San Callisto e gli affreschi delle catacombe a lui intitolate

Il Papa che insegna nell'oscurità


di Giovanni Carrù
Segretario della Pontificia Commissione
di Archeologia Sacra

"Callisto, figlio di Domizio, di origine romana, della regione del Trastevere, pontificò per sei anni, due mesi, dieci giorni. Visse ai tempi di Macrino ed Elagabalo, durante il consolato di Antonino (218) e di Alessandro (222). Fu sepolto il 14 ottobre, nel cimitero di Calepodio, al iii miglio della via Aurelia. Fece anche un altro cimitero sulla via Appia - dove riposano molti presbiteri e martiri - che ancora oggi si chiama cimitero di S. Callisto" (Liber Pontificalis, i, 144). Questo è l'essenziale ritratto proposto, nel corso del vi secolo, dal biografo del Liber Pontificalis, che sembra ispirarsi al busto del Papa nell'antica serie dei clipei pontifici, che decoravano, forse già nel V secolo, la navata centrale della basilica di San Paolo fuori le mura, ma anche ai vetri dorati più antichi, almeno dal IV secolo.
La figura di Papa Callisto si colloca nell'atmosfera religiosa inaugurata dalla dinastia dei Severi, connotata da un atteggiamento tollerante, come si desume da un brano dell'Historia Augusta, che sembra parlarci di un filocristianesimo, tanto è vero che l'imperatore Alessandro avrebbe fatto incidere sugli edifici pubblici e sul suo stesso palazzo la massima giudea e cristiana:  "Non fare ad altro ciò che non vuoi sia fatto a te" (Historia Augusta, Alessandro Severo, 51, 7-8). D'altra parte, i cristiani cercarono di mantenere un atteggiamento leale nei confronti dell'imperatore e, anzi, Tertulliano ricorda un episodio emblematico a questo riguardo. "I cristiani d'Africa temevano che, per un'imprudenza commessa da un soldato cristiano, si mettesse a repentaglio tam bonam et tam longam pacem" (Tertulliano, De corona, i, 5).
Se dal concitato panorama africano, torniamo a Roma, il clima generale non cambia, anche se la comunità dell'Urbe era mossa da controversie interne, tutte improntate alle questioni e alle disquisizioni teologiche, al centro delle quali si impegnano e prendono posizione proprio Callisto e lo Pseudo Ippolito. Tra i due, fu il presbitero identificato con un Ippolito - secondo le ultime valutazioni degli storici del cristianesimo antico - piuttosto che il pratico e concreto Callisto, a dare l'apporto più consistente per il dibattito teologico, che si muoveva specialmente attorno alle questioni trinitarie. In questo clima, si sviluppa il grande scontro tra i due Padri della Chiesa, talché lo Pseudo Ippolito ci ha lasciato un ritratto di Callisto a tinte fosche (Philosophumena, IX, 12), anche se quest'ultimo salì al soglio pontificio nel 217. Era stato Papa Zefirino ad affidare all'allora diacono Callisto la sovrintendenza del cimitero ufficiale della Chiesa di Roma, al iii miglio della via Appia.
Gli scavi della metà dell'Ottocento da parte di Giovanni Battista de Rossi hanno rimesso in luce questo piccolo cimitero scavato in un'area di 70 metri per 30, caratterizzato da due scale parallele, che davano accesso a due gallerie, interessate da loculi semplici e tutti uguali, riservati ai fratelli della comunità. Nell'area, però, furono ritrovati anche ambienti più spaziosi:  primo fra tutti quello dove trovarono riposo i più celebri pontefici del iii secolo, tra i quali Sisto ii, ucciso, con i suoi diaconi, durante la persecuzione di Valeriano nel 257. Ma altri piccoli cubicoli mostrano una decorazione ad affresco, rappresentata da scene e figure riconducibili alla più antica catechesi cristiana, tanto che l'iconografo tedesco Joseph Wilpert definì questi ambienti con la suggestiva denominazione di "cappelle dei sacramenti".
Queste semplici immagini ricordano i brani più commoventi del vangelo, riferibili al colloquio della samaritana al pozzo, alla resurrezione di Lazzaro, alla parabola del Buon Pastore, al battesimo del Cristo, al banchetto eucaristico. E non mancano gli episodi veterotestamentari, come il sacrificio di Isacco, il prodigio di Mosè che fa scaturire l'acqua dal deserto, l'incredibile storia di Giona. Le due economie testamentarie si intersecano, dando luogo a un emozionante intreccio delle storie emblematiche della salvezza, dove l'Antico Testamento prefigura il Nuovo, dove i profeti annunciano l'avvento del Messia.
Queste ingenue pitture, forse pensate proprio da Callisto e dal suo entourage, rappresentano le prime forme di catechesi figurata rivolta al grande popolo di Dio, forse poco abituato a leggere i Sacri Testi, ma assai sensibile alla lezione delle scuole del catecumenato, che potevano utilizzare questa semplice, ma estremamente significativa, biblia pauperum. La storia della salvezza, raccontata dalle decorazioni delle catacombe più celebri di Roma, non era riferita soltanto attraverso i più emblematici episodi biblici, ma veniva espressa anche da sintetici simboli, che riconducevano immediatamente alle idee fondamentali della salvezza e della resurrezione. Ecco, allora, che sulle pareti dei cubicoli, ma anche sulle lastre di chiusura dei loculi, si riconoscono i segni inconfondibili di un linguaggio ad alto tenore soterico:  il pesce, che allude al Cristo Salvatore; la colomba, che ricorda l'aereo volo dell'anima; la fenice, che vuole evocare la resurrezione della carne; il pavone, che riconduce all'idea di un empireo paradisiaco; l'agnello, che, da un lato, allude pure all'oltremondo bucolico e, dall'altro, alla vittima sacrificale.
Tutte queste immagini semplici o complesse nacquero nel mondo oscuro delle catacombe, con gli auspici di una Chiesa, che si stava organizzando, anche per i suggerimenti e le idee di Callisto, che curò, custodì e valorizzò uno dei cimiteri cristiani più antichi dell'Urbe, che sarebbe divenuto il punto di riferimento della comunità romana della Chiesa del tempo.
Anche, ai nostri giorni, il cimitero di San Callisto, gestito in maniera esemplare dalla comunità salesiana, costituisce, per i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, il monumento più rappresentativo per i pellegrini che, giungendo a Roma, vogliono comprendere i primi gesti della comunità cristiana, che aveva accolto i principi degli apostoli e a cui proprio Paolo aveva indirizzato la lettera più complessa e ricca del suo prezioso epistolario.



(©L'Osservatore Romano 15 ottobre 2009)
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