La Santa Sede e l'Europa centro-orientale tra le due guerre mondiali

Pio XI tra antinazionalismo
e concordati


Venerdì 27 novembre si è svolto presso l'Università Europea di Roma il convegno "Santa Sede e potere politico nell'Europa centro-orientale tra le due guerre mondiali (1918-1939)". Pubblichiamo stralci di una delle relazioni.

di Roberto Morozzo Della Rocca

Nel 1925 Maurice Vaussard si chiedeva:  "il nazionalismo sarà la prossima eresia condannata? Sapeva lui stesso che non c'è eresia dove manca contenuto teologico dogmatico, ma la sua provocazione si sarebbe parzialmente realizzata, più in ordine alla prassi che alla dottrina. Vi fu la condanna dell'Action Française  nel  1926  e  poi  la più volte ribadita riprovazione, da parte di Pio XI, dell'"esasperato nazionalismo" contrapposto al sano amore di patria. Nella Ubi arcano Dei, Pio XI stigmatizzava l'immoderatum nationis amorem. In effetti Papa Ratti aveva ben presente alla mente i nazionalismi dell'Europa centro-orientale e la loro pericolosità per la fede, a seguito dell'esperienza avuta come visitatore apostolico e poi come nunzio in Polonia tra il 1918 e il 1921.
Chiunque leggesse le carte Ratti del periodo polacco avrebbe percezione chiara del cambiamento di giudizio allora avvenuto nel futuro Papa riguardo al rapporto tra fede e nazione nonché tra fede e nazionalismo. In sintesi, cosa accadde ad Achille Ratti in questi tre anni?
Nei primi tempi egli è entusiasta dei polacchi che uniscono fede e nazione, commosso al vedere masse di fedeli cadere in ginocchio al suo cospetto, suggestionato dalle accoglienze ovunque magnifiche. Poi, poco alla volta, assistendo alle varie guerre attorno a lui, dove i polacchi, cattolici, si scontrano e si uccidono con popoli pure cattolici (ucraini greco-cattolici per Leopoli, lituani cattolici latini per Vilna, tedeschi in parte almeno cattolici per la Slesia) il rappresentante di Roma nell'est Europa muta parere.
Il nunzio constata che il nazionalismo dei polacchi è negativo e che i suoi appelli alla moderazione e alla fraternità quantomeno fra cattolici vengono ignorati o elusi. Quando nel 1921 Ratti lascia Varsavia è convinto che tra fede e polonismo esista un perverso connubio. Nel frattempo i suoi rapporti con i polacchi si sono deteriorati, specialmente dopo aver ingiustamente subito l'accusa di essere filotedesco nella questione slesiana. Ratti deplorava in parecchi vescovi e cardinali polacchi l'essere troppo nazionalisti e poco universali. Tra i pochi ecclesiastici che stimava capaci di una sana direzione della Chiesa polacca vi era il salesiano August Hlond che Ratti - divenuto Papa - vorrà primate di Polonia.
Ratti è, beninteso, assai contento che tutto in Polonia appaia sotto il segno del cattolicesimo, ma avrebbe voluto che religione e nazione fossero maggiormente distinte. Del resto, se popoli  cattolici  si aggredivano vicendevolmente,  la loro fede era da correggere. La religione in quegli anni veniva  abusata  e  strumentalizzata dai  nazionalismi senza che le rispettive gerarchie ecclesiastiche reagissero adeguatamente, a parte qualche eccezione.
Dall'esperienza polacca Pio XI avrebbe desunto una somma di conoscenze e una linea da tenere nei confronti dell'Europa centro-orientale. Smorzare i nazionalismi - che gli avevano  svelato i rischi di un indebolimento della presenza cattolica a causa di guerre fratricide e anche il rischio  che  ciò  avrebbe  aperto le porte all'influenza bolscevica - rappresenta per il Papa un punto programmatico.
Ma Pio XI s'impegnò anche fortemente, nella sua visione dell'Europa orientale, nella politica dei concordati. Queste sistemazioni pattizie gli parevano ottime in generale per la loro forza giuridica, per lo spazio che garantivano alla Chiesa, tanto più in situazioni incerte e instabili come quelle degli Stati, tutti nuovi, sorti, nel 1918 sulle ceneri degli imperi dissolti dalla prima guerra mondiale. Stati in cui la tradizione di rapporti tra Chiesa cattolica e governi era da creare ex novo, come in Jugoslavia, in Cecoslovacchia, nei Paesi Baltici, nella Romania ora con la Transilvania e dunque arricchitasi di milioni di cattolici. Oppure Stati non propriamente nuovi alla storia, come la Polonia, dove però i rapporti tra Stato e Chiesa erano interrotti da molto tempo per la soppressione dello Stato stesso. O, ancora, Stati come  l'Ungheria - mutilata dalla triplice  catastrofe del 1918, della Repubblica dei Consigli, della Pace di Trianon - in cui le relazioni con la Chiesa erano da rifondare su basi inedite.
Sedici sono i concordati, le convenzioni e i modus vivendi stipulati durante il pontificato di Pio XI. Tra i Paesi firmatari degi accordi troviamo la Lituania, la Polonia, la Cecoslovacchia. Un concordato fu firmato con la Jugoslavia, ma non venne ratificato per l'opposizione della Chiesa ortodossa che voleva essere di fatto religione di Stato. Non si ebbe un concordato o comunque un accordo con l'Ungheria. Ma forse qui la Chiesa non aveva necessità di scudi difensivi nei confronti dello Stato. Il cattolicesimo magiaro era infatti trattato benevolmente dal Governo.
Per concludere, segnaliamo alcuni tratti comuni alle Chiese nei quattro Paesi principalmente in questa sede considerati:  Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia.
Ovunque, dopo la prima guerra mondiale, si presentò una questione di assetti gerarchici e territoriali delle diocesi, e non sempre era un problema della Santa Sede quanto un problema sollevato dai governi nazionalisti. I confini ecclesiastici si presentavano difformi da quelli civili dei nuovi Stati; alcune diocesi ricadevano in parte in uno Stato e in parte in un altro; vi erano vescovi la cui nazionalità non corrispondeva a quella maggioritaria dei fedeli (ad esempio ungheresi in zone slovacche, lituano nella Vilna polacca); vi erano diocesi da creare ex novo per necessità pastorali che i Governi degli imperi caduti avevano negato. Il caso magiaro era piuttosto clamoroso, avendo la nuova Ungheria solo un terzo dei territori del regno storico ungherese:  qui soltanto quattro diocesi su ventisei erano intatte entro i confini del nuovo Stato.
Un tratto pure condiviso in tutti i Paesi qui in esame è dato dall'intensificarsi della pratica religiosa, non disgiunta da un rafforzamento quantitativo e qualitativo delle strutture ecclesiastiche. Fioriscono i movimenti cattolici con l'Azione cattolica in primis, i seminari sono pieni, si crea una intelligentsia cattolica laica, nascono facoltà teologiche nelle università, si diffondono editoria e stampa cattolica. Gli ordini religiosi, spesso riformati da Roma, riprendono slancio missionario. Il clero viene meglio formato negli studi e distolto - per volontà di Pio XI - dall'intervenire in politica o almeno dall'aderire a formazioni partitiche estremiste. Si svolgono grandi raduni di cattolici in ogni Paese:  vuoi congressi eucaristici, vuoi kermesse sul modello del Katholikentag tedesco che danno visibilità e fierezza alle Chiese nazionali.
Su questa tendenza complessiva a una crescita sia spirituale sia strutturale poco incide l'intermittente ostilità al cattolicesimo di qualche governo, come quello di Praga o quello di Belgrado. Si pensi alla Chiesa in Croazia e in Slovenia che alla fine degli anni Trenta, malgrado la tendenza del governo a privilegiare l'ortodossia, può contare su 188 periodici, 15 tipografie proprie  e 40 case editrici, per non dire delle figure spirituali da essa scaturite.
Altro tratto comune è dato dalle difficoltà e dalle lotte dei cattolici di rito orientale. In Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, in Jugoslavia, le Chiese greco-cattoliche sono ospiti non graditi nei nuovi Stati in cui i governi vorrebbero farne entità provvisorie destinate a sciogliersi nel cattolicesimo latino (ad esempio a Varsavia) o nel cristianesimo bizantino ortodosso (Praga, Bucarest, Belgrado). Ma ovunque i greco-cattolici oppongono un'animosa resistenza alle pressioni assimilatrici nell'uno o nell'altro senso. Sono guidati da gerarchie che non temono i poteri statuali e che sono disposte all'anticonformismo rispetto al catenaccio ideologico che vorrebbe legare ciascuna nazione a una determinata confessione religiosa.



(©L'Osservatore Romano 28 novembre 2009)
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