Il «gran Papa alpinista»


di Paolo Vian

Anche il Gran Lombardo non se ne dimenticò se all'inizio del terzo capitolo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957), rievocando l'Italia in apparenza disciplinata sotto il regime del Mascellone, ricorda le "lunghe teorie di nerovestite" che, "affittato er velo nero da cerimonia a Borgo Pio, a piazza Rusticucci, a Borgo Vecchio, si attruppavano sotto ar colonnato, basivano a Porta Angelica, e poi traverso li cancelli de Sant'Anna, p'annà a riceve la benedizzione apostolica da Papa Ratti, un milanese de semenza bona de Saronno de quelli tosti, che fabbricava li palazzi. In attesa de venì finarmente incolonnate loro pure:  e introdotte dopo quaranta rampe de scale in sala der trono, dar gran Papa alpinista".
L'inesattezza sul luogo di nascita conta meno delle altre caratterizzazioni. Accanto alla professione di bibliotecario, sin dall'inizio del pontificato il tratto che più colpisce in Achille Ratti è infatti la sua passione alpinistica, tòpos obbligato per memorialisti e biografi (da Novelli a Galbiati, da Confalonieri al recente Chiron), subito consacrato negli Scritti alpinistici del sacerdote Dottor Achille Ratti (ora S. S. Pio Papa XI), curati da Giovanni Bobba e Francesco Mauro ed editi a Milano nel 1923 dagli stampatori Bertieri e Vanzetto.
Venuto alla luce nel cinquantenario della sezione milanese del Club Alpino Italiano (Cai) con cinque scritti redatti per la rivista mensile dello stesso Cai, il volume ebbe particolare fortuna con traduzioni in inglese (1923, con prefazione del grande alpinista Douglas Freshfield), spagnolo, tedesco e francese (1925), mentre del 2007 è persino una versione ungherese. La riproposizione in anastatica degli Scritti alpinistici costituisce la seconda parte del bel volume di Domenico Flavio Ronzoni, Achille Ratti, il prete alpinista che diventò papa (Missaglia, Bellavite, 2009), pubblicato in un anno quasi troppo denso di anniversari rattiani:  il settantesimo della morte (1939), l'ottantesimo della firma dei Patti Lateranensi (1929), il novantesimo della nomina a nunzio apostolico in Polonia e dell'ordinazione episcopale (1919), il centoventesimo dell'ascensione al Monte Rosa (1889) e il centrotrentesimo della prima messa (1879).
Nella prima parte del volume - introdotto dal vescovo di Ventimiglia-San Remo Alberto Maria Careggio, e da Annibale Salsa e Carlo Lucioni, rispettivamente presidente nazionale e presidente della sezione milanese del Cai - Ronzoni ricostruisce i tratti dell'alpinismo praticato da don Ratti, col suo "impareggiabile amico e ormai vecchio compagno di escursioni alpine" Luigi Grasselli (1847-1912); e al tempo stesso lo inserisce in un quadro più vasto, quello dell'alpinismo ottocentesco nel quale un ruolo non trascurabile svolse il clero e il mondo cattolico, da Pierre Chanoux ad Amé Gorret, da Antonio Stoppani a Pier Luigi Frassati.
Il Papa anche sul soglio pontificio non dimenticò la sua antica passione se il 20 agosto 1923, scrivendo al vescovo di Annecy per proclamare san Bernardo di Mentone patrono degli alpinisti, affermò senza mezzi termini che "tra tutti gli esercizi di onesto diporto nessuno più di questo (...) può dirsi giovevole alla sanità dell'anima nonché del corpo. Mentre, col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l'aria è più sottile e più pura si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che coll'affrontare difficoltà d'ogni specie si divenga più forti pei doveri anche più ardui della vita".
A conferma del valore innanzitutto morale della pratica alpinistica, quasi sei anni dopo, commentando il 13 febbraio 1929 a studenti dell'Università Cattolica di Milano la recentissima firma dei Patti Lateranensi, Pio XI ebbe a confidare che "qualche volta siamo  tentati  di pensare (...) che forse a risolvere la questione ci voleva proprio  un Papa  alpinista, un alpinista immune  da  vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue".



(©L'Osservatore Romano 26-27 ottobre 2009)
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