Alleniamoci alle domande fondamentali


di Mauro Piacenza
Arcivescovo titolare di Vittoriana
Segretario della Congregazione per il Clero

"Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia quando sono entrambe animate dalla ricerca dell'intima unione con Dio - scrive il servo di Dio Giovanni Paolo II nell'incipit dell'enciclica Fides et ratio - Quando l'amore vivifica la dimensione orante della teologia, la conoscenza, acquisita dalla ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà, accolta con stupore e gratitudine:  in una parola, la conoscenza cresce solo se ama la verità. L'amore diventa intelligenza e la teologia autentica sapienza del cuore, che orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti".
La Fides et ratio - è bene ricordarlo sempre - rappresenta uno dei momenti "alti" del magistero del servo di Dio Giovanni Paolo II e della Chiesa tutta. In un tornante storico che pare aver smarrito la limpidezza del giudizio circa la capacità stessa dell'uomo di conoscere il reale, di giungere alla verità, conformando la propria esistenza alla verità incontrata e conosciuta, il Pontefice, di venerata memoria, richiamava con vigore la Chiesa tutta, e con essa l'umanità, a un vibrato recupero delle reali potenzialità della ragione umana, creata da Dio e, comunque, capace di relazionarsi con la realtà, conoscendola davvero.
Il problema fondamentale, posto con vigore dall'enciclica, e per necessaria conseguenza di enorme rilevanza nella formazione iniziale e permanente del Clero, è quello della Verità.
Indicando il superamento della "prigionia delle interpretazioni", propria della mentalità storica, anzi storicistica, che ha invaso la cultura occidentale e che ha visto il ripiegamento della ragione su se stessa, la Fides et ratio è un'enciclica di straordinaria modernità, anzi potremmo dire che il suo insegnamento è ancora davanti a noi, come cammino tracciato, come meta da perseguire sempre, come la necessaria ricerca della insostituibile complementarità tra fede e ragione.
Nell'enciclica si invita, con tanta decisione, a rompere le barriere erette dall'eclettismo, dallo storicismo, dallo scientismo, dal pragmatismo, dal nichilismo e anche a non abbandonarsi a una forma di postmodernità, che sfocia in un decadente compiacimento nella stessa negatività, come rinuncia a ogni senso e sceglie di accontentarsi del provvisorio e dell'effimero.
Chi pone il problema della verità è oggi - come accennato - necessariamente rimandato al problema delle culture e della loro reciproca apertura.
Alla pretesa di universalità del cristianesimo, che si fonda sull'universalità della verità, e sull'unicità dell'incarnazione del Verbo, si contrappone, oggi, facilmente, la relatività delle culture. Praticamente la missione cristiana, in una tale concezione, non avrebbe diffuso la verità concernente tutti gli uomini, ma avrebbe "sottomesso" le altre culture alla propria cultura europea e così distrutto la ricchezza delle culture sviluppate dai singoli popoli. La missione appare così come uno dei grandi peccati dell'Europa, come la forma originaria di colonialismo, e quindi praticamente di alienazione culturale degli altri popoli.
Questo tipo di concezione è alla radice dell'autodissolvimento culturale al quale l'Europa rischia di andare incontro, se non riscoprirà le proprie radici culturali cristiane. Autodissolvimento già ampiamente segnalato dal cardinale Ratzinger nel libro Senza radici (Mondadori, 2005), e ribadito nel testo L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture (Cantagalli, 2006).
L'enciclica, dicevo, desidera restituire all'uomo il coraggio della verità, incoraggiare nuovamente la ragione all'avventura della ricerca della verità e quindi superare l'approccio storico, cioè un approccio proprio degli studiosi del mondo occidentale in cui l'unico problema che con sicurezza non si porrà mai è quello della verità di ciò che si è letto. La "comprensione storica" in effetti esclude la questione della verità e una scientificità così esercitata diviene immunizzazione nei confronti della verità.
La questione della verità, le domande che la filosofia, in senso classico e originario, ha espresso riguardano, invece, la questione dell'essere dell'uomo, all'interno di culture che si sono autosuperate (ebraica, greca) per aprirsi ed entrare nella vastità della verità comune a tutti.
Quindi è espressa nell'enciclica una circolarità tra fede e filosofia. L'enciclica - ha detto Ratzinger nel 1998 - "la intende nel senso che la teologia ha come punto di partenza sempre la Parola di Dio, ma poiché questa Parola è verità, la collocherà sempre in relazione con la ricerca umana della verità, con l'impegno della ragione per la verità e così nel dialogo con la filosofia. La ricerca della verità da parte del credente si realizza così in un movimento, nel quale ascolto della Parola divenuta storia e ricerca della ragione si incontrano continuamente".
Una tale premessa indica già chiaramente come la Fides et ratio sia fondamentale nella formazione dei sacerdoti:  lo studio della filosofia prima e poi della teologia, intese non come astrazioni, ma come confronto con le esigenze ed evidenze originarie dell'uomo, porterà i seminaristi prima, e i sacerdoti poi, soprattutto in quanto uomini razionali, a far riemergere nel proprio cuore le domande fondamentali dell'essere, a liberarle da impostazioni parziali e censorie, proprie della nostra cultura (razionalismo, relativismo, nichilismo), e a dare risposte ragionevoli a esse, adeguate alla realtà del nostro tempo, risposte che più saranno adeguate al cuore, più potranno essere risposta e proposta per le persone che quotidianamente incontrano i sacerdoti nel loro ministero pastorale.
La Fides et ratio quindi offre un metodo di lavoro da perseguire nella formazione sia iniziale sia permanente; è necessario ormai rendere le ragioni della propria fede, lo stupore di fronte al Mistero di Gesù Cristo interroga e non si possono eludere le domande che emergono; non è possibile soffocarle, relativizzarle, catalogarle come appartenenti a un mondo pre-critico.
La formazione sacerdotale non può in alcun caso non assumere, nella dovuta alta considerazione, le domande dell'uomo, non soltanto come premesse al "discorso teologico" ma come vera e propria condizione permanente dell'esistenza. Tutti i fratelli che non incontreremo con le "nostre" risposte, potremo certamente incontrarli con le "nostre" domande!
Mettere da parte questo aspetto irrinunciabile dell'uomo, che costituisce la formazione e l'educazione del soggetto in quanto tale, dotato di un cuore pronto alla domanda di senso, che emerge dalla realtà, e di una ragione che, nel rispondervi, intuisce il limite stesso che la costituisce e si apre al trascendente, significherebbe non cogliere la grande opportunità che perfino certo relativismo contemporaneo rappresenta:  opportunità umana, perché il relativismo è umanamente invivibile, e perciò opportunità pastorale, nella possibilità di mostrare all'uomo un nuovo orizzonte.
Sappiamo come "Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici". Ma ciò che i Padri a differenza del pagano Simmaco non misero mai in dubbio è che "ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo".
E proprio qui risiede l'originale, perenne magistero dei Padri circa il rapporto fede-ragione. "Essi accolsero in pieno la ragione aperta all'assoluto e in essa innestarono la ricchezza proveniente dalla Rivelazione (...) Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità che esse presentavano rispetto alla Rivelazione" (Fides et ratio, 41).



(©L'Osservatore Romano 12 novembre 2009)
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