Il 28 giugno 1988 con la Costituzione apostolica «Pastor bonus» Giovanni Paolo II
istituiva la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

Una casa per gli artisti di ogni latitudine


Nel pomeriggio di giovedì 26 novembre, presso il Palazzo San Pio X a Roma, si è svolta una giornata di studio per il ventennale di attività della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Pubblichiamo quasi integralmente i testi del cardinale segretario di Stato e del direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa che sono intervenuti ai lavori insieme all'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, e al vescovo di Würzburg, Friedhelm Hofmann.

di Tarcisio Bertone

Sono trascorsi oltre vent'anni da quel 28 giugno 1988, quando Papa Giovanni Paolo II, promulgando la Costituzione apostolica Pastor bonus, che riordinava in modo più organico e adatto ai nostri tempi gli uffici della Curia Romana, istituiva la Pontificia Commissione per la Conservazione del Patrimonio Artistico e Storico della Chiesa, ponendola sotto la guida della Congregazione per il Clero, con il compito "di presiedere alla tutela del patrimonio storico ed artistico di tutta la Chiesa" (art. 99). Tale collocazione era stata opportunamente stabilita in considerazione del fatto che la custodia dell'immenso patrimonio artistico della Chiesa era primariamente affidato alla tutela e alla cura dei sacerdoti nelle singole realtà diocesane. In un secondo tempo questo organismo della Santa Sede assunse la denominazione attuale:  tale modifica avvenne con il Motu proprio Inde a pontificatus, del 25 marzo 1993, che rese la Pontificia Commissione autonoma rispetto alla Congregazione per il Clero e strettamente collegata al Pontificio Consiglio della Cultura.
Se questa è la vicenda che, in tempi recenti, ha visto la nascita di organismi attraverso i quali la Chiesa ha cercato un dialogo più profondo e sistematico con il mondo della cultura e dell'arte, non possiamo però dimenticare che da sempre gli artisti di ogni latitudine hanno trovato nella Chiesa una "casa" comune, dove poter esprimere liberamente il loro genio creativo e metterlo concretamente a profitto. Pensiamo alle grandi basiliche, alle splendide chiese disseminate nel mondo intero e alle innumerevoli opere di architettura, pittura, scultura e di altre arti:  esse sono il frutto della costante ospitalità che nella Chiesa hanno trovato gli artisti:  da Giotto a Brunelleschi, da Michelangelo e Raffaello a Bernini.
Anche i Pontefici del XX secolo hanno voluto rimanere fedeli a questa tradizione, apportando contributi molto significativi. Pensiamo all'intenso dialogo con gli artisti coltivato dal servo di Dio Pio XII. Ricordiamo soprattutto il concilio ecumenico Vaticano II e il suo grande timoniere, Papa Paolo VI. Egli volle che la Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum concilium trattasse esplicitamente e diffusamente della dignità dell'arte sacra, della libertà di stili artistici, della formazione degli artisti e del clero, in ordine alla promozione di espressioni artistiche nobili e degne, adatte a favorire il genuino senso religioso (cfr. nn. 122-129).
Indelebile, nella storia del Vaticano II, rimane il singolare Messaggio che, alla chiusura del Concilio, lo stesso Pontefice rivolse agli artisti del mondo intero. Possiamo qui richiamarne le prime righe:  "Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate:  poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti (...) A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce:  se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!" (Enchiridion Vaticanum i, n. 494*, p. [305]).
A queste parole ha fatto riferimento sabato scorso Papa Benedetto XVI, durante la speciale udienza agli artisti, nella Cappella Sistina. Tale incontro ha inteso confermare e rinnovare l'amicizia della Chiesa con il mondo dell'arte, così come lo aveva proposto Paolo VI il 7 maggio 1964. Non cessa di commuoverci l'ansia apostolica di quel grande Papa, al quale il Santo Padre ha reso omaggio anche domenica 8 novembre, recandosi pellegrino a Brescia e Concesio. Paolo VI spalancò le porte dei Musei Vaticani all'arte moderna e contemporanea, facendo allestire una sezione appositamente dedicata alle opere di grandi artisti della fine dell'Ottocento e del Novecento, offrendo loro, in tal modo, la possibilità di un fecondo dialogo e stabilendo una via di comunicazione con il "vocabolario" artistico dei nostri tempi.
Papa Giovanni Paolo II ha offerto in tale prospettiva un duplice, preziosissimo contributo. Anzitutto - come si può dire di tutto il suo straordinario Pontificato - con la testimonianza personale:  Karol Wojtyla era uomo di profonda sensibilità artistica, scrittore di intensa e originale espressività poetica, e dei frutti di questo suo talento ha fatto dono alla Chiesa e all'umanità. Ma la ricorrenza odierna ci invita a ricordare che egli seppe anche promuovere tale dimensione sul piano istituzionale, creando un organismo specifico che andasse a rafforzare in modo permanente il servizio della Santa Sede nell'ambito dei beni culturali.
La Pontificia Commissione, insieme al Pontificio Consiglio della Cultura, sono da considerarsi, per così dire, la "punta di diamante" di una Chiesa che si prende cura del proprio patrimonio storico e artistico quale elemento primario della missione evangelizzatrice. Come tutti gli uffici della Sede Apostolica, essi possiedono un ruolo esemplare per le Chiese particolari, stimolandole a tutelare e valorizzare tale inestimabile tesoro di arte e di spiritualità. Al tempo stesso, come già ampiamente accennato, collaborano attivamente al dialogo tra la Chiesa e il mondo su questa via privilegiata di comunicazione che è l'arte e, più in generale, la cultura.
Per concludere vorrei sottolineare la sensibilità di Papa Benedetto XVI per questo vasto tema del dialogo, che investe scienza e fede e che trova la sua felice espressione nell'arte. Nei riguardi della musica - in speciale modo la musica sacra - per la quale egli stesso ha una particolare predisposizione, offre alla riflessione di tutti la profondità del suo pensiero teologico:  "Il divenire musica della Parola - scrive in Cantate al Signore un canto nuovo (Milano, Jaca Book, 1996, p. 148) - è da un lato incarnazione, un trarre a sé forze prerazionali e metarazionali, che vengono anche rese sensibili; il trarre a sé il suono nascosto del creato, lo scoprire il canto che riposa sul fondo delle cose. Ma così questo stesso divenire musica è anche già la svolta nel movimento:  non è soltanto incarnazione della Parola, ma nello stesso tempo spiritualizzazione della carne. Il legno e il metallo diventano suono, l'inconscio e l'indistinto diventano sonorità ordinata, piena di significato".



(©L'Osservatore Romano 27 novembre 2009)
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