un settore in cui, per secoli, la Chiesa aveva esercitato la sua autorità.
Che resta allora della visione cristiana? Accennando, nelle ultime pagine, alla crisi della rivoluzione sessuale, le autrici non lasciano la Chiesa nel cono d'ombra dell'antimodernità. Anzi suggeriscono che, in un mondo che va perdendo il senso messianico del progresso, la coscienza del limite, della natura, della fragilità, siano un valore di fronte all'onnipotenza del soggetto e all'abisso che essa scava. La Chiesa, in modi tanto diversi (taluni oggi sconcertanti), ha tentato di umanizzare la sessualità, legandola al matrimonio e alla famiglia. Le due studiose ci danno una lezione sulla complessità della storia. In una società lacerata da tanti dibattiti gridati, talvolta inconsistenti, più cultura e storia aiutano a comprendere la storia e le opinioni dell'altro. Già questa operazione allarga il dibattito e rende tutti più consapevoli.



(©L'Osservatore Romano 10 ottobre 2009)
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