Caratteri e problemi dell'edizione critica di un testo patristico

In filologia non si butta niente


"La trasmissione dei testi patristici latini:  problemi e prospettive", è il titolo di un convegno tenuto nei giorni scorsi a Roma presso l'università La Sapienza e organizzato in collaborazione con l'Augustinianum, l'università di Udine e l'Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa del Friuli. Pubblichiamo la prima parte della principale relazione.

di Manlio Simonetti

Se sfogliamo quell'autentica bibbia del filologo che è la Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali (Firenze, 1934), avvertiamo subito come, tra tanti autori dell'antichità classica, vi siano presi in considerazione anche antichi testi cristiani, dal Nuovo Testamento alla Storia della Chiesa di Eusebio, dalle lettere di Gregorio di Nissa alle poesie di Prudenzio; e se vogliamo additare un editore di testi patristici eccezionalmente benemerito per qualità e quantità di lavoro, il pensiero corre subito a Eduard Schwartz, a un filologo classico. La cosa non sorprende, perché gli ambiti delle lettere classiche e cristiane, ben specificati uno rispetto all'altro in virtù dei contenuti, non lo sono invece per quanto attiene all'allestimento di edizioni criticamente valide:  in effetti furono gli stessi tramiti che assicurarono, lungo i secoli del medioevo, la sopravvivenza dei testi sia pagani sia cristiani, e gli stessi monaci che trascrivevano Ambrogio e Agostino, dedicavano le loro cure, pur se più occasionalmente, a Cicerone e Virgilio.
D'altra parte, gli antichi testi cristiani, quelli che oggi definiamo patristici, presentano alcuni caratteri che, pur non essendo loro specifici in senso stretto, di fatto si riscontrano mediamente con maggiore frequenza nelle loro pagine che non in quelle dei testi classici, e perciò possono essere assunti come oggetto della nostra attenzione. A mo' d'introduzione basterà accennare che di nessuno scrittore antico si dispone di autografi, non solo a causa del distacco cronologico ma anche perché lo scrittore antico di norma non scriveva direttamente ma dettava a tachigrafi, i quali mettevano per iscritto l'opera, che poi i copisti passavano in bella copia. Disponiamo perciò di trascrizioni, che col passare del tempo si succedevano l'una all'altra, nel senso che quella data copia dell'opera, mettiamo di Tertulliano o Agostino, veniva successivamente trascritta per diventare a sua volta la copia (antigrafo) di cui si facevano altre trascrizioni (apografi), prima su papiro e poi su pergamena, e così di seguito, sì che gradualmente il processo di trascrizione si allargava a raggiera attraverso i secoli dell'età di mezzo e dell'umanesimo, finché la scoperta della stampa ha modificato radicalmente il procedimento di trasmissione e diffusione dei libri.
A migliaia sono giunti a noi i codici pergamenacei contenenti scritti degli antichi autori cristiani, ma sono sempre un'esigua minoranza rispetto a quante copie di una data opera sono state fatte col passare dei secoli e in gran parte sono andate perdute per motivi vari. Definiamo tradizione manoscritta di una data opera il complesso dei codici di essa che sono giunti a noi. L'entità dei manoscritti superstiti può variare, anche di moltissimo, da un'opera all'altra, da uno scrittore all'altro. È ovvio che è maggiore l'entità della tradizione manoscritta delle opere di scrittori importanti, ma neanche in questo caso bisogna generalizzare:  perfino di Agostino qualche scritto è addirittura scomparso. Comunque, in complesso, di scrittori come Ambrogio, Girolamo, Agostino sono giunti a noi molti, a volte moltissimi manoscritti delle loro opere; invece di altri scrittori, tutt'altro che disdicevoli, alcuni scritti sono conosciuti grazie a un solo testimone, talvolta addirittura soltanto da antiche edizioni a stampa, in quanto il o i manoscritti di cui quei primi stampatori si sono serviti sono successivamente scomparsi per accidenti vari. In casi di tal genere il compito del moderno editore è relativamente agevole, pur se necessariamente denso d'interrogativi, e così anche quando i manoscritti superstiti sono pochi:  ben diverso il caso quando i manoscritti sono molti, addirittura moltissimi. In effetti soltanto la collazione di tutti i testimoni mette l'editore in grado di apprezzare in modo esauriente il loro valore e di stabilire sulla base degli errori comuni i rapporti che intercorrono tra loro e perciò, in caso di lezioni diverse attestate per le stesse parole, scegliere quelle che egli ritiene originali - è il cosiddetto metodo di Lachmann. Per altro, quando i manoscritti sono molti, il lavoro di collazione diventa troppo faticoso per un solo studioso, a volte impossibile da realizzare:  si pensi alle centinaia di codici che ci hanno tramandato le Confessiones o le Enarrationes in Psalmos di Agostino. In casi di questo genere o si fa una cernita preliminare di alcuni testimoni da privilegiare rispetto ad altri ovvero si ricorre a un lavoro di équipe:  ma nel primo caso sono evidenti i limiti dell'iniziativa, mentre nel secondo si devono fare i conti con la difficoltà sia di mettere insieme un'équipe di studiosi validi sia di riuscire a farli operare in modo soddisfacentemente omogeneo.
Dopo questi cenni necessariamente generici di carattere preliminare, entriamo più direttamente in rem, precisando che ci occuperemo di problemi:  inerenti alla composizione stessa dell'opera; connessi con l'esistenza, o meno, del cosiddetto archetipo; proposti da testi scritti in lingua che, per comodità, definiamo grammaticalmente "irregolare"; derivati dalla citazione di un'opera, nella fattispecie biblica, nel contesto di un'altra.
Oggi la pubblicazione di un libro implica tre operazioni ben distinte una dall'altra:  l'autore scrive l'opera, il tipografo la stampa, l'editore la diffonde. Nel mondo antico il medesimo procedimento si aveva con opere che venivano trascritte in buon numero di copie nelle officine librarie e messe in vendita nelle librerie:  era il caso soprattutto dei libri scolastici e delle opere di scrittori importanti, in prosa o in versi. Ma raramente il libro di contenuto cristiano veniva pubblicato in questo modo, e per lo più veniva trascritto e diffuso privatamente:  ne risultava che la seconda e la terza operazione venivano in sostanza a coincidere, in quanto l'autore o chi per lui, che aveva fatto trascrivere e diffuso inizialmente solo pochi esemplari di una data opera, se richiesto, la faceva ulteriormente trascrivere e recapitare al richiedente. Ma in casi particolari poteva darsi che anche la composizione dell'opera interferisse con la sua diffusione, nel senso che l'opera alla quale quel dato autore attendeva era conosciuta, in ambienti a lui molto vicini, a mano a mano che veniva composta, e poteva darsi il caso che critiche e suggerimenti provocati da questa parziale e continuata conoscenza inducessero l'autore a soppressioni, modifiche, aggiunte:  è il caso di uno scritto importantissimo quale il De principiis di Origene, la cui struttura, per vari rispetti anomala, si spiega appunto come esito di ripensamenti e modifiche apportati dall'autore in itinere. Oggi lo studioso è in grado di ricostruire il complesso procedimento di composizione e diffusione di questa opera soltanto a grandi linee, mentre resta incerta la definizione di tanti dettagli:  ed è evidente, invece, che ai fini di una corretta edizione critica sarebbe importante che l'editore fosse meglio a conoscenza di tali dettagli.
Un caso diverso si ha quando un autore, dopo aver completato e diffuso un suo scritto, vi ritorna sopra con aggiunte e/o modifiche. È il caso, per fare soltanto due esempi ben diversi uno dall'altro, della Storia della Chiesa - che Eusebio di Cesarea integrò più volte per aggiungere, di volta in volta, nuove notizie pertinenti ai fondamentali avvenimenti che di giorno in giorno modificavano, tra la fine del III secolo e gl'inizi del IV, il quadro del rapporto tra Chiesa e impero - e del De fide di Gregorio di Elvira, dettato nel contesto delle vicende della controversia ariana negli anni 357-360, e ripreso qualche tempo dopo dall'autore al fine di replicare a critiche che gli erano state mosse. In entrambi i casi siamo in grado di accertare come sono andate nel complesso le cose, per l'eccezionale competenza dell'editore Schwartz, nel caso di Eusebio, e nel caso di Gregorio perché per vie diverse e sotto nomi differenti ci sono state tramandate entrambe le redazioni. Ma in altri casi è tutt'altro che agevole accertare se effettivamente quel dato autore abbia rivisto in secondo tempo la sua opera:  in anni ormai abbastanza lontani si è discusso non poco di seconda redazione d'autore a proposito dell'Apologeticum di Tertulliano senza per altro nulla concludere di concreto.
È ovvio che in casi di questo genere l'incertezza non può non riflettersi anche sull'allestimento dell'edizione critica. Un caso ancora diverso è quello di scritti di contenuto canonistico (liturgico e/o disciplinare). Opere di questo genere per loro natura non sono originali, nel senso che i loro autori, o meglio redattori, raccolgono e dispongono con un certo ordine materiale già in uso nelle loro comunità. Come tali, queste opere sono destinate ad accrescersi continuamente per l'aggiunta di altro materiale e anche a essere travasate da un'opera a un'altra per lo più di maggiori dimensioni. È evidente quanto questo stato di cose complichi il lavoro dell'editore, per lo più alle prese con manoscritti notevolmente diversi tra loro per la mancanza di omogeneità di questo materiale variamente collettaneo.
Per averne un'idea basta scorrere tanti scritti della sterminata bibliografia relativa alla Didachè, con svariate, quasi tutte infondate, proposte di espunzione a spese del testo del principale testimone, un manoscritto conservato ora a Gerusalemme, il solo che ci abbia tramandato direttamente l'opera originale con l'omissione soltanto di poche righe finali.
Di norma, tra un testo classico e i codici più antichi che ce lo hanno tramandato si frappone un intervallo temporale di molti secoli, e spesso i codici che ci hanno trasmesso questo testo sono pochi, a volte pochissimi. Invece per i testi patristici l'intervallo temporale è di media molto più ristretto, a volte ristrettissimo:  per fare qualche esempio, del De Trinitate d'Ilario di Poitiers, dettato intorno al 360, ci sono giunti ben cinque manoscritti del V-VI secolo, e anche delle Historiae di Orosio, che risalgono ai primi decenni del v secolo, abbiamo un testimone della fine del vi. Abbiamo inoltre già rilevato come i testimoni che ci hanno trasmesso gli scritti patristici siano mediamente molto più numerosi rispetto a quelli che ci fanno conoscere i testi classici.
Proprio la consapevolezza di queste differenze dovrebbe rendere cauto l'editore di testi patristici nell'applicazione di certi criteri ecdotici che pure sono del tutto usuali nella valutazione critica della tradizione manoscritta dei testi classici. Mi riferisco innanzi tutto all'identificazione del cosiddetto archetipo, intendendo con questo termine l'esemplare non giunto a noi, intermedio tra la prima edizione di una data opera e i codici che ce l'hanno trasmessa e che derivano tutti da questo esemplare perduto. Ricordo, come esempio kat'exochèn, che i due principali testimoni del poema di Lucrezio, due manoscritti di Leida, del IX secolo, denominati Oblongus e Quadratus, concordano tra loro in tante corruttele di varia entità da convincere Lachmann della loro derivazione da uno stesso esemplare, che egli assegnava al IV-V secolo. Rileviamo a tal proposito l'intervallo di tempo intercorrente tra l'epoca di composizione dell'opera e quella della trascrizione dei due manoscritti, quasi mille anni, e l'esiguità di questa tradizione manoscritta.
Casi di questo genere, ben attestati nell'ambito dei testi classici, ovviamente non mancano nell'ambito dei testi patristici:  io stesso svariati anni fa dimostrai che, tranne uno, tutti i codici posteriori all'XI secolo che ci hanno tramandato l'Apologia di Rufino di Aquileia, dettata sul finire del IV secolo, discendono da un unico esemplare, con ogni probabilità rimontante al IX secolo. È naturale perciò che il filologo aduso ad applicare all'edizione dei testi cristiani criteri di valutazione usuali in ambito classico sia portato a generalizzare l'esistenza dell'archetipo intermedio anche in età patristica, dove invece, per i motivi che ho sopra accennato, occorre valutare con maggiore cautela. Mi limito a un esempio.
Le Confessiones di Agostino, composte verso la fine del IV secolo, ci sono state tramandate da numerosissimi manoscritti, svariate centinaia. La selezione di quelli utilizzati per le tre edizioni critiche che sono state pubblicate tra il 1896 e il 1991 è stata ristretta a una dozzina di testimoni, quasi tutti del IX secolo. Anteriore a questa data si ha soltanto il Sessoriano 55, che risale al VI secolo, così come l'antologia di passi di quest'opera allestita da Eugippio. Knöll, al quale dobbiamo la prima edizione critica dell'opera per il "Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum" (volume 33; 1896), collazionando i manoscritti da lui selezionati constatò che tutti si accordano in alcuni errori, non più di tre o quattro indiscutibili, e su questa base postulò l'esistenza di un archetipo intermedio tra l'edizione agostiniana dell'opera e gli innumerevoli manoscritti che ce l'hanno tramandata. La sua ipotesi fu accettata dai successivi editori, Skutella (1934) e Verheijen ("Corpus Christianorum. Series Latina", 27; 1991).
Mi chiedo se questa ipotesi possa essere considerata valida:  il numero degli errori è esiguo, tanto più se rapportato alla lunghezza dell'opera, in tredici libri; tra l'epoca della sua composizione e la datazione del Sessoriano intercorrono non più di due secoli; l'entità della tradizione manoscritta è stragrande, e dobbiamo anche considerare che, secondo l'attestazione proprio di Agostino, le Confessiones erano la sua opera più popolare, il che significa che la sua conoscenza si era diffusa rapidamente in Africa, Italia, Gallia e altrove. Considero molto difficile che varie centinaia di manoscritti, dispersi in diverse regioni d'Europa, possano essere derivati tutti, direttamente o indirettamente, da un unico esemplare trascritto dopo la fine del IV secolo e prima del VI. Preferisco perciò ipotizzare che i pochi errori comuni a tutti i manoscritti finora utilizzati per l'edizione critica fossero già presenti nell'esemplare dal quale Agostino a suo tempo aveva fatto trascrivere le prime copie di questa sua fortunata opera.
In effetti il filologo classico, aduso a trattare con testimoni tanto lontani dall'epoca di composizione delle opere che tramandano, necessariamente è portato a dare poco peso all'eventualità di errori già contenuti nella prima edizione di tali opere; ma, come ho rilevato, in ambito patristico le cose stanno diversamente e impongono di prendere in considerazione questa eventualità, tanto più se teniamo conto della complessità del procedimento editoriale e anche della disattenzione, oltre che dell'ignoranza, di tanti copisti. Basti scorrere il testo del De doctrina Christiana di Agostino trascritto, per i primi due libri, nel codice Petropolitano, addirittura coevo dell'opera e forse uscito proprio dallo scrittorio d'Ippona, eppure tanto ricco di sviste d'ogni genere.
Per concludere su questo punto, in casi di opere tramandate da manoscritti cronologicamente non molto distanti dall'epoca di composizione, si può ammettere la derivazione di tutti gli attuali testimoni da un archetipo intermedio solo in presenza di un numero notevole di errori significativi o comunque anche di una sola corruttela ma veramente indicativa (per esempio, la presenza di una vasta lacuna in tutti i testimoni, che stia a indicare caduta di uno o più fogli nell'archetipo). In presenza di un numero esiguo di errori non così significativi è preferibile ipotizzare la loro presenza già nella prima edizione dell'opera.
Il chiarimento non ha soltanto valore teorico:  se infatti un editore è convinto di trovarsi di fronte a una tradizione chiusa, la tendenza a correggere il testo tradito ne risulta senz'altro incoraggiata. Per tornare alle Confessiones, se Verheijen non fosse stato convinto della derivazione di tutta la tradizione manoscritta da lui utilizzata da un unico archetipo intermedio, non sarebbe stato tanto corrivo a correggere il testo tramandato concordemente da tutti i manoscritti anche là dove non se avverte la necessità



(©L'Osservatore Romano 2-3 novembre 2009)
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